Fendi by Maria Grazia Chiuri: quando il pragmatismo prevale sull’emozione

Febbraio 26, 2026 - 19:30
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Fendi by Maria Grazia Chiuri: quando il pragmatismo prevale sull’emozione
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To be or not to be? Nei giorni in cui i cinema proiettano ‘Hamnet’, pellicola favorita ai prossimi premi Oscar legata al lutto familiare di William Shakespeare che ha ispirato ‘Amleto’, la prima sfilata di Maria Grazia Chiuri alla direzione creativa di Fendi lascia lo spettatore con il medesimo quesito. Essere intrigati dalla narrazione che la designer fa della collezione autunno/inverno 2026 o scegliere di non essere persuasi dal racconto per concentrarsi sulle proposte presentate ieri nella sede milanese della storica maison, in orbita Lvmh dal 2000. Nelle numerose interviste alla stilista che ha moltiplicato i ricavi di Dior, di cui è stata direttrice creativa del womenswear dal 2016 al 2025, Chiuri sottolinea il concetto di sorellanza propagato attraverso il motto ‘Meno io, più noi’, rimandando alle cinque fondatrici, un messaggio reso esplicito con la scritta ‘5 SISTERS’ su alcune sciarpe (essere didascalici è sempre stato un tratto distintivo della creativa romana).

Quello di Chiuri è stato a tutti gli effetti un doppio ritorno, non solo in passerella ma anche nella casa di moda capitolina. Classe 1964, la stilista ha iniziato la sua carriera nel 1989 proprio da Fendi. Dopo un decennio è passata a Valentino, dove ha ricoperto il ruolo di direttrice creativa dal 2008 al 2016, accanto a Pierpaolo Piccioli, prima di passare da Dior. L’importanza di tornare al senso di “comunità” è stato sviluppato insieme alle artiste SAGG Napoli e Mirella Bentivoglio, che hanno collaborato allo show. Con la prima Chiuri aveva già lavorato per una sfilata di Dior, stavolta l’artista ha dato vita a espressioni come ‘Radicata ma non bloccata’ e ‘Presente ma non dipendente’. La partnership con Bentivoglio ha generato un’edizione limitata di gioielli, progettati originariamente nei primi anni Settanta e attualizzati prendendo spunto dall’archivio di Fendi. Lavorare con artiste di varie generazioni e provenienze è da sempre un marchio di fabbrica di Chiuri, e alcuni di questi dialoghi hanno prodotto veri e propri must have. Basti pensare alla famosa t-shirt ‘We should all be feminists’ tratta dall’eponima opera della scrittrice e attivista Chimamanda Ngozi Adichie, altri hanno riscosso meno successo. Solo il tempo ci dirà se la formula risulterà vincente anche da Fendi.

Fendi autunno/inverno 2026. Ph. Launchmethrics/Spotlight

Di certo Chiuri ha saputo affrontare con risolutezza un aspetto sempre più dibattuto all’interno del sistema moda: l’utilizzo di pellicce di origine animali per cui Fendi vanta, a ragione, una competenza artigianale invidiabile. Se i furiosi animalisti accampati in via Savona avessero letto l’intervista della stilista a La Repubblica avrebbero impiegato meglio il proprio pomeriggio. “Nel 1956, il marchio aveva presentato al Grand Hotel di Roma la ‘collezione dell’amore’ costruita solo con rimanenze. E così abbiamo fatto noi. Tutto ciò che è in pelliccia, dai gilet nei parka ai pompon sulle scarpe, lo abbiamo realizzato con quello che c’era in magazzino. Fare con ‘quel che c’è’ è un approccio da impresa familiare, vorrei portarlo su scala industriale. Non è facile, sono concetti opposti. Ma va fatto”.

Con Vogue ha invece affrontato una delle critiche che le è stata mossa più spesso, essere “commerciale”. “Tutti si ricordano di me perché da Dior ho fatto grandi numeri. Quando è un designer uomo a far salire i ricavi alle stelle, è perché ha il senso degli affari. Ma, se si tratta di una donna, allora è perché è commerciale”. A Business of Fashion ha poi dichiarato: “Non sono una entertainment designer, non è importante creare qualcosa one-shot per sorprendere qualcuno, altrimenti realizzerei una performance. Questo è un altro lavoro. Dobbiamo essere pragmatici, è il momento, è davvero arrivato il momento se vogliamo andare verso il futuro di questo settore”.

Fendi autunno/inverno 2026. Ph. Launchmethrics/Spotlight

Viene quindi spontaneo chiedersi: essere pragmatici significa anche non essere sorprendenti? La mancanza di entertainment non rischia di affievolire l’emozione? Dopo aver appreso il punto di vista della neo-direttrice creativa è difficile non constatare che la sua collezione co-ed si distingue sì per eleganza ma anche per un eccesso di sobrietà, soprattutto se paragonata alle recenti passerelle di Silvia Venturini Fendi, sostituita da Chiuri. Le clienti orfane della sua visione stilistica da Dior, ora affidato alle sperimentazioni di Jonathan Anderson, hanno certamente ritrovato un approdo sicuro nella sfilata di ieri perché le assonanze con le silhouette, le palette notturne e i materiali sono numerose. Dai pizzi alle trasparenze, dal tartan al camouflage, dal denimwear al tailoring maschile, il lessico formale di Maria Grazia Chiuri è stato declinato senza indugi. Interessanti le interpretazioni soft delle iconiche borse ‘Baguette’, originariamente meno rigide delle versioni più recenti, e ‘Peekaboo’, non altrettanto incisivi i nuovi accessori.

Sulle note di Rosalìa ha fatto il suo esordio il nuovo logo realizzato in collaborazione con il graphic designer Leonardo Sonnoli e ispirato alle lettere dell’alfabeto incise sulla Colonna Traiana. Un ‘vezzo’ comune a molti designer, da Hedi Slimane (che eliminò l’accento di Celine e troncò Saint Lauren) a Demna da Balengiaca fino a Riccardo Tisci da Burberry. Oltre alle numerose star in prima fila (Uma Thurman, Dakota Fanning, Monica Bellucci, Matilda De Angelis, Shailene Woodley, Valeria Golino) Chiuri ha voluto anche Chiara Ferragni, per cui aveva disegnato l’abito da sposa. Nonostante numerosi pareri ancora poco favorevoli nei confronti dell’imprenditrice digitale dopo il Pandoro-gate e il proscioglimento dall’accusa di truffa aggravata, la stilista ha dato inizio alla nuova fase della sua carriera reintroducendo l’influencer nel gota dei front row. Forse proprio in virtù dello spirito di sorellanza sopracitato? That is the question.

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Redazione Redazione Eventi e News