Gli orrori della Libia con la complicità dell’Europa: migranti catturati e torturati
A febbraio 2026 la Missione di sostegno delle Nazioni Unite in Libia (UNSMIL) e l’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani (OHCHR) hanno pubblicato un accurato e coraggioso rapporto dal titolo quanto mai significativo ovvero “AS USAL” che evidenzia come “in Libia persistono violazioni sistematiche e diffuse dei diritti umani e abusi nei confronti di migranti, richiedenti asilo e rifugiati, che rimangono impuniti. Queste violazioni sono radicate in un modello di sfruttamento che preda su migranti, richiedenti asilo e rifugiati in situazioni di elevata vulnerabilità ed è diventato “business as usual”, una realtà brutale e normalizzata. Queste gravi violazioni e abusi si sono evoluti in pratiche deliberate e orientate al profitto che insieme formano un modello di business spietato e violento”.
Le informazioni alla base del rapporto sono state raccolte dall’UNSMIL e OHCHR tra gennaio 2024 e novembre 2025 con interviste a 95 migranti, richiedenti asilo e rifugiati, sia all’interno che all’esterno della Libia (45 donne e ragazze di età compresa tra i 17 e i 43 anni e 50 uomini di età compresa tra i 20 e i 51 anni). Le stesse agenzie ONU evidenziano come sia “stato negato l’accesso a diversi altri centri di detenzione nella Libia orientale e occidentale gestiti dal Dipartimento per la lotta all’immigrazione clandestina (DCIM)” ma nonostante “ciò ha compromesso la capacità dell’UNSMIL/OHCHR di valutare accuratamente le condizioni di detenzione e di fornire misure di sostegno per affrontare le presunte violazioni dei diritti umani” l’ampia gamma di materiale documentario raccolto, tra cui referti medici, fotografie, video e registrazioni vocali ha corroborato le testimonianze individuali.
La parte che ritengo più rilevante del rapporto (di cui pochissimo si è finora parlato in Italia) è l’analisi condotta, anche sotto il profilo giuridico, su quelle che lo stesso rapporto definisce le “intercettazioni illegali e pericolose in mare e abusi dopo lo sbarco in Libia”. Il rapporto evidenzia come “migliaia di persone vengono intercettate in mare con metodi pericolosi e sbarcate con la forza e rimpatriate in Libia, che è considerata dalle agenzie delle Nazioni Unite e dalle autorità di vari Stati terzi come un luogo non sicuro per lo sbarco, perpetuando il ciclo di sfruttamento, violazioni dei diritti umani e abusi” (…) “anziché trovare sicurezza, i migranti, i richiedenti asilo e i rifugiati intercettati e sbarcati in Libia sono stati costretti a tornare in un ciclo di violazioni e abusi. Al loro ritorno in Libia, è stata loro sistematicamente negata la protezione dei diritti umani nei punti di sbarco, compreso il giusto processo e il diritto di chiedere asilo”.
Le due agenzie ONU ricordano che, anche se non è firmataria della Convenzione di Ginevra sullo status dei rifugiati (ma è parte della Convenzione dell’OUA sui rifugiati del 1969) la Libia comunque “è vincolata da diversi trattati internazionali fondamentali che le impongono di rispettare, proteggere e garantire i diritti umani di tutti gli individui soggetti alla sua giurisdizione”. La Libia è anche parte della Convenzione internazionale sulla ricerca e il soccorso marittimo (Convenzione SAR) e ha inoltre ratificato la Convenzione internazionale per la salvaguardia della vita umana in mare (SOLAS) ma nonostante ciò “gli intercettamenti vengono effettuati in modo tale da violare il diritto internazionale dei diritti umani, il diritto dei rifugiati, il diritto marittimo e il diritto internazionale consuetudinario del mare. Le persone intercettate vengono generalmente riportate con la forza in vari punti di sbarco lungo la costa libica, nonostante il Paese sia considerato non sicuro per lo sbarco di migranti e rifugiati dalle Nazioni Unite, compresi l’OHCHR, l’UNHCR e l’OIM”.
Il rapporto richiama la sentenza della Corte di Cassazione, Sez. V n. 4557/2024 che il 1.02.24 che ha confermato la condanna del capitano della nave privata italiana Asso 28 che il 30 luglio 2018 aveva soccorso 101 persone nel Mediterraneo centrale e le aveva successivamente consegnate alla guardia costiera libica. Così operando le aveva fatte “sbarcare in un porto non sicuro non avendo la Libia aderito alla convenzione di Ginevra per i rifugiati e attesa l’ineffettività del sistema di accoglienza libico e le condizioni inumane e degradanti presenti nei centri di detenzione per migranti”. Nel rapporto le due agenzie ONU evidenziano come “Gli intercettamenti devono inoltre rispettare il principio di non respingimento, garantendo che le persone non siano rimpatriate in luoghi dove rischiano persecuzioni, torture o altri gravi danni. Perseguendo i migranti, i richiedenti asilo e i rifugiati in mare, ricorrendo alla violenza e rimpatriandoli in Libia – dove corrono un alto rischio di arresti e detenzioni arbitrarie, sparizioni forzate, torture e maltrattamenti e sfruttamento – la LCG e gli attori affiliati in mare violano frequentemente tali obblighi, rendendo tali intercettamenti illegali ai sensi del diritto internazionale”.
Nonostante tale drammatica situazione avrebbe dovuto imporre agli Stati terzi che si affacciano sul Mediterraneo e alle istituzioni dell’Unione Europea di astenersi da ogni forma di collaborazione con le diverse autorità libiche nella gestione dei “soccorsi” in mare e in quella delle migrazioni in generale “la missione di assistenza alle frontiere dell’UE in Libia (EUBAM Libya), avviata nel maggio 2013 e recentemente prorogata fino al giugno 2027, svolge un ruolo centrale fornendo supporto tecnico e operativo alle istituzioni libiche nella gestione delle frontiere terrestri e marittime”. Tali discussioni e accordi informali sulla cooperazione in materia di migrazione sono stati estesi dall’Unione Europea persino alle autorità di fatto nella Libia orientale il cui governo non è riconosciuto dalla comunità internazionale.
In particolare il rapporto evidenzia le responsabilità dirette dell’UE tramite le sue agenzie ricordando che “sebbene Frontex non operi direttamente nel territorio libico, è stato riferito che condivide dati di sorveglianza aerea e informazioni marittime con le autorità libiche, in particolare con la guardia costiera consentendo l’intercettazione e il rimpatrio delle persone che tentano di attraversare il Mediterraneo e il loro sbarco in Libia, dove subiscono gravi violazioni dei diritti umani e abusi”. Coerentemente con questa strategia spregiudicata “negli ultimi dieci anni, l’UE e i suoi Stati membri hanno ridotto in modo significativo la loro capacità SAR marittima. Inoltre, diversi Stati membri dell’UE hanno introdotto norme, memorandum e codici che limitano le operazioni SAR umanitarie.” Il più significativo, per estensione della collaborazione e per durata, degli accordi tra la Libia e gli Stati UE rimane, come ben noto, il memorandum d’intesa Italia-Libia del 2018 “che formalizza la cooperazione tra Italia e Libia per intercettare e rimpatriare i migranti e include sostegno finanziario, logistico e formativo alla guardia costiera libica” ed altre organizzazioni affiliate”.
Gli accordi e le intese, più o meno formali con la Libia per la gestione delle migrazioni si pongono senza dubbio in radicale contrasto con le normative dell’UE e con il diritto internazionale sui diritti fondamentali, ed in particolare con il divieto di non refoulement e con il divieto di tortura che non ammette deroghe od eccezioni. Richiamo con forza l’attenzione sulla Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati del 1969 in base alla quale “è nullo qualsiasi trattato che, al momento della sua conclusione, è in conflitto con una norma imperativa del diritto internazionale generale. Ai fini della presente Convenzione, una norma imperativa del diritto internazionale generale è una norma accettata e riconosciuta dalla comunità internazionale degli Stati nel suo complesso come norma alla quale non è consentita alcuna deroga e che può essere modificata soltanto da un’altra norma del diritto internazionale generale avente lo stesso carattere” (art.53).
Nelle raccomandazioni finali le Agenzie ONU invitano la comunità internazionale, compresa l’Unione europea e i suoi Stati membri, a “stabilire una moratoria su tutte le intercettazioni e i rimpatri in Libia fino a quando non saranno garantite adeguate tutele dei diritti umani”. La raccomandazione è quanto mai precisa perché il documento sottolinea come “nel contesto della cooperazione interstatale in materia di SAR, garantire che qualsiasi sostegno o assistenza – compresa la fornitura di risorse, la condivisione di informazioni o il coinvolgimento in operazioni SAR con navi private o risorse SAR di altri Stati – non comporti la designazione della Libia come porto sicuro più vicino o il rimpatrio forzato dei migranti in tale Paese” . Ugualmente stringente la raccomandazione che richiede di “applicare rigorosamente la dovuta diligenza in materia di diritti umani a tutti i finanziamenti, la formazione, le attrezzature, la tecnologia e la cooperazione che coinvolgono entità libiche credibilmente implicate in gravi violazioni e abusi dei diritti umani, anche nei confronti di migranti, richiedenti asilo e rifugiati. Sospendere l’assistenza tecnica e finanziaria fino a quando tali entità dimostrino un rispetto coerente delle norme internazionali in materia di diritti umani, compresi meccanismi efficaci di controllo, monitoraggio continuo e responsabilità”.
Il gorgo di violenza generato dal sostegno dato alla Libia per respingere, uccidere e torturare rappresenta un abisso etico e politico nel quale l’Italia e l’Unione Europea sono precipitati e dal quale devono uscire al più presto, non solo per inderogabili ragioni etiche, ma per ripristinare lo stato di diritto.
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