I podcast ignoranti, Totò, e l’ingrato compito di chi coltiva la memoria

Aprile 17, 2026 - 23:00
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I podcast ignoranti, Totò, e l’ingrato compito di chi coltiva la memoria

Ho un amico che ascolta i podcast. Ognuno ha le sue perversioni, la sua è ascoltare i podcast, notare che nessuno sa niente, e lasciarmi messaggi in cui ulula contro le lacune di Tizio e di Caio ad ascoltare i quali ha appena dedicato un’ora della sua vita, un’ora che avrebbe potuto devolvere a un corso di piccolo punto.

Di recente mi ha raccontato che un regista era andato ospite al podcast di due dei quali neppure voglio sapere i nomi, ma la convenzione narrativa del loro podcast è, se ho capito bene, che questi due conoscono il cinema.

Non so neppure cosa possa significare, nel 2026, «conoscere il cinema». Trenta e spicci anni fa, l’assistente che mi bocciò in storia del cinema alla Sapienza mi disse che gli spiaceva molto bocciarmi; avevo citato “Eva contro Eva” che, disse facendo un gesto che racchiudeva tutti quelli in procinto d’essere promossi, «nessuno qua dentro sa cosa sia».

Oggi uscirei da quell’esame e scriverei un elzeviro sul presentismo: all’epoca da “Eva contro Eva” erano passati quarantatré anni, quelli che adesso sono trascorsi da “Flashdance”. Com’era possibile che non lo conoscessero, come. Cosa guardavano, cosa. Cosa volevano studiare cinema a fare, se non conoscevano i capolavori. Ma, se gli studenti di cinema non conoscevano forse il più gran film di quella Hollywood lì allora, quando non avevano venti nuove scemenze scodellate dalle piattaforme ogni settimana, come possiamo pretendere che conoscano oggi trent’anni in più di storia del cinema rispetto ai tempi miei?

Il podcast, mica ve lo sarete già dimenticato. Il regista ospite cita Furio Scarpelli, un signore che ha scritto robetta come “In nome del popolo italiano” e “Dramma della gelosia”, “Signore e signori” e “La terrazza”, “I soliti ignoti” e “I mostri”, “La famiglia” e una sleppa di film con Totò.

Il regista nota lo sguardo di mucche che rimirano il treno dei due virgulti con uso di podcast, e chiede se sappiano chi sia Scarpelli. Uno dei due sventurati risponde: è quello che ha scritto “C’era una volta in America”, no? No (lo preciso per voi, che pur non essendo podcaster cinefili magari non sapete tutti i nomi degli sceneggiatori ed è già tanto se non li confondete con gli scenografi).

L’amico non mi ha dettagliato se il regista a quel punto sia svenuto, né mi ha saputo stimare la probabilità che l’errore dipenda dall’essersi confuso con “C’eravamo tanto amati”, che Scarpelli in effetti scrisse, o dal fatto che Scarpelli scriveva in coppia con Age, e “C’era una volta in America” l’hanno scritto Benvenuti e De Bernardi, che sempre una coppia professionale erano. Attendo un podcast di letteratura in cui dicano che “La donna della domenica” lo scrissero Sandra e Raimondo.

C’è un modo di dire americano che è diventato anche una canzone e chissà quanti altri prodotti a me ignoti: non tutti gli eroi hanno il mantello. Si usa per dire che sì, quelli coi superpoteri salvano il mondo in grande al cinema, ma nella vita di tutti i giorni sono eroici quelli che fanno le piccole cose che nessuno nota, che nessuno apprezza, che ci salvano la vita senza che neppure ce ne accorgiamo.

Ci ho pensato per tutto il tempo (poco, è un libro breve) in cui ho letto “Cosa sono le nuvole – Gli ultimi anni di Totò”, che Einaudi ha pubblicato da pochi giorni. Ho pensato al lavoro eroico che si sta accanendo a fare Francesco Piccolo in un secolo che ha bisognissimo di eroi.

Leggevo dei parenti di Totò che, per fargli fare il funerale in chiesa nonostante avesse una concubina, devono rivolgersi al dentista del Papa. Leggevo della Rai che non gli permette più di lavorare in tv perché ha detto «viva Lauro!» (il politico, no il cantante) in diretta. Leggevo di Totò che incontra Andreotti in treno e si fa raccomandare per avere una rateizzazione del debito che ha col fisco.

E pensavo che Francesco Piccolo si mette lì, in un secolo in cui nessuno sa niente, a nessuno interessa niente, nessuno ricorda niente, si mette lì e ricostruisce pazientemente la memoria, da dove siamo passati per arrivare fin qui, come siamo stati prima dell’altroieri, cos’era la società di prima che nascessero quelli che pensano che sia un’estorsione dover pagare Spotify o che sia patriarcato se la pillola anticoncezionale in farmacia si paga.

Non mi viene in mente un lavoro più ingrato di quello di Piccolo, che si tratti del suo libro su Fellini e Visconti o di quello sui paparazzi di via Veneto, non mi viene in mente un lavoro più necessario e meno riconosciuto di quello di chi si mette lì a ricordarci come il Paese in cui viviamo oggi fosse sessant’anni fa, sessant’anni che sembrano seicento; e lo fa nonostante tutto intorno a lui dica «non ce ne importa niente neanche di quel che è successo sessanta giorni fa, stiamo bene così, abbiamo la memoria dei pesci rossi e ci sguazziamo, non ci disturbare».

A un certo punto di questa scheggia di biografia nella quale a Totò non piacciono mai le situazioni mondane, non piace mai stare in mezzo agli altri, ma gli piace sempre molto tornare a casa, c’è Totò che dice a Franca Faldini «un uomo che è un uomo non si impruscina in pubblico con la donna sua», e io ho pensato che neanch’io avrei spiegato cosa volesse dire in napoletano «impruscinare», perché avete Google nel telefono e non dovete rompere i coglioni con la richiesta continua di didascalie, di abbassamenti di livello, di cruciverba facilitati, però mi immagino Einaudi che si dispera e prega Piccolo di affiancare una traduzione, lo sai com’è pigro il pubblico di oggi, lo sai che è folle pensare che gli venga voglia di studiare.

C’è un momento, in questa struggente storia di Totò che crede di non aver combinato niente e, santiddio, è Totò, in questa piccola ricostruzione di quel grande problema umano per cui i colossi sono sempre pieni di insicurezze e gli scarsi son sempre pieni di mitomanie, c’è un momento in cui Piccolo racconta che Totò aveva bisogno di silenzio, di restare solo, prima di entrare in scena. «Perché entrare nella testa di un altro, che perdipiù non esiste, è una cosa da pazzi».

Incaponirsi a istruirci – noi, del secolo con le enciclopedie in tasca e la pigrizia nel cervello, noi per cui una coppia è una coppia e di certo Totò e Peppino non meritano d’essere studiati più di Pio e Amedeo, e poi su Netflix questo Totò non lo trovo, ci sono Nuzzo e Di Biase, è uguale – beh, sono abbastanza sicura che sia un’impresa non meno audace e un intento non meno folle. Non tutti i pazzi fanno gli attori.

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