Il futuro della città pubblica si costruisce negli spazi per l’infanzia

Aprile 2, 2026 - 22:00
 0
Il futuro della città pubblica si costruisce negli spazi per l’infanzia

Questo è un articolo del numero de Linkiesta Etc dedicato al tema del gioco, in edicole selezionate a Milano e Roma, e negli aeroporti e nelle stazioni di tutta Italia. E ordinabile qui.

Le grandi nevicate fanno sognare i bambini per una ragione semplice ma profonda: cancellano i flussi che segmentano, spezzano e stringono i nostri centri urbani. A dominare lo spazio pubblico oggi è ancora la carreggiata per i mezzi a motore. Poi vengono i marciapiedi, quindi le ciclabili. Procediamo in fila, separatamente, senza nemmeno un tentativo di convivenza, pensando che l’infrastruttura e la regolamentazione risolvano ogni problema.

Ma per qualche ora, come per magia, la neve riesce a eliminare i confini che separano le persone e a trasformare la città in un parco giochi, con norme da rinegoziare e una dimensione relazionale imprescindibile. Una rarità per le metropoli funzionaliste cui siamo assuefatti. «Quando cade la neve, il bambino prende il potere per un po’ e diventa il Signore della Città», diceva l’architetto olandese Aldo van Eyck (1918-1999), tra i pionieri della child-friendly city, un concetto che ha bisogno di allargarsi ed evolversi per avere un impatto davvero positivo (e democratico) sul tessuto sociale di una città del 2025. 

«Cito sempre van Eyck quando parlo del rapporto tra dimensione ludica e città. Dal 1946 al 1974, progettò più di settecento spazi per il gioco disseminati per Amsterdam, dove lavorava nell’ufficio tecnico comunale. Diffusi in centro e in periferia, sorsero sulle macerie delle aree bombardate durante la Seconda guerra mondiale», racconta Ruben Baiocco, docente di urbanistica all’Università degli Studi di Milano. I parchetti minimalisti di Aldo van Eyck aiutarono Amsterdam a dimenticare le ferite della guerra, ridando un senso a luoghi altrimenti destinati al consumo, al degrado o all’abbandono: «van Eyck partì da micro-spazi residuali, trasformati grazie a elementi economici come le pietre, i tubolari per le arcate o le vasche circolari di sabbia col muretto. Erano progettazioni lampo: pensava due-tre parchetti alla settimana e li realizzava nel giro di 15-20 giorni», prosegue. «Era urbanistica tattica ante litteram, ma più sostanziosa».

La crew di artisti torinese Truly Design ha realizzato ai Giardini Gilberto Govi di Genova – a due passi dal mare – un enorme murale pavimentale di una sirena con la Lanterna, storico simbolo del capoluogo ligure. L’opera, finanziata da Iren Luce Gas ed Elephase, ha ridato vitalità e colore a uno spazio che ora può essere utilizzato per praticare lo skateboard, la break dance e altre attività ludiche, offrendo uno spettacolo spontaneo ai passanti.

Il rapporto tra città e dimensione ludica in ottica di riqualificazione non è supportato da un modello preciso e universalmente condiviso. Possiamo però dire con certezza che i classici parchi giochi – delimitati all’interno di aree recintate e separate dal resto del contesto urbano – non rientrano in questo ragionamento: «Le ditte fanno gli scivoli con tutte le certificazioni di sicurezza e li installano in uno spazio. Ma così non c’è responsabilità di progetto. È più un catalogo di arredo». Il gioco rimodella la città quando reinventa il margine d’azione delle persone di ogni età, fascia di reddito, nazionalità, permettendo loro d’interagire con gli spazi quotidiani in modo nuovo, libero e gratuito. È un processo che può essere innescato dall’alto, attraverso progetti realizzati da studi di architettura e amministrazioni, oppure dal basso, spontaneamente, come un atto di ribellione alle logiche ufficiali che governano gli spazi. 

Pensiamo allo skateboard, al parkour, alle cacce al tesoro urbane – popolarissime per esempio a Napoli –, o ai giardini condivisi – due su tutti, in Italia, gli Orti Dipinti di Firenze o i Giardini Lea Garofalo di Milano, riportati in vita e gestiti interamente da volontari e comitati di quartiere. Da non dimenticare le manifestazioni che trasformano le strade – chiuse eccezionalmente al traffico motorizzato – in spazi dove fare yoga, installare un canestro, giocare a calcio, permettendo ai bambini di sperimentare nuove modalità di fruizione della città. «Scene come queste sono la normalità in posti come Saint-Tropez, dove nelle piazzette – in terra battuta e alberate – vediamo persone di tutte le età e di tutte le estrazioni sociali giocare a pétanque, variante delle bocce nata in Francia all’inizio del ʼ900». Il gioco ha uno straordinario potere di rigenerazione perché «sviluppa relazioni ed è il primo spazio di confronto tra bambini e adulti di lingue ed etnie diverse. L’aggregazione non è banale e il gioco è il primo esperimento di costruzione sociale per i cittadini in erba». I benefici non si limitano ai più piccoli, dicevamo. Un esempio di aggregazione intergenerazionale stimolata dalle attività ludiche è la 78th Street di Jackson Heights (Queens, New York), quartiere multiculturale, densamente popolato e privo di spazi pubblici di qualità. Nel 2007, una non profit ribattezzata Jackson Heights.

Il Nocomply – Struttura G055 di Giulio Vesprini, realizzato nl 2007 al Kukà Skatepark di Civitanova Marche. È un impianto di oltre 1 000 mq voluto dalla prima generazione di skaters civitanovesi. Racconta l’autore: «Qui dove sono nato e ho mosso i primi passi nei graffiti in un movimento underground contaminato da altre discipline, come lo skateboard, ho realizzato una sintesi per chi ama mescolarsi tra le mille sfumature che soltanto la strada può offrire».
Il Nocomply – Struttura G055 di Giulio Vesprini, realizzato nl 2007 al Kukà Skatepark di Civitanova Marche. È un impianto di oltre 1 000 mq voluto dalla prima generazione di skaters civitanovesi. Racconta l’autore: «Qui dove sono nato e ho mosso i primi passi nei graffiti in un movimento underground contaminato da altre discipline, come lo skateboard, ho realizzato una sintesi per chi ama mescolarsi tra le mille sfumature che soltanto la strada può offrire».

Green Alliance ha iniziato a organizzare azioni di disobbedienza civile per chiudere la strada al traffico e convertirla al gioco e allo svago di una cittadinanza altrimenti condannata alla noia o alla microcriminalità; tra anni dopo, ha raggiunto un accordo con l’amministrazione per la gestione esclusiva di un tratto di strada lungo 130 metri, pedonalizzato e trasformato in un’area giochi con tavolini, piante, prato sintetico, spazi per lo yoga e attrazioni per bambini.  

Donovan Finn, uno dei membri dell’associazione, nel libro The city at eye level for kids (2019) ha scritto: «A differenza di altre piazze pubbliche della città, gestite da proprietari privati e con un’estetica aziendale, la nostra strada è un progetto fai-da-te. Lo spazio è pulito, colorato e ben tenuto, ma relativamente funzionale. Non c’è un addetto alla sicurezza, non c’è sorveglianza, non ci sono regole affisse. La piazza è un crocevia dove persone di tutte le età si sentono benvenute. È uno dei pochi luoghi del quartiere in cui si incontrano regolarmente bambini, adolescenti, adulti senza figli e anziani convivendo in modo naturale».

Diversamente da un parco giochi, la strada «è una tabula rasa che può essere adattata a usi calibrati all’età. Gli adolescenti possono utilizzare uno dei grandi tavoli da picnic per chiacchierare, mentre il tavolo accanto può ospitare la festa di compleanno di un bambino. Intanto, skater e appassionati di parkour sfruttano in modo creativo le caratteristiche del design per le loro attività», prosegue. Il ruolo del gioco nelle città continua a interrogare urbanisti, architetti e antropologi di tutto il mondo. Nel 2001, in Skateboarding, Space and the City: Architecture and the Body, lo storico dell’architettura Iain Borden ha colto puntualmente il potere del già citato skateboard, uno sport in cui i corpi delle persone diventano strumenti per reinterpretare e ridiscutere gli spazi sottoutilizzati (dalle rampe alle panchine, passando per i muretti) o abbandonati. Un “attrezzo sportivo”, insomma, che è diventato un dispositivo dinamico prima di contestazione poi di ridefinizione dello spazio urbano.

Un’opera dell’artista Giovanni Magnoli, in arte Refreshink, sul manto di un campetto da basket pubblico ad Arona, in provincia di Novara. Realizzata ispirandiosi a uno stile mosaicale, l’opera si è potuta avvalere della collaborazione dell’Associazione 2KE20 e la Da Move Crew.
Un’opera dell’artista Giovanni Magnoli, in arte Refreshink, sul manto di un campetto da basket pubblico ad Arona, in provincia di Novara. Realizzata ispirandiosi a uno stile mosaicale, l’opera si è potuta avvalere della collaborazione dell’Associazione 2KE20 e la Da Move Crew.

Più di recente, la lente degli esperti si sta soffermando sui parchi giochi, che nel mondo anglosassone sono definiti “playground” – termine che negli Stati Uniti indica anche i campetti da basket. Larissa Hjorth (Royal Melbourne Institute of Technology) e Sybille Lammes (Università di Leida), in un paper intitolato Sensing Playgrounding: Playful Design Workshops to Reimagine the City as Playground (2023), parlano dell’importanza di ripensare e ricalibrare i parchi giochi urbani, rendendoli più fluidi, aperti e irregolari, garantendo «esperienze multisensoriali che superano le divisioni tra fasce d’età». È una dimensione essenziale per sviluppare creatività e senso critico, partecipando in prima persona alla «costruzione degli assemblaggi urbani». 

I giardinetti, spiega Baiocco, «sono interessanti, ma rispondono alla stessa logica funzionalista di divisione degli spazi confinanti tra loro. Ripensare la città come spazio che includa il gioco significa ribaltare la progettazione urbana odierna». Da questo punto di vista, ma non solo, Copenaghen è un punto di riferimento globale. La capitale danese ha 136 parchi giochi, ma è riduttivo definirli tali. L’esempio più calzante è il Superkilen, costruito tra il 2011 e il 2012 in un quartiere semi-periferico e dall’alto tasso di criminalità, Norrebro. Il Superkilen ha una disposizione lineare di 750 metri ed è diviso in tre parti: la prima è colorata di rosso; la seconda ha una pavimentazione grigia con delle linee bianche e irregolari che circondano le panchine e gli alberi; la terza è un’area verde con collinette, tavoli da pic-nic e spazi per il gioco e lo sport. I progettisti hanno cosparso l’area di oggetti che rappresentano le 57 comunità che vivono nel quartiere. Ovviamente gratuito, il Superkilen non rientra nella classica definizione di parco giochi, perché ha sovvertito i flussi urbani canonici e unito competenze, esperienze e professionalità diverse per riqualificare un quartiere ignorato dalla politica. Dietro il parco ci sono il genio e la sregolatezza del progettista Bjarke Ingels (fondatore dello studio Big) del trio di artisti danesi Superflex, celebri per coniugare in modo tutto nuovo le arti visive e la progettazione urbana.

Ripresa aerea del progetto di urbanistica tattica orizzontale Parole in Piazza, realizzato con la collaborazione di Bloomberg Philanthropies –, realizzato a Firenze, in Piazza Valdelsa, nel quartiere denominato Novoli. L’iniziativa ha come obiettivo di riconnettere spazialmente e graficamente gli spazi funzionali dell’area, sfruttando illustrazioni, elementi tipografici e vivaci cromatismi a cura dello studio fiorentino di graphic design Sale Grosso.
Ripresa aerea del progetto di urbanistica tattica orizzontale Parole in Piazza, realizzato con la collaborazione di Bloomberg Philanthropies –, realizzato a Firenze, in Piazza Valdelsa, nel quartiere denominato Novoli. L’iniziativa ha come obiettivo di riconnettere spazialmente e graficamente gli spazi funzionali dell’area, sfruttando illustrazioni, elementi tipografici e vivaci cromatismi a cura dello studio fiorentino di graphic design Sale Grosso.

I playground di Copenaghen mitigano anche gli effetti massivi dell’overtourism, fonte di attriti tra residenti e viaggiatori: «attrazioni turistiche, distribuiscono i flussi turistici che erodono gli spazi della città. Mentre sul tetto del termovalorizzatore Amager Bakke sono stati realizzati spazi verdi, una pista da sci artificiale funzionante 365 giorni l’anno, una parete d’arrampicata e un sentiero escursionistico. A Londra, invece, il progetto Urban Playground, pur avendo un’origine diversa da quella del Superkilen di Copenaghen, mostra di essere a quest’ultimo sovrapponibile, avendo entrambi l’obiettivo di cambiare narrazione e sostanza della città. L’esempio londinese ha infatti inteso colorire e ammorbidire il quartiere rigido e formale per eccellenza, la “City” economica e finanziaria della capitale britannica. Realizzato nel 2023 dallo studio McCloy + Muchemwa, Urban Playground non è né una scultura né un parco giochi, bensì un insieme di blocchi scolpiti da cui nascono mini-grotte, sedute, passaggi segreti e altri percorsi difficili da definire. D’altronde, non c’è un modo giusto o sbagliato di giocare: l’importante è abbandonare i pregiudizi e osservare la città da una prospettiva diversa, più leggera e comunitaria. Perché il gioco, conclude Baiocco, «è legato all’esperienza in uno spazio condiviso con altri. Collettiva per definizione». 

L'articolo Il futuro della città pubblica si costruisce negli spazi per l’infanzia proviene da Linkiesta.it.

Qual è la tua reazione?

Mi piace Mi piace 0
Antipatico Antipatico 0
Lo amo Lo amo 0
Comico Comico 0
Furioso Furioso 0
Triste Triste 0
Wow Wow 0
Redazione Redazione Eventi e News