La biodiversità non si perde per caso

Per anni abbiamo preso decisioni su produzione e consumo come se economia ed ecosistemi fossero separati, pur sapendo che ogni attività antropica poggia sul capitale naturale. La tutela della biodiversità è stata a lungo confinata all’ambito della conservazione e della protezione degli ecosistemi, mentre la sua integrazione nei processi decisionali è rimasta marginale, spesso ridotta a forme di filantropismo o a interventi compensativi.
Già da decenni, l’economia ecologica, da Herman Daly fino alla più recente riflessione di Partha Dasgupta, ha messo in discussione la compatibilità tra crescita economica e limiti biofisici, portando progressivamente questo tema al centro del dibattito istituzionale. Eppure, a fronte di questa evoluzione, la traiettoria globale della biodiversità non mostra segnali di inversione. Il punto non è la mancanza di conoscenza. Non è nemmeno l’assenza di strumenti. Il punto è che ciò che è economicamente razionale e profittevole per le imprese rimane, molto spesso, ecologicamente insostenibile. Questa tensione non è accidentale. È strutturale.
Negli ultimi anni, la governance della sostenibilità si è progressivamente sviluppata attorno all’idea che migliorare la qualità delle informazioni, in termini di trasparenza, disclosure e capacità di misurazione, potesse favorire un riallineamento tra decisioni economiche e obiettivi ambientali. Questo approccio ha reso più visibili alcune dimensioni del problema.
Tuttavia, mostra limiti evidenti quando applicato alla biodiversità.
Molti dei processi che ne determinano il declino, dalla conversione del suolo alla frammentazione degli habitat, fino allo sfruttamento eccessivo delle risorse, restano solo parzialmente rappresentati nei modelli economici e finanziari. I loro effetti si distribuiscono nello spazio, si manifestano nel tempo e difficilmente possono essere ricondotti a singoli attori. A complicare le cose c’è la dimensione globale del problema, in nome del “tutto è collegato”, espressione spesso ripetuta da Papa Francesco in senso molto ampio.
Allo stesso tempo, le dipendenze delle imprese dagli ecosistemi, dall’acqua all’impollinazione, fino alla stabilità climatica, faticano ancora a essere integrate in modo sistematico nei processi decisionali. Ne emerge una tensione più profonda: le imprese sono chiamate a gestire rischi legati alla biodiversità all’interno di un contesto decisionale che, nelle sue logiche di fondo, continua a generarli.
Per questo, il problema non può essere ricondotto al comportamento delle singole imprese. Le aziende non operano nel vuoto, ma all’interno di un sistema di condizioni normative, economiche, finanziarie, culturali e tecnologiche, che orienta ciò che è conveniente, ciò che è possibile e, in ultima istanza, le priorità decisionali. È all’interno di questa architettura che si colloca quello che la letteratura internazionale, e in particolare Ipbes nel suo ultimo report, definisce come enabling environment. Non si tratta di una metafora, ma di una configurazione concreta di regole, incentivi e capacità istituzionali che determina se le decisioni economiche tendono a degradare gli ecosistemi o, al contrario, a contribuire alla loro rigenerazione. In questo senso, l’enabling environment non è un elemento accessorio, ma la condizione stessa che rende possibile, o impedisce, l’allineamento tra attività economiche e sistemi naturali.
Oggi, questa architettura resta profondamente incoerente. I sistemi fiscali e i regimi di sussidio continuano a sostenere attività ad alto impatto ambientale: dai contributi ai combustibili fossili agli incentivi a pratiche agricole intensive, fino ai sussidi alla pesca industriale. Secondo Ipbes, flussi finanziari pubblici e privati per migliaia di miliardi di dollari l’anno continuano a contribuire al degrado degli ecosistemi, alimentando processi come la perdita di habitat, l’inquinamento e l’erosione della biodiversità, dinamiche che emergono con chiarezza anche nel contesto italiano e che sono già state analizzate, con rigore, nel dibattito sviluppato dagli autori di greenreport (qui e qui).
Allo stesso tempo, i mercati finanziari faticano a incorporare in modo sistematico i rischi legati alla natura, mentre gli strumenti di disclosure, pur in rapido sviluppo, restano spesso descrittivi più che trasformativi. Anche i principali indicatori macroeconomici continuano a misurare la crescita senza considerare l’erosione del capitale naturale che lo sostiene.
In questo contesto, richiedere alle imprese un miglioramento delle proprie performance non è solo insufficiente: significa trascurare le condizioni strutturali che orientano e delimitano lo spazio delle decisioni. Perfino le strategie aziendali più avanzate si confrontano con vincoli strutturali come incentivi distorti, asimmetrie informative, capacità operative disomogenee e, non da ultimo, rapporti di potere che contribuiscono a definire, e spesso a cristallizzare, le regole del gioco.
Questo non significa che l’azione delle imprese sia irrilevante. Significa piuttosto che non è sufficiente. Ad esempio, non basta affidarsi alle best practices di pochi volenterosi; al contrario, le operazioni di salvaguardia ambientale, controllo delle emissioni e tutela della biodiversità andrebbero facilitate, rese sistematiche e, soprattutto, valorizzate nell’ottica di produrre vantaggi per chi le effettua.
La perdita di biodiversità non è solo il risultato di ciò che non viene regolato. È anche il risultato di incentivi che la alimentano, di dimensioni che restano non misurate e di elementi esclusi dai processi decisionali. Per questo, il passaggio cruciale non è semplicemente migliorare gli strumenti esistenti, ma intervenire sulle condizioni che ne determinano l’efficacia.
In questo contesto, sta emergendo anche la necessità di nuove competenze e figure professionali in grado di operare all’intersezione tra sistemi economici ed ecosistemi. Profili come il biodiversity manager possono contribuire a tradurre le pressioni ambientali in informazioni rilevanti per i processi decisionali, supportando le imprese nell’integrare la biodiversità nelle proprie strategie operative. Tuttavia, il contributo di queste figure può essere efficace solo se inserito in un contesto che ne valorizzi il ruolo: senza un’evoluzione delle condizioni normative, finanziarie e istituzionali, anche le competenze più avanzate rischiano di rimanere marginali.
Riallineare sistemi economici e sistemi ecologici implica ripensare, in modo coordinato, politiche pubbliche, meccanismi di mercato, infrastrutture informative e capacità istituzionali. Non si tratta di rendere le imprese più sostenibili all’interno dell’attuale contesto. Si tratta di trasformare il contesto perché la sostenibilità diventi l’esito normale delle decisioni economiche.
Finché questo riallineamento non avverrà, la biodiversità continuerà a essere trattata come un vincolo esterno, anziché come una condizione necessaria al funzionamento dell’economia, e anche le iniziative più avanzate continueranno a essere assorbite da un sistema che, semplicemente, non cambia.
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