La Gialappa’s Band non fa più ridere come una volta, perché il cretinismo è diventato sistema

Molti anni fa, quando quelle fabbriche di imbecillità chiamate social network erano agli inizi, un amico intervenne in una discussione su Philip Roth scrivendo cinque parole che cerco sempre di tenere a mente. Le Vongola75 di allora stavano cianciando in tono Mary Wilkie (il personaggio di Diane Keaton in “Manhattan”, quella che dicendo «io e Ike abbiamo fondato l’accademia dei sopravvalutati» codifica il saperlalunghismo del secolo successivo), e il mio amico scrisse solo: ragazzini, un po’ di rispetto.
Adesso che abbiamo tutti l’età dei datteri, io e quelli della Gialappa’s Band siamo coetanei, ma – all’età in cui dieci anni facevano tutta la differenza del mondo – quei tre che facevano gli spiritosi prima che fare gli spiritosi diventasse la condanna collettiva d’una società allo sbando, quelli lì trenta o giù di lì anni fa hanno insegnato a chi all’epoca aveva vent’anni a guardare la televisione (sono anche stati forse gli ultimi a inventarsi un modo di farla).
Hanno, e questa è la parte più interessante, condizionato anche la percezione di chi come me non li ha mai granché guardati. In questi giorni – dopo che il loro programma su Sky è ricominciato con una puntata che aveva come ospite stabile Lorenzo Jovanotti – ho avuto diverse conversazioni sulla mutata formazione (sono da qualche anno in due, non più in tre) con gente che mi spiegava quali fossero le caratteristiche del terzo, gente cui m’è toccato confessare che io non sono mai stata in grado di distinguerli.
Com’è accaduto che io, che forse non ho mai visto una puntata intera di “Mai dire gol” o come diavolo si chiamavano i programmi dell’epoca, conosca tutti i personaggi comici che quelle trasmissioni contenevano? Perché cito Fabio De Luigi che invoca la tauromachia o Daniele Luttazzi che dice che questo telegiornale va in onda in forma ridotta per venire incontro alle vostre capacità mentali? Dove li vedevo? A “Blob”? Ha dunque la Gialappa’s inventato la tv dei pezzettini molto prima che ci fossero i mezzi per diffondere i pezzettini e molto prima che la tv esistesse solo in pezzettini?
Lunedì, quando ho visto l’interminabile programma che ora si chiama “Gialappa’s Show”, e che probabilmente ha senso solo in pezzettini instagrammabili, e che per intero dura quanto una prima serata di quelle che si allungano per tirar su lo share (la vita va così: o muori giovane e teppista, o diventi un adulto che si trasforma in ciò che prendeva per il culo), prima ancora che al mio amico e a Philip Roth ho pensato a una volta in cui si parlava di non ricordo quale film degli anni Novanta.
Poteva essere “Marrakech Express”, ma non ci giurerei. Comunque era un film con Abatantuono. Qualcuno aveva chiesto che dialogo ci fosse a un certo punto del copione, e una persona saggia aveva fatto un’ipotesi verosimile: «È una pagina bianca in cima alla quale c’è scritto: qui poi Diego si inventa qualcosa».
Mi è tornato in mente vedendo Brenda Lodigiani, che è così smaccatamente talentuosa e le forniscono un materiale così inconsistente che sospetto valga il lodo-Abatantuono: se sei così brillante a improvvisare, cosa m’incomodo a fare a scrivere per te, ma lo sai a che ora mi son svegliato stamattina (allora è il lodo-Guzzanti, direte voi, che ancora non vi siete arresi al fatto che quel lodo lì valga per tutto: il ventunesimo è un secolo fondato su «La bambina ha vomitato»).
In due ore e mezza (percepite: ventisette), io ho riso due volte. Quando Giovanni Vernia, facendo l’imitatore con suv di Jovanotti, rielabora l’istanza di Lorenzo sul riscaldamento climatico dicendo per parodia una cosa che avrei potuto dire io sul serio («L’unico modo di combatterlo è accendere l’aria condizionata»); e quando il mago Forest dice che la mucca Carolina è stata la sua prima fidanzata gonfiabile.
Per simmetria, citerò i due momenti in cui mi sono più imbarazzata. Lo sketch su Sabrina Ferilli, d’un livello che sarebbe parso troppo scarso pure a Pier Francesco Pingitore. E il finale, in cui i due fuori scena – ma te li immagini in piedi sulla sedia a dire la poesia di Natale – dicono «noi abbiamo fatto i cretini per due ore, ma in fondo siamo dei dilettanti, perché il mondo invece è in mano a cretini professionisti», e il mago Forest in scena risponde facendo la faccia seria «per molti popoli c’è poco da ridere causa guerre». Se vivi abbastanza a lungo, diventi miss Universo che vuole la pace nel mondo (ma almeno lei la pace nel mondo non la legge dal gobbo).
Tuttavia, non causa guerre ma causa viatico sul po’ di rispetto che ci vuole non solo quando si parla di Philip Roth, ma pure di gente che ha saputo fare benissimo quel mestiere difficilissimo che è trovare i comici giusti e prestarsi a far loro da spalla, io non sono qui a seppellire la Gialappa’s. Sono qui a chiedermi quale sia il loro ruolo in questo mondo nuovo.
Erano la voce dello spettatore, che in un tempo lontano stava sul divano di casa e nessuno lo ascoltava. Dicevano «ma cos’è questa roba» di fronte alla ridicolaggine, alle cialtronate, alle macchiette che si prendevano troppo sul serio. Era quando il grande pubblico non aveva un microfono, una telecamera, una cassetta della frutta di Hyde Park su cui salire ogni minuto di ogni giorno.
Adesso, che «ma cos’è questa roba» è un format delle nostre giornate e nelle nostre tasche, non più quello che possiamo vedere solo accendendo la tele mentre va in onda, adesso che appena chiunque inciampa su una buccia di banana nei nostri telefoni arrivano cinquemila meme e cinquantamila Mary Wilkie che alzano il sopracciglio e cinquecentomila Vongola75 che al poveretto che è inciampato berciano di vergognarsi, puntesclamativo, adesso, a cosa serve la Gialappa’s Band?
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