La guerra in Iran impatta anche sul costo della plastica e mostra un’altra vulnerabilità dell’Italia

C’è un legame critico tra la produzione di plastica, la dipendenza dai combustibili fossili e la vulnerabilità economica dell’Italia. Un legame, e una criticità, che stanno emergendo in tutta evidenza in queste settimane caratterizzate dal conflitto in Medio Oriente e dalla crisi energetica che ne è scaturita. Come sottolinea il think tank per il clima Ecco, l’industria della plastica è un pilastro del settore petrolchimico italiano e dipende fortemente dal petrolio e dal gas, utilizzati sia come materia prima che come fonte di energia per i processi produttivi. Questa dipendenza rende il settore estremamente vulnerabile alle oscillazioni dei prezzi energetici, come peraltro dimostrato già durante la crisi innescata dall’invasione della Russia ai danni dell’Ucraina.
«Alcuni operatori industriali – si legge nell’approfondimento pubblicato da Ecco – segnalano richieste di aumento dei prezzi di materiali plastici (come Pet e Hdpe) fino al 30%, motivate dalle tensioni legate al conflitto in Medio Oriente. Tali incrementi si trasmettono direttamente sui prezzi al consumo e risultano particolarmente rilevanti nel contesto italiano, dove gli elevati consumi di plastica e la forte dipendenza dalle importazioni ne amplificano l’impatto». Nel testo viene sottolineato che l’Italia è tra i principali paesi per consumo di plastica in Europa e il sesto importatore mondiale di plastica e prodotti in plastica: questo elevato utilizzo si riflette soprattutto nel settore degli imballaggi, dove il nostro Paese continua a registrare livelli di consumo elevati (secondo i dati Eurostat abbiamo produzione di rifiuti da imballaggio in plastica pari a quasi 39 kg per abitante, superiore alla media europea di 35 kg).
Tra l’altro non sono affatto di poco conto le cifre riguardanti anche l’import di plastica, considerato che nel 2024 ha superato i 22 miliardi di euro, proveniente principalmente da Germania, Belgio, Francia e Cina. «In alcuni segmenti, come quello delle bottiglie e contenitori in plastica – segnalano i ricercatori del think tank Ecco – la dipendenza dalla Cina è particolarmente marcata: il Paese è infatti il principale fornitore in termini di valore economico, con esportazioni verso l’Italia pari a 96 milioni di euro nel 2024».
Ecco allora le conclusioni a cui arrivano i ricercatori: «In questo contesto, la dipendenza italiana dalla plastica e dalle importazioni non rappresenta solo una criticità industriale, ma anche un elemento di fragilità macroeconomica. Infatti, nonostante l’Italia sia tenuta a versare all’Ue la plastic tax europea, un contributo calcolato sulla quantità di rifiuti d’imballaggio in plastica non riciclati, pari a 0,8 euro per chilogrammo, dal 2020 si continua a prolungare la sospensione della plastic tax nazionale, che permetterebbe di recuperare almeno in parte questo contributo, senza, peraltro, mettere in campo strumenti dedicati a ridurre in modo sostanziale il consumo di plastica. La plastic tax europea, introdotta dalla Decisione (UE) 2020/2053 del Consiglio del 14 dicembre 2020, configura una nuova risorsa propria del bilancio europeo, istituita per finanziare Next Generation Ee, il programma varato dalla Commissione europea in risposta alla crisi pandemica da COVID-19, di cui l’Italia è stata la principale beneficiaria, con oltre 190 miliardi di euro ricevuti». Il problema è anche rappresentato dal fatto che in Italia (sempre nel 2024) 1,2 Mt di imballaggi in plastica non sono stati riciclati, per cui il nostro Paese deve esborsare circa 751 milioni di euro, con un onere direttamente a carico del bilancio pubblico. Questo onere si inserisce in un contesto di crescita strutturale dei rifiuti plastici, che negli ultimi dieci anni sono cresciuti del 15%, passando da 33.9 kg per abitante nel 2013 a 38.8 nel 2023, a causa di effetti legati alla domanda. «In un contesto internazionale sempre più instabile, ridurre il consumo di plastica, rafforzare il riciclo e la produzione di plastiche bio-based non è soltanto una priorità ambientale, ma una leva strategica per contenere i costi, aumentare la resilienza del sistema produttivo e rafforzare la sicurezza economica del Paese – sottolineano i ricercatori di Ecco – In tale quadro, risulta necessaria l’introduzione di misure nazionali che contribuiscano a ridurre i consumi e ad aumentare il tasso di riciclo in prodotti di qualità».
La questione non riguarda ovviamente solo i ricercatori, non è una questione astratta. Le ricadute di questa nostra vulnerabilità si riflettono in modo drammaticamente concreto su interi settori produttivi italiani. Come spiegano i vertici di Unionplast, che è l’associazione di categoria aderente a Confindustria, la situazione della filiera delle materie plastiche sta peggiorando rapidamente, tanto che nel giro di pochi giorni si stanno registrando aumenti eccezionali dei prezzi, con incrementi che in alcuni casi arrivano oltre il raddoppio rispetto ai livelli di inizio anno. Parallelamente, sottolinea la federazione dei trasformatori delle materie plastiche, emergono segnali ancora più preoccupanti sul fronte degli approvvigionamenti: la riduzione della disponibilità di materiale sta evolvendo rapidamente verso uno scenario di shortage, con il rischio concreto di interruzioni nelle forniture e conseguenti effetti a catena lungo tutta la filiera. «Non siamo più in una fase di volatilità, ma in una situazione di crescente criticità per la filiera – spiega il presidente Unionplast, Massimo Centonze -. Se le attuali dinamiche dovessero proseguire, il rischio è quello di una riduzione della capacità produttiva, con possibili impatti su diversi comparti industriali».
Le imprese di trasformazione italiane si trovano infatti ad affrontare una situazione di estrema criticità operativa e finanziaria, caratterizzata dall’impossibilità di pianificare la produzione anche nel brevissimo periodo, dalla forte e improvvisa erosione dei margini industriali e dal rischio crescente di fermo degli impianti per mancanza di materia prima. Per molte aziende, soprattutto di piccola e media dimensione, si tratta di una condizione senza precedenti recenti, che mette a rischio la continuità produttiva nel giro di poche settimane.
Ecco perché Unionplast richiama l’attenzione sul ruolo strategico della filiera della trasformazione delle materie plastiche, essenziale per numerosi settori chiave – dal packaging alimentare al medicale, dall’automotive all’edilizia – e sottolinea come le criticità in atto possano propagarsi rapidamente lungo tutta la catena del valore, con effetti diretti sull’industria e sui consumatori. Alla luce della rapidità e della gravità con cui la situazione sta evolvendo, Unionplast evidenzia la necessità di mettere in campo una serie di misure di emergenza, che vanno da un monitoraggio continuo dell’andamento dei prezzi e delle dinamiche di mercato a misure straordinarie a sostegno della liquidità delle imprese a interventi per garantire la continuità degli approvvigionamenti.
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