La libertà di pensiero sotto assedio, in Europa e nel mondo

Mar 27, 2026 - 13:30
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La libertà di pensiero sotto assedio, in Europa e nel mondo

In Europa molte persone finiscono in carcere per aver esposto uno striscione, indossato un braccialetto o intonato un coro contro il governo, o per motivi simili. In Belarus arresti di questo tipo sono cronaca quotidiana da diversi anni. «Per noi il 25 marzo è il giorno della libertà, conquistato nel 1918, oggi non siamo liberi ma continuiamo a celebrare questa giornata nella speranza di poter riavere quello che ci è stato tolto», dice Yuliya Yukhno, attivista belarusiana incarcerata solo perché indossava un braccialetto bianco-rosso-bianco, cioè i colori della bandiera della Belarus indipendente.

Yukhno è intervenuta durante l’evento “Europa, Ucraina e libertà di pensiero”, promosso a Milano dalle istituzioni europee. L’iniziativa, organizzata dall’ufficio del Parlamento europeo a Milano e dalla Rappresentanza della Commissione europea, si è svolta al Palazzo delle Stelline e rientra nelle attività dedicate alla difesa delle democrazie, delle società aperte e dei dissidenti nei regimi illiberali. «Una cosa che vogliamo fare noi dissidenti è dissociarci dalla Russia, esattamente come gli Ucraini stanno ribadendo ogni giorno la loro indipendenza da Mosca che vorrebbe riportarla sotto il suo controllo. È una situazione complessa: il popolo belaruso è intrappolato a metà tra Europa e Russia, che storicamente è tornata a esercitare un ruolo di forza occupante a intervalli ricorrenti. Per questo esistono due Belarus: una, quella con la bandiera bianco-rosso-bianco, rappresentata da Sviatlana Tsikhanouskaya, e una filorussa illegale».

Dopo una prima parte dell’incontro dedicata principalmente all’Ucraina e al lavoro dell’Unione europea per aiutarla nella sua resistenza, nella seconda parte il focus si è spostato sul Premio Sakharov del Parlamento europeo per la libertà di pensiero e sul ruolo dell’Ue nella promozione dei diritti umani e della democrazia. Aprendo il dibattito, moderato dal direttore de Linkiesta Christian Rocca, la presidente del Consiglio comunale di Milano Elena Buscemi ha detto: «Il Premio Sakharov rappresenta il massimo riconoscimento dell’Ue per gli sforzi compiuti a favore dei diritti umani. È importante perché il neoimperialismo russo gioca un ruolo preminente, su Georgia, Ucraina, ma anche l’Ungheria, e poi c’è la propaganda e la disinformazione che si registra in tutti i Paesi d’Europa. Questo ci ricorda che i diritti umani non sono semplici astrazioni giuridiche, ma uno strumento necessario per proteggere le persone dallo strapotere di autocrati e dittatori dichiarati o camuffati».

Sul palco si sono alternati gli interventi di militanti e dissidenti provenienti da diversi Paesi, tra cui Belarus, Georgia, Russia e Iran, rappresentanti delle opposizioni e dei movimenti di resistenza nei rispettivi contesti.

Tra gli ospiti, al fianco di Yuliya Yukhno, c’era anche la cestista Yelena Leuchanka, arrestata durante le proteste in Belarus nel 2020, poi incarcerata e oggi in esilio in Grecia: «La mia storia non è unica: è una delle migliaia, uguali o simili, che riguardano i cittadini della Belarus.», ha detto Leuchanka. «Ho iniziato a giocare a basket a dieci anni e a quindici ho iniziato a giocare per la mia Nazionale. A diciassette anni ero negli Stati Uniti a giocare per la Wnba e ho sempre rappresentato la mia nazione con orgoglio e rispetto».

C’è stato però un momento, racconta Leuchanka, in cui qualcosa è cambiato. «Iniziavo a capire cosa stava accadendo nel mio Paese e nel 2020, anno di elezioni, qualcosa è cambiato: la gente ha smesso di stare in silenzio, ma potete immaginare che in un Paese in cui alzare la voce può costarti la libertà non è facile decidere di protestare. Ricordo quando due poliziotti mi fermarono, mi chiesero il passaporto e di seguirli sulla volante, solo perché avevo partecipato alle proteste antigovernative. Sono stata due settimane in una cella non più larga della mia apertura di braccia, lunga pochi metri, con delle compagne di cella. Ricordo di quando ci tolsero anche i materassi dalle brandine, costringendoci a dormire sulle doghe di metallo, in una cella fredda. Molto semplicemente: non hai più diritti, all’improvviso, e non ci sono avvocati a difenderti».

©Lorenzo Ceva Valla

Dalla Belarus alla Georgia, con l’intervento del musicista, attore e attivista italo-georgiano Luca Chikovani, che ha parlato della repressione costante del governo di Sogno georgiano ai danni dei cittadini: «Pochi conoscono la Georgia, un Paese che ha sofferto molto la vicinanza con la Russia e la forma di bullismo che applica agli Stati vicini. Nel 2008 sono stato a Gori, città natale di Stalin, ero in vacanza con mia nonna, ricordo che ci chiamarono la notte e ci avvertirono di un possibile pericolo. Era l’inizio dell’invasione russa». Oggi, a diciott’anni di distanza, il partito Sogno georgiano sta approvando leggi estremiste e filorusse, soprattutto stanno allontanando la Georgia dall’Europa: «I giovani georgiani chiedono l’Europa, vogliono lottare contro questo governo filorusso. E per loro c’è in particolare un sogno e un desiderio di Italia: questo Paese è il loro sogno americano».

La rappresentante dei “russi liberi” Maria Mikaelyan ha spiegato perché la Federazione Russa è una dittatura di stampo hitleriano: «Negli ultimi quattro anni abbiamo avuto testimonianza di un obiettivo molto chiaro della Federazione, cioè lo sterminio delle persone che si identificano come parte del popolo ucraino. Ed è quello che l’Europa e il mondo hanno visto sorgere e svilupparsi prima e durante il Terzo Reich». Ha poi aggiunto un aneddoto: «All’inizio di questo mese di marzo l’Ucraina ha riconosciuto una coppia gay come un nucleo familiare, una decisione storica per un Paese del territorio ex sovietico; il generale dell’esercito russo Roman Demurchiev ha inviato alla moglie le foto di un soldato ucraino mutilato durante torture, arrivando persino a prometterle una ghirlanda realizzata con le orecchie dei soldati torturati. Questa è la quotidianità del Paese da cui provengo io. Per questo non possiamo distogliere l’attenzione dall’Ucraina».

Il Premio Sakharov 2025 è stato assegnato ad Andrzej Poczobut dalla Belarus e a Mzia Amaglobeli dalla Georgia, che hanno pagato un prezzo elevato per aver osato affermare la verità dinanzi al potere, diventando un simbolo della lotta per la libertà e la democrazia, nonostante la repressione e la detenzione.

Andrzej Poczobut è un giornalista, saggista, blogger e attivista della minoranza polacca in Belarus. Noto per la sua opposizione al regime di Aleksandar Lukashenko, è diventato una figura simbolica nella lotta per la libertà e la democrazia in Belarus. Detenuto dal 2021 e condannato a otto anni di reclusione in una colonia penitenziaria, è stato sottoposto a isolamento e gli sono state negate cure mediche adeguate, anche quando le sue condizioni di salute si sono aggravate, mentre alla sua famiglia è stato negato il diritto di rendergli visita. Nonostante il deterioramento della sua salute, egli continua a difendere con fermezza la libertà e la democrazia.

Mzia Amaglobeli, giornalista georgiana e direttrice degli organi di informazione online Batumelebi e Netgazeti, è la prima donna prigioniera politica in Georgia dalla sua indipendenza e un’attivista per la libertà di espressione. È stata arrestata nel 2025 dopo aver partecipato a una protesta antigovernativa ed è stata incarcerata per due anni sulla base di accuse di matrice politica. È diventata un simbolo di spicco del movimento di protesta filodemocratico georgiano che si oppone al regime del partito Sogno georgiano dopo le contestate elezioni dell’ottobre 2024. Il 19 giugno 2025 il Parlamento europeo ne ha chiesto il rilascio immediato e incondizionato e ha condannato le autorità del partito Sogno georgiano per il loro continuo attacco alla democrazia, alla libertà dei media, alla società civile e all’indipendenza della magistratura.

©Lorenzo Ceva Valla

Nel 2023 il Premio Sakharov è stato assegnato a Jina Mahsa Amini e al movimento “Donna, vita, libertà” in Iran. La tragica storia della ragazza curda iraniana di ventidue anni evoca con forza la lotta per i diritti umani e la libertà delle donne in corso in Iran. Il 13 settembre 2022 Amini era stata arrestata dalla polizia iraniana a Teheran con l’accusa di aver violato le rigide norme sull’uso del velo. Tre giorni dopo è deceduta durante la detenzione. La morte di Amini ha innescato un focolaio di proteste in tutto l’Iran, guidate soprattutto da donne, al potente grido di “Donna, vita, libertà”. Per questo ultimo panel della giornata sono intervenute le attiviste iraniane Pegah Moshir Pour e Rayhane Tabrizi.

«Sono giorni molto difficili per gli iraniani, dentro e fuori dal Paese», ha detto Rayhane Tabrizi. «Per la terza volta in cinquant’anni gli iraniani stanno vivendo un’altra guerra, e nessun Paese vuole vivere sotto le bombe. Il popolo in questo momento sa che da un lato la guerra gli toglie forza e impeto, perché non ci sono risorse né energie, ma dall’altro c’è anche la consapevolezza che quest’attenzione può rafforzare i diritti e le richieste civili e sociali. In questi anni gli iraniani hanno dimostrato in tutti i modi di saper protestare. Ma di fronte a un regime fortemente armato serve una forza di pari livello. E mi piange il cuore pensare che l’unica potenza in grado di intervenire siano gli Stati Uniti, oggi guidati da Donald Trump, una figura decisamente poco affidabile. In questo momento la repubblica islamica è un pericolo per tutto il mondo e i suoi diplomatici in tutta Europa e nel resto del mondo sono come spie e avamposti al loro servizio, per questo auspichiamo che molti Stati decidano di chiudere i rapporti con queste ambasciate».

Le manifestazioni del movimento dei dissidenti iraniani, in particolare delle donne, sfidano l’oppressiva legge sull’hijab e chiedono il riconoscimento dei diritti civili, ponendo fine all’oppressione, alla discriminazione, alla tirannia e alla dittatura messe in atto dal regime. «Oggi parliamo di dialoghi tra Stati Uniti e Iran, ma sappiamo che questi negoziati non sentono la voce della popolazione iraniana, che da anni chiede la caduta del regime», ha detto Pegah Moshir Pour. «La popolazione iraniana è lasciata da sola, non ci sono bunker, non ci sono luoghi dove rifugiarsi. Il governo di Teheran non li aiuta, anzi, li impicca, continua a uccidere i suoi cittadini».

©Lorenzo Ceva Valla

I saluti finali sono stati affidati a Claudia Colla, Direttrice della Rappresentanza della Commissione europea a Milano, e Maurizio Molinari, Capo dell’Ufficio del Parlamento europeo a Milano. «C’è una responsabilità nostra, come Unione europea e come cittadini europei, di fronte a casi come quelli della Georgia, dell’Ucraina, della Belarus, dell’Iran, perché l’Europa e l’Ue sono nate come un progetto di pace, troppo spesso ce lo dimentichiamo», ha detto Colla. «Questa giornata è stata soprattutto un modo per mettere in contatto le persone, farle parlare tra loro, metterle insieme – ha detto in conclusione Molinari – e se le forze che ci dividono prevalgono su quelle che ci uniscono, perdiamo parte dei valori che l’Unione europea può esprimere».

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