Il Partito Democratico americano sta andando meglio, ma non ancora abbastanza

Mar 26, 2026 - 07:00
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Il Partito Democratico americano sta andando meglio, ma non ancora abbastanza

Vista la serie di sfortunati eventi della presidenza Trump, ci si chiede se il Partito Democratico americano saprà trasformare questo momento favorevole in una vittoria alle elezioni di metà mandato di novembre. Al momento la risposta è: ni. Il Partito Democratico sta andando meglio di quanto ci si aspettasse, ma non abbastanza bene da potersi dire davvero solido. Dopo la batosta di Kamala Harris alle presidenziali del 2024, i dem non hanno ancora ricostruito una relazione stabile con una parte decisiva dell’elettorato americano, soprattutto quella più sensibile ai temi economici.

Ci sono però una serie di segnali positivi che stanno attirando l’attenzione, tra vittorie locali ad alto valore simbolico e sondaggi favorevoli. Il caso più interessante arriva dalla Florida. Emily Gregory ha vinto un’elezione speciale per la Camera statale nel distretto 87, lungo la costa della contea di Palm Beach, che a noi non dice niente fin quando non menzioniamo il resort più famoso della zona, Mar-a-Lago, dove Donald Trump risiede spesso quando non è alla Casa Bianca.

La quarantenne Gregory ha ottenuto circa il 51 per cento dei voti contro il 48 per cento del repubblicano Jon Maples, sostenuto pubblicamente da Trump. Il dato più significativo è il confronto con il 2024: in quell’occasione il repubblicano Mike Caruso aveva vinto lo stesso seggio con un margine di 19 punti, segno che il distretto era considerato solidamente repubblicano. La campagna elettorale ha attirato più di un milione di dollari di spesa complessiva, un livello insolitamente alto per un’elezione locale, e forse una cifra esagerata per una affluenza così bassa: circa 15 per cento. Nelle settimane precedenti al voto, Maples è stato anche indebolito da polemiche sulla sua residenza nel distretto: nei giorni precedenti al voto erano emerse contestazioni sul fatto che non vivesse stabilmente nell’area che voleva rappresentare. Gregory non ha un curriculum politico così solido: di lavoro gestisce la sede locale di FIT4MOM, una comunità di fitness dedicata a donne in gravidanza e nel periodo post-parto. Ha costruito la sua vittoria su temi non ideologici: sanità, costo della vita, accesso alla casa e un’organizzazione capillare sul territorio.

La vittoria a casa Trump non basta per gridare alla riscossa nazionale del Partito democratico, visto che ad Arcore, dove c’era una delle 20 case di Berlusconi, tra il 1997 e il 2016, solo una volta ha vinto le elezioni comunali il candidato di Forza Italia. 

Ma la Florida non è un caso isolato. Dall’inizio del 2025 i democratici hanno ribaltato circa 29 seggi statali, compreso in Texas dove Taylor Rehmet, operaio sindacalizzato e veterano dell’Air Force, ha vinto un’elezione speciale per il Senato statale nella contea di Tarrant. Ha battuto Leigh Wambsganss, anche lei sostenuta da Trump, con oltre 14 punti di scarto. La candidata trumpiana ha attribuito la sconfitta anche a una tempesta che avrebbe ridotto l’affluenza tra i repubblicani nel fine settimana del voto; una scusa che si posiziona a 9 su 10 nella scala Walter Mazzarri, l’allenatore di Napoli e Inter che spesso attribuiva sconfitte e pareggi al tempo di recupero, il meteo, i calci d’angolo.

C’è un filo rosso in questa riscossina del Partito democratico. Sono vittorie ottenute in elezioni speciali con un’affluenza bassa, elettorato più motivato, forte peso delle organizzazioni locali. Non è scontato che si possa replicare lo stesso risultato nelle elezioni di metà mandato, ma c’è una tendenza: i democratici sono più capaci di portare i propri elettori alle urne. Non è poco, non è tutto, ma è qualcosa. 

Nelle elezioni di metà mandato il partito del presidente degli Stati Uniti perde spesso la maggioranza di una delle camere e i dem potrebbero sfruttare le due preoccupazioni degli americani in questo momento. Il primo è il costo della vita, il secondo la guerra in Iran, entrambe causate da Donald Trump che ha un tasso di approvazione al 36 per cento (Ipsos/Reuters), uno dei livelli più bassi di sempre. 

Secondo i sondaggi i Democratici potrebbero riconquistare facilmente la Camera dei rappresentanti: a livello nazionale raccolgono circa il 49 per cento delle intenzioni di voto contro il 42 per cento dei Repubblicani. Se il vantaggio fosse confermato, sarebbe sufficiente a superare la soglia dei 218 seggi necessari per la maggioranza. Tra gli indipendenti, spesso decisivi nei collegi in bilico, il margine è di circa 18 punti, mentre tra gli elettori ispanici, che nel 2024 avevano mostrato una maggiore apertura verso i repubblicani, il vantaggio democratico è di oltre 20 punti.

Al Senato la situazione è più complessa. I Repubblicani partono da una maggioranza di 53 seggi contro 47, e a novembre si rinnoveranno solo 33 seggi su 100. Molti di questi si trovano in Stati a orientamento conservatore o già saldamente repubblicani, come Texas, Montana e Alaska, mentre diversi Democratici devono difendere posizioni in territori difficili come Michigan e Georgia. Non tutto però è già deciso. Alcuni sondaggi sono particolarmente positivi per i Democratici. In Alaska, Mary Peltola è leggermente avanti nei sondaggi contro Dan Sullivan, così come in North Carolina, Roy Cooper risulta in vantaggio su Michael Whatley; in Maine la corsa contro Susan Collins è abbastanza equilibrata; e in Texas il democratico James Talarico, di cui abbiamo già parlato, non partirà battuto con il senatore uscente John Cornyn che però potrebbe essere sfidato alle primarie repubblicane dal procuratore generale texano Ken Paxton. Se il Partito Democratico riuscirà a difendere tutti i suoi seggi e a conquistarne quattro tra questi, arriverebbe a 51, sufficienti per ottenere la maggioranza al Senato.

In vista di novembre rimarrà irrisolto il dilemma strategico tra le due anime del partito. Una parte dei candidati, come Talarico, punta su un’agenda moderata, centrata su costo della vita, sanità e lavoro. È la linea che funziona meglio in Florida o in Texas per attrarre elettori moderati e indipendenti. L’altra anima del partito, quella di Zorhan Mamdani, spinge di più su giustizia sociale e diritti civili, ottenendo parecchio consenso in Stati già ampiamente dei democratici, come New York e la California. Per le midterm sarà addirittura un vantaggio avere due visioni diverse, per le presidenziali sarà il vero ostacolo da superare. 

Ma non è solo questo il problema del Partito democratico. Una delle analisi più lucide l’ha fatta il governatore della Pennsylvania, Josh Shapiro, uno dei pochi leader dem che governano in uno Stato competitivo. Nel podcast “Talk Easy” condotto da Sam Fragoso, Shapiro ha spiegato che finora i democratici «hanno fallito nel produrre risultati tangibili per le persone» e che la distanza tra realtà e percezione è sempre più ampia. I dirigenti del Partito democratico misurano il successo solo in termini di leggi approvate, fondi stanziati, indicatori macroeconomici. Gli elettori sono più prosaici, guardano alla qualità della scuola dei figli, la sicurezza del quartiere, il costo della vita: è su questo terreno che si è aperta la frattura.

«Le persone vedono che il governo non lavora per loro, non risolve i loro problemi. Non è solo una questione di comunicazione, è una questione di fare davvero le cose. Approvare una legge è un conto, far arrivare davvero i benefici alle persone è il secondo passo».  Secondo Shapiro, il Partito democratico deve concentrarsi sull’implementazione delle sue politiche. Meno ideologia, più pragmatica: scuole migliori, maggiore sicurezza, tasse più basse, opportunità di lavoro. È così che si ricostruisce la fiducia. Appunti utili anche per il Partito democratico italiano.

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