La mascalzonata di paragonare l’Iran di Trump all’Iraq di Bush

Mar 7, 2026 - 08:00
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La mascalzonata di paragonare l’Iran di Trump all’Iraq di Bush

Ho trascorso buona parte degli anni duemila a raccontare la dottrina di sicurezza nazionale americana post 11 settembre chiamata “regime change”, con articoli, libri, blog e documentari televisivi. Ogni volta mi sono sentito ribattere con disdegno che non era vero niente, che gli americani non avevano invaso l’Afghanistan e l’Iraq per cambiare quei regimi dispotici e promuovere la democrazia come condizioni necessarie per proteggere la sicurezza nazionale, semmai lo avevano fatto per mettere le mani sul petrolio iracheno. «No war for oil», ricordate?

Di fronte all’attuale circo equestre trumpiano in Venezuela e in Iran, più o meno gli stessi (e i loro epigoni) che in quegli anni spiegavano che dietro la defenestrazione dei talebani dall’Afghanistan e dei fascisti islamici del Baath di Saddam dall’Iraq non c’era nessun nobile pensiero strategico, oggi, nell’anno del Signore 2026, sostengono che Trump vuole cambiare il regime di Maduro e quello degli Ayatollah commettendo lo stesso errore di George W. Bush in Afghanistan e in Iraq.

Ci vuole una bella faccia tosta a sostenere adesso questa tesi, appropriandosi di una cosa negata vent’anni fa e applicandola a vanvera ai fatti di oggi. So che cos’è il regime change, ho scritto un libro che si intitola “Cambiare regime”, ho molti amici regime change, e posso dire con assoluta certezza che quello che ha fatto Trump in Venezuela e sta facendo in Iran non è regime change.

Cambiare regime vuol dire cambiare la natura del potere costituito, abbattere la dittatura e sostituirla con un sistema più o meno democratico, un’operazione che, peraltro, limitatamente a questo, ha avuto successo sia in Afghanistan sia in Iraq, con la caduta dei talebani e del Baath, sostituiti da sistemi politici e forme di organizzazione dello Stato di segno opposto.

Il cambio di regime in Iraq è stato talmente radicale che la principale causa del caos successivo alla destituzione di Saddam, e quindi del fallimento dell’invasione, secondo i critici è stata la de-baathificazione, cioè aver smantellato in tutto e per tutto il sistema di potere fascista iracheno, a cominciare dall’esercito, altrimenti non sarebbe stato, appunto, possibile un cambio di regime. La stessa cosa è avvenuta in Afghanistan, con i talebani cacciati da Kabul.

Il regime change in Afghanistan e in Iraq c’è stato, a non aver funzionato è stata la transizione alla democrazia e il nation building, se non a costi umani inaccettabili. Anche se non va sottovalutato che, vent’anni dopo, l’Iraq non sarà la Svizzera ma è un paese decisamente più libero di prima, mentre in Afghanistan i talebani sono rientrati al potere rovesciando il regime rappresentativo che si era installato dopo l’invasione americana proprio grazie a una trattativa conclusa da Trump durante il suo primo mandato, e poi stupidamente e malamente eseguita, anziché stracciata, da Joe Biden.

Trump, insomma, nel suo carniere può vantare effettivamente un cambio di regime, ma è quello del ripristino della dittatura talebana, mentre sta lavorando alacremente per un secondo risultato di questo tipo, non in Venezuela né in Iran, ma in casa, col tentativo di trascinare l’America verso un regime autoritario.

Far passare Trump come un promotore del regime change in Venezuela e in Iran è un’impostura doppia. Trump è stato eletto promettendo che la sua America Great Again non avrebbe mai più promosso la democrazia in giro per il mondo, e che non avrebbe mai provato a cambiare i regimi dispotici di paesi stranieri come hanno quasi sempre fatto i presidenti americani prima di Obama.

Probabilmente questa è una delle poche promesse che Trump sta realmente mantenendo: prima ha chiuso tutti i rubinetti del soft power americano e gli strumenti di promozione della democrazia, poi ha imposto dazi commerciali a casaccio e ora sta facendo campagna elettorale per tutti gli autocrati del pianeta, minacciando gli storici alleati democratici degli Stati Uniti.

In Venezuela ha sostituito il dittatore Nicolas Maduro con la vicedittatrice Delcy Rodríguez e adesso ha formalmente ripreso i rapporti diplomatici con il regime, rimasto perfettamente intatto al suo posto. In Iran ha ucciso il Grande Ayatollah Ali Khamenei e qualche suo sottoposto, e ora sta cercando tra i superstiti un sostituto, mentre spiega a tutti che il modello dell’operazione è, appunto il Venezuela, non l’Iraq di Bush.

Trump fa leader change, non regime change, vuole rimuovere solo i vertici dei regimi per non cambiare nulla e quindi contare su interlocutori più malleabili, e spaventati, con cui lui e la sua famiglia possono fare affari; oppure, come nel caso dell’Iran, per fare un favore a Mohamed Bin Salman e a Benjamin Netanyahu, naturalmente da riscattare al più presto.

Nonostante l’evidenza contraria, il dibattito italiano si concentra invece sul concetto di regime change, con i liberali di sinistra e di destra che esultano per la fine del regime comunista di Maduro e di quello islamista di Khamenei, anche se sono entrambi in piedi proprio perché Trump non ha nessuna intenzione di farli crollare; e con la sinistra ex comunista che vent’anni fa ignorava o negava il progetto strategico dietro la risposta americana dopo l’11 settembre e che invece ora descrive la baracconata trumpiana come la riproposizione dell’esportazione della democrazia.

Nessuno di loro, infine, si chiede come mai tutti ma proprio tutti i famigerati neoconservatori che spingevano Bush ad aderire al progetto per un nuovo secolo americano siano never trumper della prima ora, e spesso oggetto di attacchi diretti dei pochi trumpiani dotati di un minimo di cultura politica come J.D. Vance.

Questo dibattito menzognero si celebra anche in Parlamento, che ormai si è trasformato nella terza piattaforma di talk show del paese dopo La 7 e Retequattro, in un ribaltamento surreale del famoso adagio su Porta Porta come terza Camera del paese.

Mi è capitato addirittura di sentire su Radio Radicale l’intervento in Aula di chi non si è limitato a considerare regime change sia le campagne bushiane sia quelle trumpiane, ma anche la questione della Siria, che notoriamente è stato il caso di scuola degli effetti del mancato intervento armato americano, in quel caso di Barack Obama, nonostante il regime siriano avesse usato armi di distruzione di massa e alla fine ucciso mezzo milione di persone. 

La dottrina del cambio di regime può essere considerata giusta o sbagliata, un successo come nei Balcani o nel Kurdistan iracheno o un disastro come in Afghanistan e nel Medioriente infestato dall’islamismo, ma non può essere paragonata in nessun modo ai metodi mafiosi degli interventi militari di Trump.

Le politiche per cambiare la natura dei regimi dispotici nascono a metà degli anni Novanta dalla necessità di un’ingerenza democratica, anche con le armi, in caso di catastrofi o di crimini di regimi sanguinari, innanzitutto come dovere umanitario che si intreccia con le esigenze di sicurezza globale.

È stato un impegno che la comunità internazionale, spinta dai governi progressisti, ha sentito di doversi assumere, dopo aver assistito inerte al genocidio di un milione di persone in Ruanda.

La pulizia etnica serba in Kosovo è stato il banco di prova, superato, di questa dottrina democratica, mentre il pantano iracheno ha decretato la fine dell’illusione. Pensare che Trump possa essere a conoscenza di che cosa significhi regime change o minimamente interessato ai principi di ingerenza democratica è una gran mascalzonata e l’ennesimo riflesso populista della politica italiana.

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Redazione Redazione Eventi e News