Secondo l’intelligence americana l’Iran è stato indebolito, ma il regime è ancora «intatto»

La guerra in Medio Oriente continua a produrre effetti militari, economici e politici, ma anche a mettere in discussione le stesse motivazioni che hanno portato gli Stati Uniti a intervenire. Le ultime audizioni al Senato americano hanno infatti restituito un quadro più complesso – e contraddittorio – rispetto alla narrazione della Casa Bianca.
Secondo Tulsi Gabbard, direttrice dell’Intelligence nazionale (Dni), l’Iran è stato duramente colpito dalle operazioni militari congiunte di Stati Uniti e Israele: la leadership è stata «largamente degradata» e la capacità di proiezione militare del Paese è stata fortemente ridimensionata. Eppure, ha aggiunto, il governo iraniano «appare ancora intatto». Una valutazione che mette in dubbio l’efficacia della cosiddetta strategia della decapitazione, cioè l’eliminazione sistematica dei vertici politici e militari per indebolire il regime.
Ma il punto più delicato emerso durante l’audizione riguarda le ragioni stesse della guerra. Sia Gabbard sia il direttore della Cia John Ratcliffe hanno evitato di confermare una delle principali giustificazioni utilizzate da Donald Trump: l’esistenza di una minaccia imminente da parte dell’Iran. Al contrario, le valutazioni dell’intelligence indicano che Teheran sarebbe ancora lontana dallo sviluppo di missili in grado di colpire direttamente gli Stati Uniti, con un orizzonte che potrebbe estendersi fino al prossimo decennio.
La frattura tra analisi tecnica e decisione politica è emersa con ancora più chiarezza in un passaggio particolarmente significativo dell’audizione. Pressata dai senatori democratici sulla natura della minaccia iraniana, Gabbard ha sostenuto che stabilire cosa sia «imminente» non spetta all’intelligence, ma al presidente. Una posizione inusuale, che di fatto trasferisce alla Casa Bianca una funzione tradizionalmente affidata agli apparati di sicurezza: la valutazione indipendente dei rischi.
Dietro questa scelta c’è anche una tensione interna all’amministrazione. Uno dei principali collaboratori di Gabbard, Joe Kent, si è dimesso contestando apertamente la guerra e sostenendo che l’Iran non rappresentasse una minaccia immediata per gli Stati Uniti. Le sue posizioni hanno creato imbarazzo politico e costretto la direttrice dell’intelligence a un difficile equilibrio tra fedeltà al presidente e credibilità istituzionale.
Nel frattempo, sul terreno, il conflitto continua ad allargarsi. Israele prosegue gli attacchi mirati contro i vertici iraniani e le infrastrutture militari, mentre Teheran risponde con operazioni indirette e pressioni regionali. La morte di figure chiave del regime – tra cui il ministro dell’Intelligence – non ha però prodotto il collasso sperato, confermando la resilienza della struttura di potere iraniana.
Anche il fronte energetico resta altamente instabile. Gli attacchi contro infrastrutture nel Golfo e il blocco parziale dello stretto di Hormuz hanno fatto impennare i prezzi di petrolio e gas, aumentando la pressione sui mercati globali e spingendo Washington a misure straordinarie, come l’allentamento temporaneo di alcune sanzioni sul petrolio russo.
Il risultato è un quadro in cui gli obiettivi strategici appaiono meno chiari. Da un lato, l’Iran è stato indebolito sul piano militare; dall’altro, il regime non è crollato e continua a esercitare una capacità di destabilizzazione regionale. E soprattutto, le basi politiche dell’intervento americano risultano sempre più controverse, proprio mentre il conflitto entra in una fase potenzialmente più lunga e imprevedibile.
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