La nuova strategia europea per la decarbonizzazione passa dall’Industrial accelerator act

La Commissione europea ha presentato, dopo molti rinvii, la sua proposta di Industrial accelerator act (Aai), un Regolamento in attuazione del Clean industrial deal ma che accoglie anche le proposte del Rapporto Draghi sulla competitività. Il testo della proposta è corredato da alcuni allegati e da una corposa (300 pagine) relazione di impact assessment. La proposta passerà ora alla fase di negoziazione presso il Parlamento europeo e il Consiglio dell'Unione europea per la definitiva adozione.
La prima cosa che si nota è che si torna a parlare di Industria, parola passata di moda in Europa (e in Italia) negli ultimi decenni, sopraffatti da servizi e economia immateriale. Nel mondo globale incerto serve avere un po’ di “ciminiere”. L’obiettivo è esplicito nei documenti presentati: la manifattura europea è passata dal 17,4% nel 2000, al 14,3% del totale del Pil continentale, una discesa forte, da desertificazione industriale progressiva. Ora la Commissione vuole tornare al 20%, come obiettivo al 2035, creando nuovi 150.000 posti di lavoro (tute blu) nei settori industriali chiave. Il Regolamento si applica a tutta la manifattura, ma un modo specifico ad alcuni settori strategici, come l’acciaio, il cemento, l’alluminio, sostanze chimiche. Ma anche ad alcuni prodotti e tecnologie specifiche: le batterie, i sistemi di stoccaggio dell'energia a batteria (Bess), il solare fotovoltaico, le pompe di calore, l'eolico, gli elettrolizzatori e le tecnologie nucleari. Settori che valgono circa il 15% della intera industria europea. Una decisione saggia: non c’è crescita né sicurezza senza produzione industriale.
Per farlo la Commissione promuove il Made in Europe, una norma di sapore protezionistico, che favorisce il principio “buy local”, avversato però da alcuni Paesi membri e alcune categorie che temono aumento dei prezzi, un disincentivo agli investimenti e una perdita di competitività dell’Europa. Le parole del vicepresidente esecutivo della Commissione Stéphane Séjourné indicano un fondamentale cambio di dottrina: «Il denaro dei contribuenti europei deve servire a sostenere l’occupazione e la produzione interna». La legge introduce una “preferenza europea” mirata per i settori individuati. Interventi misurati e graduali che puntano a mantenere il carattere aperto del mercato europeo, ma anche a raggiungere la sicurezza sugli approvvigionamenti e la decarbonizzazione dei settori a più alte emissioni: su questo punto ci sarà una discussione accesa.
Il principale strumento messo in campo è la spesa pubblica, gli acquisti della Pubblica amministrazione e delle imprese che ricevono fondi pubblici: almeno 2500 miliardi di euro anno (il 16% del Pil europeo), una leva potente per orientare la produzione europea. Nei settori strategici le pubbliche amministrazioni europee saranno chiamate a comprare prodotti europei, e prodotti europei a basso contenuto di carbonio. Oggi il 55% degli acquisti pubblici è orientato dal criterio del prezzo più basso. L’idea è quella di individuare “mercati guida” per i quali la spesa pubblica deve essere selettiva e promuovere lo sviluppo delle industrie europee.
Ma la proposta prevede anche altri strumenti: vincoli agli investimenti esteri sopra 100 milioni di euro ad usare manodopera, tecnologie e risorse europee; semplificazione nelle autorizzazioni e realizzazione di Aree di accelerazione, incentivi.
Ma in che modo questo nuovo strumento promuove decarbonizzazione e economia circolare? Iniziamo dalla decarbonizzazione, ricordando che nel 2024 l’industria europea era responsabile del 26,2% delle emissioni di gas serra. A partire dal 2029 saranno introdotti requisiti low carbon per l’acciaio, e sia low carbon che di origine Ue per calcestruzzo e alluminio. I dettagli di queste scelte saranno definiti da una normativa separata di applicazione, che dovrebbe anche indicare lo sviluppo progressivo di quote verdi ed europee nei diversi settori. Si è deciso quindi di intervenire soprattutto sui settori ad alto intensità energetica. Ma non sempre il criterio “local” è coerente con il criterio “green”. Il requisito di origine europea per esempio per le tecnologie pulite potrebbe non favorire lo sviluppo dell’offerta europea, considerato il ritardo in questi settori dell’attuale industria continentale.
L’Iaa poi propone requisiti di origine europea per veicoli elettrici e ibridi, con la indicazione di essere assemblati in Europa e di avere contenuti minimi di produzione europea. Anche qui stesso rischio, tanto che la norma concede tre anni all’industria europea per diventare competitiva. Si è scelto quindi di produrre in Europa le tecnologie verdi necessarie alla decarbonizzazioni invece di importarle.
Ancora meno chiaro l’impatto del provvedimento in termini di economia circolare. Promuovere l’acquisti di prodotti europei e soprattutto low carbon nei settori industriali strategici, fa pensare indirettamente ad un aumento della quota di materiale di riciclo rispetto al materiale vergine (specie nei metalli, nel vetro e nella carta), grazie alla più alta efficienza energetica dei processi produttivi basati su rottame e macero. Ma niente di più di questo. L’industria europea del riciclo (fortissima) non sembra oggetto dell’attenzione dell’Iaa, che forse rimanda questa attenzione al prossimo Circular economy act o ai provvedimenti su Ecodesign. Ma forse si può fare di più. Forse nelle “Aree di accelerazione” si punterà alle simbiosi industriali e alle filiere circolari, oltre che alla decarbonizzazione.
L'Iaa dovrebbe creare un notevole valore aggiunto e posti di lavoro di alta qualità per l'Ue. Le sole misure per una domanda a basse emissioni di carbonio potrebbero generare oltre 600 milioni di euro di valore aggiuntivo nelle industrie dell'acciaio, dell'alluminio e del cemento entro il 2030 e fino a 10,5 miliardi di euro lungo l'intera catena del valore del settore automobilistico. Creerà anche decine di migliaia di posti di lavoro, tra cui 85.000 in progetti di batterie e 58.000 nella produzione solare, salvaguardando al contempo i posti di lavoro esistenti in acciaio, alluminio e cemento mentre questi settori passano a una produzione più pulita
In totale, la legge dovrebbe risparmiare 30,58 milioni di tonnellate di anidride carbonica nelle industrie ad alta intensità energetica (acciaio, cemento e alluminio), batterie e componenti per veicoli. La razionalizzazione delle procedure di autorizzazione accelererà l'attuazione dei progetti di decarbonizzazione, accelerando così i risparmi di gas a effetto serra di un settore che rappresenta il 22,5% delle emissioni totali di gas a effetto serra dell'Ue.
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