La partita dell’intelligence militare dietro le tensioni Crosetto-Mantovano

Giovedì Matteo Renzi ci aveva provato, parlando di «qualcuno» che «all’interno dei servizi di intelligence» avrebbe «messo nel bersaglio il ministro della Difesa», di «una tensione» tra i servizi di intelligence e lo stesso ministro Guido Crosetto e di «veline» su «alcune testate» su «un conflitto» tra il ministro e il sottosegretario Alfredo Mantovano, Autorità delegata per la sicurezza della Repubblica, ovvero l’uomo a cui Giorgia Meloni, presidente del Consiglio, ha affidato la gestione dell’intelligence. «Ho piena fiducia in Alfredo Mantovano», ha ribattuto Crosetto al leader di Italia Viva nel corso della discussione generale al Senato sulle comunicazioni per la richiesta di aiuti dai Paesi del Golfo. Il giorno prima era toccato a Mantovano provare a gettare acqua sul fuoco: «Da tre anni e mezzo, i dossier riguardanti la sicurezza e la difesa, come possono attestare tutti i ministri, sono trattati dal governo con piena e totale intesa tra coloro che hanno competenza in materia», aveva dichiarato nel corso della presentazione della relazione annuale dell’intelligence.
I riflettori sulla vicenda si sono accesi, o meglio riaccesi, dopo il viaggio del ministro a Dubai. Era lì, in una commistione opaca di faccende private e impegni istituzionali come scritto dal Post, e ci è rimasto bloccato per diverse ore, mentre Stati Uniti e Israele, sabato 28 febbraio, lanciavano la loro offensiva contro l’Iran. Nei report dell’intelligence italiana un attacco in quel fine settimana era definito «altamente probabile». Era a Dubai «in ferie» e l’intelligence «non monitora i viaggi privati dei ministri», ha puntualizzato Mantovano sempre mercoledì. Sempre Il Post ha raccontato che è stato il capocentro dell’Aise a Dubai ad accorgersi per primo della presenza del ministro negli Emirati Arabi Uniti.
Ma la vicenda non è nuova, anzi. Le ruggini tra Crosetto e Mantovano erano già emerse quando il governo Meloni stava nascendo, con il ministro della Difesa che invitava Meloni a replicare quanto fatto dal successore, Mario Draghi, che aveva deciso di affidare la delega all’intelligence a un sottosegretario, Franco Gabrielli, che aveva solo e soltanto quell’incarico. Oggi, invece, Mantovano è anche segretario del Consiglio dei ministri e ha la delega all’antidroga. Forse per non oberare l’Autorità delega, o forse per evitare che l’Autorità delegata fosse proprio Mantovano. Il sottosegretario ha la delega e non ascolta molto gli altri. Le nomine ai vertici delle due agenzie e del Dis, la struttura di coordinamento, confermano che è lui l’unico titolare del dossier.
Di rapporti «non particolarmente buoni» con il servizio estero, cioè l’Aise diretta dal 2020 da Giovanni Caravelli, Crosetto aveva parlato già nel gennaio del 2024 al procuratore di Perugia, Raffaele Cantone. In quel caso Crosetto aveva chiesto di essere ascoltato dal magistrato in seguito a una fuga di notizie che lo aveva riguardato e di cui aveva chiesto conto allo stesso Mantovano, oltre che al direttore Caravelli. La risposta di Mantovano, quando il verbale divenne pubblico, fu quello di chiedere al ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, con il quale il rapporto è solido, di nominare Caravelli prefetto per confermargli la fiducia. L’abbraccio di ottobre 2024 a Ciampino tra Crosetto e Caravelli doveva servire a fugare i dubbi sulle presunti tensioni. Ma così non sembra essere stato.
Forse anche perché alla base c’è la volontà del ministro di rafforzare, o meglio ricostituire l’intelligence militare. La riforma dell’intelligence del 2007 (la legge 124) ha mantenuto sotto la Presidenza del Consiglio il coordinamento, dando al neonato Dis un ruolo più forte di quello del predecessore, il Cesis. Ma soprattutto ha portato sotto Palazzo Chigi le due agenzie, Aise e Aisi, nate rispettivamente da Sismi e Sisde, che dipendevano dal 1977 (legge 801) dai ministeri della Difesa e dell’Interno. Non è un tema nuovo: già nel 2009 l’allora ministro della Difesa, Ignazio La Russa, oggi presidente del Senato, sosteneva la necessità di un’intelligence militare. Questione chiusa dall’allora presidente del Copasir, Francesco Rutelli, che gli aveva ricordato sia l’ampia condivisione alla base della riforma del 2007 (approvata all’unanimità dalla seconda legislatura più breve nella storia repubblicana) sia il fatto che il II Reparto informazioni e sicurezza (Ris) dello Stato Maggiore della Difesa, non integrato quindi nel Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica (composto dalle agenzie, dal Dis e dal Comitato interministeriale per la sicurezza della Repubblica), è soltanto una struttura di supporto alle forze armate.
Negli ultimi mesi si sono mossi sia Crosetto sia alcuni parlamentari. Il ministro, nell’Atto di Indirizzo 2026-2028, aveva definito l’intelligence militare «a livello nazionale» come «fattore fondamentale per la credibilità della propria Difesa» e scritto che i tempi sono «maturi per avviare una riflessione aggiornata sugli strumenti del comparto militare, individuando soluzioni legislative e organizzative più efficaci e, al tempo stesso, garantendo al personale le necessarie tutele funzionali». In parlamento, invece, sono state depositate alcune proposte di legge, tra cui quella di Nino Minardo, deputato di Forza Italia e presidente della commissione Difesa della Camera, che prevedono l’estensione delle cosiddette garanzie funzionali ai militari quando operano nel dominio cyber in autonomia rispetto all’intelligence (oggi sono previste solo quando operano assieme).
Che cosa sono le garanzie funzionali? Il cuore della questione sta proprio qui. Ecco come vengono presentate dal glossario dell’intelligence italiana: «Speciali cause di giustificazione previste per gli appartenenti ai servizi di informazione che pongano in essere condotte configurabili come reato, a condizione di essere stati a ciò autorizzati ai fini dello svolgimento dei compiti istituzionali. Tale strumento operativo è disciplinato nel dettaglio dalla legge che ha previsto specifiche procedure (rimettendo al Presidente del Consiglio dei ministri o all’Autorità delegata per la sicurezza della Repubblica, ove istituita, l’autorizzazione ovvero la ratifica delle condotte), condizioni (relative, tra l’altro, alla indispensabilità e proporzionalità della condotta) e limiti (per quanto riguarda, ad esempio, l’esclusione di una serie di figure di reato dall’ambito di applicabilità delle garanzie funzionali)». Sono, cioè, quello strumento che nel 2007, dopo decenni di tensioni tra intelligence e magistratura, è stato pensato per dare copertura ai funzionari dell’intelligence sotto la responsabilità della politica. Assicurarle anche i militari quando operano senza l’intelligence significa, dunque, aprire la strada al ritorno di un’intelligence dipendente dal ministro della Difesa. Ovvero tradire lo spirito della legge 124 i cui autori avevano individuato nella titolarità dell’intelligence da parte del presidente del Consiglio un elemento indiscutibile già all’inizio del dibattito parlamentare.
Non a caso questo è uno dei punti che Mantovano non mette mai in discussione dell’organizzazione attuale dell’intelligence in vista di una possibile riforma. Lui, piuttosto, punta a un servizio unico, che però sembra una strada difficilmente percorribile oggi. Ma questa è un’altra storia.
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