L’Italia può produrre 5,7 miliardi di metri cubi di biometano all’anno partendo da scarti agricoli

L’Italia ha la possibilità di produrre circa 5,7 miliardi di metri cubi di biometano all’anno partendo da scarti agricoli. Lo evidenzia Legambiente presentando i dati di uno studio realizzato con l’Università di Padova e sottolineando che questa cifra è in linea con gli obiettivi del Pniec (Piano nazionale energia e clima) al 2030 e permetterebbe di ridurre drasticamente la dipendenza dal gas fossile d’importazione.
Nelle 44 pagine del documento intitolato “Biometano: una risorsa strategia per la transizione ecologica dell’Italia” si legge che «il biometano rappresenta una delle principali opportunità a disposizione dell’Italia per accelerare la transizione ecologica, rafforzare l’economia circolare e ridurre la dipendenza dalle fonti fossili. La sua produzione consente di valorizzare scarti e sottoprodotti dell’agricoltura, dell’allevamento e dell’agroindustria, trasformando un problema ambientale in una risorsa energetica rinnovabile, programmabile e strettamente connessa ai territori».
In particolare, l’analisi evidenzia che la produzione potenziale complessiva di biogas e biometano a livello nazionale è stimata in 10.2miliardi m³ di biogas, quindi di 5.7 miliardi m³ riconducibili a biometano. Gli effluenti zootecnici rappresentano per il 75% la fonte principale, seguiti dagli scarti delle colture erbacee destinabili alla digestione anaerobica per il 20% (anche se il loro impiego richiede una valutazione attenta e contestualizzata); dagli scarti derivanti dalla trasformazione industriale di materie prime vegetali per il 5%; da sottoprodotti dell’industria della macellazione per l’1%.
Alle stime nazionali, Legambiente affianca un’analisi regionale. Cinque le regioni sono in particolare attenzionate: Friuli-Venezia Giulia, Lombardia, Puglia, Sicilia, Veneto. La Lombardia è quella che risulta avere il valore più alto in fatto di potenziale produttivo da biometano da scarti agricoli: circa 1.2miliardi m³. Gli effluenti zootecnici per l’83% costituiscono la principale fonte di produzione potenziale, mentre gli scarti delle colture erbacee per il 16%. Interessante anche il dato relativo alla Puglia. Qui il potenziale produttivo da biometano da scarti agricoli è stimato in 287.865.642 m³. Se gli effluenti zootecnici costituiscono per il 50% la principale fonte di produzione potenziale, non molto inferiore è il contributo degli scarti delle colture erbacee che arrivano ad un potenziale del 41%.
Questi numeri per Legambiente ben dimostrano perché l’Italia deve investire sul biometano da matrice agricola, mettendo al centro la qualità dei progetti, la trasparenza delle filiere e il ruolo degli agricoltori e delle comunità locali. Senza dimenticare che anche i rifiuti organici sono una importante fonte di biometano e compost. In Italia dalle raccolte differenziate si generano 7,6 mln ton di rifiuto organico: circa 5,6 milioni di tonnellate di frazione umida e più di 2 mln di frazione verde. Il 75% dell’umido è trattato in impianti integrati con la digestione anaerobica ottenendo 200 milioni di m3 di biometano. Il Cic, il Consorzio Italiano compostatori, stima che potrebbero diventare 354milioni di m3 grazie al Pnrr e agli incentivi Gse. In sintesi, il biometano può contribuire alla riduzione delle emissioni climalteranti, alla tutela dei suoli agricoli e alla decarbonizzazione di diversi settori.
Tra l’altro ad oggi, ricorda Legambiente, sono oltre 600 le domande in graduatorie relative ai cinque bandi del DM 2022. Le stime indicano che possono essere realizzati oltre 560 progetti, per una capacità complessiva di circa 240–250 mila Smc/h, coprendo quasi interamente la potenzialità messa a bando. Oltre il 50% dei progetti riguarda riconversioni di impianti a biogas. La filiera è nettamente agricola: oltre il 90% della capacità ammessa proviene da impianti agricoli, contro una quota minoritaria di impianti a Forsu (10%), strategici per le filiere di gestione e trattamento dei rifiuti urbani e di economia circolare. Oggi la vera sfida, sottolinea Legambiente, sta nella realizzazione degli impianti per raggiungere gli obiettivi dati dal Pniec, e nel non sprecare l’opportunità derivata dai 24 mesi di proroga varata nel consiglio dei Ministri del 29 gennaio scorso.
«Il biometano - dichiara Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente - può sostituire il gas fossile nei settori più difficili da elettrificare, come trasporto pesante e attività industriali, e può aiutare l’Italia a ridurre le importazioni dall’estero. Servono, però, regole che ne garantiscano l’utilizzo a condizioni chiare e accessibili scelte politiche chiare e coraggiose a partire da iter autorizzativi più snelli e tempi certi per la realizzazione degli impianti, senza dimenticare il coinvolgimento dei territori. Solo così si potranno centrare davvero gli obiettivi del PNIEC. Le stime sul potenziale nazionale e regionale sul biometano da scarti agricoli che abbiamo calcolato insieme all’attenzione alle ricadute ambientali e territoriali, indicano come il biometano sia un alleato prezioso per accelerare la transizione ecologica. L’Italia non perda questa occasione».
Legambiente indirizza oggi al Governo dieci proposte chiedendo: 1) all’Esecutivo, alle Regioni e al Gse di orientare regole e incentivi in modo chiaro, premiando solo le filiere realmente circolari; 2) di garantire priorità oltre il Pnrr; 3) di premiare chi riduce le emissioni; 4) di promuovere il coinvolgimento e la partecipazione dei territori; 5) di semplificare gli iter autorizzativi e di garantire tempi certi; 6) di investire nelle reti e nelle connessioni; 7) di creare una domanda reale di biometano; 8) di garantire trasparenza e tracciabilità. GSE, ARERA e Governo rafforzino i sistemi di controllo e informazione pubblica.; 9) di ridurre il metano fuggitivo; 10) di rimettere territori e agricoltori al centro. Per l’associazione ambientalista è, inoltre, fondamentale sviluppare il biometano in modo giusto a partire dalla conoscenza del tessuto agricolo regionale (stagionalità, concentrazione e logistica degli scarti, continuità degli effluenti, prossimità delle filiere di trasformazione) indispensabile per definire la migliore “dieta” dei digestori. Impianti e filiere devono essere dimensionati e localizzati in modo coerente con la disponibilità reale delle matrici e con i bisogni agronomici del territorio, affinché la digestione anaerobica diventi un’infrastruttura a servizio dell’agricoltura (gestione sostenibile degli scarti, riduzione delle emissioni, valorizzazione del digestato e sostegno alla fertilità dei suoli) e non viceversa.
Qual è la tua reazione?
Mi piace
0
Antipatico
0
Lo amo
0
Comico
0
Furioso
0
Triste
0
Wow
0




