Marco Bordonaro: il ragazzo di San Fermo che vuole riportare Varese a fare la capitale

Aprile 18, 2026 - 13:00
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Marco Bordonaro: il ragazzo di San Fermo che vuole riportare Varese a fare la capitale
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Il cognome tradisce origini siciliane, ma Marco Bordonaro è nato e cresciuto a Varese nel quartiere San Fermo. Lì ha costruito tutta la sua storia, politica e umana. Ha quarant’anni, è segretario cittadino della Lega, lavora in Consiglio regionale della Lombardia e guarda la sua città con occhi che oscillano tra l’attaccamento viscerale e una lucidità a tratti spietata.

Sul suo profilo Facebook si definisce ex-edonista e biassanót. Sorride a quella domanda. «Sono nato nell’86, agganciato come tanti a una generazione che ha ricevuto le mode americane in ritardo, quando ancora non c’erano i social. Siamo cresciuti con quei modelli un po’ reaganiani, la bella vita, le grandi case. Poi a un certo punto te ne distacchi, e l’edonismo diventa “ex”. Il biassanòt invece è rimasto: arriva dal bolognese e vuol dire rosicchiare ore al sonno per leggere, informarsi, vedere un film, perdersi su YouTube. È un’esigenza. Non riesco a fare a meno di quella parte della notte».

«Marco, dove è nato e dove vive?»

«Il cognome è di origine siciliana. Venivano da lì due generazioni fa, ma mio padre parla dialetto lombardo e i miei nonni sono seppelliti al cimitero di Malnate. In Sicilia ci sono andato per la prima volta solo due anni fa. Sono nato a Varese, vivo a San Fermo da tutta la vita. È il mio quartiere, ci sono molto legato, sono molto orgoglioso di esserci cresciuto. Ho una bellissima foto con i miei nonni che passeggiamo in via Oslavia a San Fermo. Ho fatto lì le scuole fino al liceo Ferraris a Masnago. Le prime esperienze di impegno iniziano lì in una lista studentesca dove sono stato eletto rappresentante di istituto per due mandati. È stata la prima prova del fuoco con la politica. Ho preso 222 preferenze alla seconda tornata. Ancora me lo ricordo».

Come era la sua famiglia?

«Quella radice siciliana non è solo un cognome: è una chicca di famiglia che ogni tanto tiro fuori. Come il fatto che mio nonno paterno aveva in corridoio il ritratto di Antonio Gramsci, chiaramente legato a quella tradizione politica. E mio nonno materno invece aveva la foto di Bassani, perché era dipendente della BTicino e la venerazione per il fondatore dell’azienda era totale. Quindi sono cresciuto con questi due riferimenti, molto diversi tra loro».

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Via monte cristallo angolo via Oslavia, San Fermo “vecchia”, 1989 o 1990

Com’è nata la passione per la politica?

«Sui banchi del liceo, avevo forse quindici anni. C’era già un interesse, una certa attenzione, e sicuramente un amore per la storia che secondo me è la base di tutto. Un giorno mi capita in mano un volantino per una manifestazione al masso sacro. Mi presento da solo, completamente da solo, senza conoscere nessuno. Non eravamo tantissimi, ma è finita in una colazione al bar: quello è stato il primo contatto vero con la Lega. Poi mi sono candidato in consiglio d’istituto, un po’ per gioco, e ho scoperto che la gente mi votava, mi vedeva come un punto di riferimento. Ho preso in mano le redini di quel movimento studentesco che si chiamava Green Day e che di fatto esprimeva la maggioranza dei rappresentanti d’istituto al liceo scientifico. Da lì ho fatto il coordinatore dei giovani di Varese, poi consigliere provinciale giovanissimo, poi per tre anni il commissario dei giovani a Milano, seguendo anche il movimento universitari della Lega. All’epoca il segretario provinciale milanese era Matteo Salvini. C’era un bel fermento, tanta energia, tanti movimenti universitari. È stato un momento di grande vitalità, devo dire. E contemporaneamente frequentavo la Cattolica, giurisprudenza, che poi non ho finito perché la politica e il lavoro mi hanno fagocitato prima. Ma quella stagione lì, dai banchi del liceo fino a Milano, è stata la mia vera formazione».

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Con qualche capello in più, con Peruzzotti e Giorgetti

Che lavoro fa?

«Dal 2018 lavoro in presidenza del Consiglio regionale della Lombardia; ho lavorato anche nella giunta regionale quando c’era il presidente Roberto Maroni. Prima ancora ho avuto un’importante esperienza in un consiglio di amministrazione di Aler. È un percorso che mi ha dato uno sguardo su tutta la Lombardia, non solo su Varese, e questo mi piace molto».

Chi è il suo padre spirituale?

«Umberto Bossi, senza dubbio. Un personaggio ancora oggi ampiamente sottovalutato. Sotto quella scorza, anche accusata troppo spesso di razzismo, c’è una persona di una sensibilità e una capacità di visione uniche. Purtroppo l’ho frequentato di più quando era già malato. Scoprire Bossi ogni giorno è una miniera che non siamo ancora stati capaci di valorizzare».

Il suo profilo Facebook è fermo al 2022. Niente Instagram, niente LinkedIn. Una scelta precisa?

«I social sono uno specchio distorto della realtà. Quando uno si specchia dentro un social, tende a conformarsi al modello che quel social propone. Questo lega l’identità delle persone in un modo che trovo pericoloso. Stamattina sono andato a comprare il formaggio da un agricoltore della Valcuvia: quella persona, che probabilmente non usa i social, ha una visione del presente molto più chiara di quanto si legga online».

Nella sua immagine profilo di Facebook campeggia la scritta “coprifuoco, torniamo a vivere”.

«La gestione del Covid in Italia è stata una delle peggiori d’Europa. Noi siamo a quattro chilometri dalla Svizzera, e loro hanno gestito quell’emergenza molto meglio. Da noi c’è stato un certo terrorismo, una gestione molto poliziesca. Il coprifuoco era una misura spropositata: l’ultima volta che era accaduto era stata la Seconda guerra mondiale».

È contrario ai vaccini?

«No. Sono molto legato alla figura di Luigi Sacco, che è stato uno dei pionieri assoluti della vaccinazione contro il vaiolo in Italia: lui e i suoi collaboratori hanno vaccinato un milione e mezzo di persone. Non sono contro le vaccinazioni. Sono contro l’obbligo e contro la criminalizzazione di chi ha scelto diversamente. Lo Stato italiano ci è andato giù con la mano pesante, e questo confligge con la mia impostazione sulla libertà».

Parliamo di Varese. Cosa le piace di questa città?

«È come chiedermi cosa mi piace di mia mamma. O faccio un elenco infinito oppure non so da dove cominciare. Ogni volta che ci torno è come tornare a casa. Una cosa che passa sempre inosservata, e che secondo me andrebbe rivendicata con molto più orgoglio, è la qualità dell’aria: siamo il capoluogo con la qualità dell’aria migliore della Lombardia, dopo Sondrio. Io lavoro a Milano ogni giorno e capisco concretamente cosa vuol dire avere intorno aria pulita. Se uno parla di salute, di benessere, di qualità della vita, quella è una cosa fondamentale che non abbiamo ancora imparato a raccontare. E poi siamo immersi nella natura in un modo che è assolutamente unico: abbiamo un centro urbano aggredito dal bosco continuamente, i parchi, i laghi, una posizione geografica che poche città possono vantare. Non sei in alta montagna, non sei in pianura, sei in un punto di equilibrio perfetto che genera questo ambiente salutare, questa luce, questa pulizia. Ci sono cresciuto e forse me ne rendo conto di più adesso che sto fuori ogni giorno. Poi c’è San Fermo, che è un discorso a parte: lì ho le mie radici, i miei ricordi, i miei vicini di casa milanesi che ci sono venuti a vivere quando le grandi aziende davano la casa ai dipendenti. Quella è una storia che racconta molto di quello che Varese è stata e che, in parte, può ancora tornare a essere».

E cosa non va?

«La cosa che mi preoccupa di più è questa: vent’anni fa nessuno metteva come premessa della propria vita che avrebbe dovuto lasciare Varese. Oggi invece tra i giovani quella premessa c’è. Si dà per scontato che, appena finiti gli studi, si andrà via. Perché qui non ci sono le opportunità che si cercano. È abbastanza inaccettabile».

Che ne pensa del trasporto pubblico?

«Il trasporto pubblico locale soffre degli stessi limiti di tutti i capoluoghi di provincia che non sono in pianura. Gli utilizzatori prevalenti sono studenti e anziani: chi ha la macchina la prende. Il nodo vero è che di sera non ci sono mezzi, e questo è gravissimo. Dall’altro lato c’è stato un eccesso di incentivazione forzata: ciclabili che intasano le strade, parcheggi a pagamento in centro. Risultato: io da casa mia arrivo alle porte di Gallarate in diciassette minuti il sabato mattina. Se voglio andare in centro a Varese ci metto molto di più. Abito a Varese, eppure mi conviene andare altrove. È un controsenso».

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Il rapporto con Milano: come lo vede?

«Varese è stata per anni il più bel quartiere di Milano. I milanesi venivano qui in vacanza e anche a vivere. Oggi Milano tende a cannibalizzare tutto: professionalità, eventi, imprese. E Varese guarda sempre di più alla Svizzera. Il trasporto ferroviario con Milano è diventato sempre più lento, e questo ci allontana. Bisognerebbe attrarre imprese che scelgano di insediarsi qui invece di pagare affitti milanesi, perché la qualità della vita è diversa e la connessione c’è comunque».

Si candiderà alle prossime elezioni comunali?

«Non lo so ancora. Devo valutare. Guidare una sezione e guidare una lista sono due cose incompatibili: o pensi a raccogliere voti uno a uno o pensi a guidare una squadra. Le due cose entrano in conflitto di interessi».

Che Varese vorrebbe tra dieci anni?

«Una Varese che guardi al futuro con poche nostalgie ma con tanta voglia di sognare, di attrarre, di creare. Una città che pensi in grande, che smetta di fare il paesino e capisca fino in fondo che è un capoluogo, anzi qualcosa di più: un modello. Noi siamo stati un modello per buona parte della Lombardia, e in buona parte lo siamo ancora considerati, anche se facciamo fatica ad accorgercene. Ai tempi della Lega delle origini, Varese era in qualche modo una capitale, e quella consapevolezza andrebbe recuperata non come nostalgia ma come ambizione. Vorrei una Varese capace di tenere i talenti, di attrarne di nuovi, di convincere imprese e professionisti che stare qui ha senso, che la qualità della vita è diversa da Milano, che gli affitti sono diversi, che sei comunque connesso con il mondo, hai l’aeroporto a due passi, hai la Svizzera a quattro chilometri. Vorrei una città che smetta di guardare Milano come un punto di fuga e cominci a guardarla come un’opportunità da cui strappare turisti, imprese, idee. E soprattutto vorrei una Varese che abbia voglia di raccontarsi, perché le cose belle le abbiamo, ma non sappiamo dirle».

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