Orsini: “Serve un defibrillatore per l’energia, mi auguro non si parli di piccola Ilva”

Mar 27, 2026 - 00:30
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Orsini: “Serve un defibrillatore per l’energia, mi auguro non si parli di piccola Ilva”

“Serve un defibrillatore e serve per provare a curare alcune patologie che abbiamo oggi di fronte a noi”. Il primo problema da curare urgentemente con il defibrillatore è ancora l’energia. Lo ha detto Emanuele Orsini, presidente di Confindustria, in un colloquio con “Il Foglio”, definendosi, insieme, preoccupato e fiducioso. Preoccupato per la situazione economica, per gli effetti delle guerre, per le bollette alle stelle, per i rischi per la crescita, per l’impatto sul lavoro dell’instabilità mondiale. Fiducioso perché ogni crisi nasconde un’opportunità, un’occasione per ripartire, per rimettere insieme pezzi, per ragionare sul futuro, per cercare di recuperare ambizione. E sia quando si ragiona sulle crisi globali sia quando si ragiona sulle crisi locali, ovvero quelle nazionali, le parole d’ordine sono sempre quelle: preoccupazione e fiducia. A condizione, però, ha continuato Orsini, che l’Italia sia in grado di tenere in mano uno strumento di cui oggi ha disperatamente bisogno per provare a dare una scossa all’economia, per provare a dare una smossa all’Europa e per provare a trasformare anche le energie negative in occasioni per ripartire. Lo strumento si chiama “defibrillatore”.

“Mi auguro solo che l’Ilva di cui si parla per il futuro non sia una piccola Ilva, da due milioni di tonnellate di acciaio e solo con forno elettrico, ma un’Ilva che possa viaggiare almeno a 4-6 milioni di tonnellate. Speriamo che si capisca l’urgenza del problema”, ha aggiunto. Di defibrillatori, forse, ne manca ancora qualcuno. “Certo. I problemi italiani, lo sappiamo, non si risolvono senza mettere a fuoco la dimensione europea e quella internazionale. In Europa, la strada giusta per reagire ai dazi trumpiani è stata quella dell’apertura dei mercati, come è stato fatto con il Mercosur e come è stato fatto con l’India, e trovo molto grave che vi siano stati partiti e corporazioni, anche in Italia, che hanno fatto ostruzionismo per aprire nuovi mercati. Ma l’altro tema da affrontare, e di cui tutta la classe dirigente italiana dovrebbe parlare, riguarda la deindustrializzazione. Un dato importante e trascurato. Negli ultimi due anni, le importazioni dalla Cina sono aumentate, in Europa, di dieci miliardi ogni anno. Nello scorso anno, le esportazioni cinesi verso l’Europa sono cresciute del 32 per cento. E secondo i dati dell’Unione europea dietro quel 32 per cento c’è un’erosione di posti di lavoro, nel nostro continente, pari a un milione di unità”, ha spiegato il presidente di Confindustria. A proposito di burocrazia, lavoro, industrializzazione e priorità. Sull’Italia e sul futuro. E’ una priorità, per Confindustria, passare dalla Zes regionale alla Zes unica? “Lo è. Per un motivo molto semplice: i costi della burocrazia nel nostro paese sono enormi, circa 80 miliardi l’anno. La Zes funziona moltissimo non solo per i soldi messi in campo, ma soprattutto per il modello amministrativo”, ha concluso.

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