Pedaggio per Hormuz, l’Iran prospetta un “pizzo” da 2 milioni di dollari a petroliera

Le agenzie di stampa Fars e Tasnim riportano che il Parlamento iraniano sta cercando di approvare una legge per introdurre un pedaggio da far pagare alle navi che transitano nello Stretto di Hormuz, l’arteria marittima per il passaggio di combustibili fossili che è ancora di fatto chiusa a causa della guerra in corso tra Usa, Israele e Iran. Tale pedaggio potrebbe spingersi fino alla somma di 2 milioni di dollari per il transito di ogni singola petroliera che intenda – per ragioni commerciali – attraversare lo Stretto di Hormuz, con buona pace del diritto internazionale marittimo, che con la Convenzione UNCLOS (United Nations Convention of the Low of Sea) del 1982 ha normato la navigazione marittima in ogni suo aspetto.
Se davvero si arrivasse ad imporre il pedaggio si verrebbe a trasformare, di fatto, il più critico transito energetico marittimo del mondo in uno strumento di indiscutibile “pressione geopolitica” e di finanziamento per finalità belliche mai visto prima.
L’autorevolissima “Lloyd’s List” di Londra, infatti, riporta che Teheran sta istituendo un corridoio di passaggio definito “sicuro” nello Stretto di Hormuz, attraverso il quale le navi previamente autorizzate, potranno transitare in completa sicurezza, in cambio del pagamento di un “pedaggio di transito” imposto dall’Iran e che arriverebbe fino a 2 milioni di dollari.
L’adozione di una misura del genere, qualora si traducesse in fatti concreti, comporterebbe un ulteriore aggravamento della crisi iniziata dagli attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, scatenati, forse con eccessiva leggerezza, a partire dalla notte del 28 febbraio scorso e la cui prima tragica conseguenza, va detto, è stato il crollo verticale dei traffici marittimi nello Stretto di Hormuz; ricordiamo che, prima del conflitto, il transito medio stimato era di oltre 100 navi (prevalentemente petroliere e gasiere) al giorno. Allo stato attuale, il transito navale si limita ad appena 5 unità al giorno.
Dal punto di vista giuridico, l’imposizione di pedaggi su uno Stretto internazionale non viene minimamente contemplato nella “Montego Bay Convention” (UNCLOS) che, testualmente, recita: il diritto di passaggio in transito inoffensivo “non può essere impedito” e non prevede alcuna tariffa. Quindi, anche volendo considerare che l’Iran, ha sì firmato ma mai ratificato la Convenzione in parola, molti esperti di diritto internazionale sostengono che il passaggio in transito inoffensivo fa parte del “diritto consuetudinario marittimo” e, in quanto tale, resta vincolante per tutti gli Stati.
Abbiamo potuto assistere nei giorni scorsi all’enorme impatto provocato sui mercati energetici planetari dal blocco navale ad Hormuz: il Brent, infatti, ha fatto registrare un rialzo spintosi a superare 100 dollari al barile; le pesanti conseguenze sui mercati finanziari e sulle pompe di benzina, purtroppo, sono sotto gli occhi di tutti.
Se il pedaggio iraniano si concretizzasse si verrebbe a creare un pericolosissimo precedente che, oltre a rappresentare a nostro avviso una palese violazione dell’UNCLOS, aprirebbe all’inserimento di riscossione tariffe per garantire la sicurezza delle navi che impiegano la via marittima: in altri più chiari e diretti termini, si verrebbe ad istituzionalizzare una sorta di “pizzo internazionale” con l’obiettivo di aumentare gli introiti da impiegare poi al mantenimento dei costi bellici.
Queste amare considerazioni ci portano ad invocare, con la massima urgenza possibile, il ritorno dell’ONU e l’immediato ripristino del diritto internazionale marittimo, delle sue consuetudini e delle sue prassi, che costituiscono ancora l’unica certa garanzia del mantenimento della civile e ordinata convivenza tra i popoli e dei commerci marittimi che, da sempre, sono stati e sono ancora il baricentro esatto dello sviluppo economico.
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