La guerra in Iran sta ridisegnando la sicurezza energetica globale. Il ruolo di Asia ed Europa

L’economista Aisha Al-Sarihi esperta in cambiamento climatico, transizione energetica e geopolitica per il Middle East Council on Global Affairs di Doha, in Qatar, evidenzia su Nature che «La guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran ha reso impossibile ignorare i problemi di lunga data del panorama energetico globale». E la cosa non riguarda solo il prezzo della benzina e del gasolio: «Gli Stati del Golfo rappresentano circa il 35% della produzione mondiale di fertilizzanti, estraggono un terzo dell'elio mondiale e producono quasi la metà dello zolfo». Per questo la Al-Sarihi auspica che «L'industria petrolifera e del gas diversifichi le rotte commerciali e rafforzi le catene di approvvigionamento, mentre si espande la capacità di energia rinnovabile, fondamentale per la resilienza economica e geopolitica a lungo termine».
E una consapevolezza condivisa da due analisti energetici senior di EMBER - Dinita Setyawati e Muyi Yang - che scrivono nel report “Overcoming fossil lock-in is pivotal for Asia to buffer against energy shocks” che «La riprogettazione strutturale del sistema energetico sta diventando sempre più urgente per proteggere i Paesi asiatici dalle ricorrenti turbolenze commerciali nel settore petrolifero e del gas. Allontanare i Paesi dalla dipendenza dai combustibili fossili e riportarli verso le energie pulite garantirà la mitigazione dei potenziali rischi, il mantenimento della sicurezza energetica e il proseguimento del percorso di decarbonizzazione. Più a lungo si protrarranno le interruzioni nelle forniture di gas naturale liquefatto (GNL) e petrolio dal Medio Oriente, maggiori saranno le ripercussioni sulla sicurezza energetica. Un periodo prolungato di conflitto potrebbe rimodellare le dinamiche dei prezzi e rischiare una frammentazione geopolitica in tutta l'Asia, alimentata dall'intensificarsi della concorrenza sul mercato spot. Un'impennata dei prezzi dell'energia peserà sulle valute asiatiche , indebolirà la produzione e gli investimenti e farà aumentare il tasso di inflazione . Di conseguenza, i Paesi potrebbero aver bisogno di piani di emergenza per prevenire un rallentamento economico».
Anche Yang fa notare che «Il petrolio e il gas sono molto più che semplici combustibili. Dai fertilizzanti ai polimeri ad alta tecnologia, sono i mattoni della vita moderna, rendendo la base industriale asiatica profondamente dipendente da essi. Rompere questa dipendenza non significa semplicemente cambiare sistema energetico, ma attuare una vera e propria trasformazione economica. Si tratta di un'impresa complessa e impegnativa. Ma una domanda fondamentale è: la prosperità futura dell'Asia può davvero basarsi su una fonte energetica volatile, importata e geopoliticamente esposta? La crisi dello Stretto di Hormuz ne è solo l'ultimo esempio. Forse è giunto il momento per l'Asia di ripensare il suo percorso di crescita basato sui combustibili fossili».
Domande che valgono anche per l’Europa e per l’Italia, sempre più dipendente dal costoso GNL statunitense e, come dimostra la nuova visita lampo di Giorgia Meloni in Algeria, dal gas estratto in Paesi autoritari e ad alto tasso di instabilità. Eppure, come evidenzia la Setyawati «Le crisi attuali e passate hanno dimostrato che la dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili mette a rischio la sicurezza energetica. Le economie in via di sviluppo ed emergenti in Asia saranno maggiormente a rischio se i prezzi dell'energia continueranno a salire. Sebbene il risparmio energetico possa rappresentare una soluzione iniziale a breve termine, il passaggio alle energie rinnovabili prodotte localmente può offrire maggiori opzioni per attutire futuri shock energetici».
E’ la strada esattamente contraria rispetto a quella nella quale si attarda testardamente il governo italiano, prigioniero del suo negazionismo climatico “soft” e della contrarietà ideologica all’European Green Del e alla sua concreta attuazione. Per il Middle East Council on Global Affairs «I rischi per le catene di approvvigionamento energetico globali stanno aumentando significativamente con l'intensificarsi e l'espansione del conflitto. Due eventi in particolare hanno evidenziato questi rischi. Primo, la mossa del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniane (IRGC) di bloccare lo Stretto di Hormuz ha di fatto interrotto il transito di un quinto del commercio globale di petrolio e gas naturale liquefatto (GNL). Secondo, le interruzioni alla capacità di produzione energetica del Golfo derivanti dagli attacchi iraniani contro infrastrutture energetiche chiave. In tutto il Golfo, le principali compagnie energetiche sono state costrette a dichiarare la forza maggiore , tra cui QatarEnergy , la Bahrain Petroleum Company (BAPCO) e la Kuwait Petroleum Corporation (KPC). Anche il gigante energetico degli Emirati Arabi Uniti, l'Abu Dhabi National Oil Company (ADNOC), ha interrotto la produzione presso la raffineria di Ruwais, la più grande degli Emirati Arabi Uniti, a seguito di attacchi a infrastrutture critiche. Questo duplice shock ha scosso i mercati globali e ha spinto gli importatori asiatici a cercare alternative».
Se la Cina ha reagito opponendosi con una durissima condanna all’intervento Usa e Israeliano, Giappone e Corea del sud hanno trasformato la loro dipendenza energetica in cautele diplomatica, l’India sta attuando un difficile equilibrismo, anche per la presenza di milioni di cittadini indiani che vivono e lavorano nella regione, le cui rimesse rappresentano un'importante fonte di reddito per l'economia indiana.
L’ASEAN è divisa come l’Europa, evidenziando una cronica difficoltà nel formare posizioni unitarie chiare sulle principali crisi geopolitiche. Eppure, un conflitto prolungato avrebbe ripercussioni dirette sul blocco ASEAN e sull’Ue, dato che diversi Stati membri importano ingenti quantità di petrolio e GNL dal Medio Oriente.
Il Middle East Council on Global Affairs conclude con un’analisi che riguarda l’Asia ma che può essere giusta anche per l’Europa: «I primi giorni del conflitto hanno messo in luce una fondamentale asimmetria: le economie asiatiche sono fortemente esposte ai mercati energetici mediorientali, eppure gli stati asiatici esercitano un'influenza minima sulle dinamiche di de-escalation e sulla più ampia instabilità regionale. Il duplice shock energetico – l'interruzione delle forniture di petrolio dovuta al blocco del traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz e l'attuale sospensione della produzione di GNL del Qatar – minaccia di avere conseguenze economiche catastrofiche. L'entità di questa vulnerabilità suggerisce che i governi asiatici potrebbero dover riconsiderare il loro ruolo diplomatico e di sicurezza, tradizionalmente limitato, nella regione. Gli Stati asiatici rappresentano collettivamente il più grande mercato mondiale di importazione di energia e una quota enorme della produzione economica globale. Una posizione più coordinata tra le potenze asiatiche potrebbe rafforzare la loro influenza diplomatica e consentire loro di esercitare una maggiore influenza sugli sforzi di de-escalation. Anche i singoli Paesi possono agire per salvaguardare i propri interessi. Lo status della Cina come potenza economica globale e i suoi interessi consolidati nella stabilità regionale la pongono in una posizione privilegiata per svolgere un ruolo importante nella gestione delle tensioni regionali. Pechino, ad esempio, può mediare tra Riyadh e Teheran per salvare la distensione che ha promosso nel 2023. Seul e Tokyo mantengono buoni rapporti con Washington e possono, con cautela, incoraggiare gli Stati Uniti a ridurre le tensioni, facendo leva sugli accordi commerciali e sulle intese con l'amministrazione Trump.
Anche l'India può sfruttare i suoi crescenti legami con Israele per fare pressione sul suo alleato affinché eviti un'ulteriore escalation. L'alternativa, ovvero la continua frammentazione e la gestione reattiva delle crisi, lascia le economie asiatiche perennemente esposte agli shock provenienti da una regione la cui stabilità è essenziale per la loro prosperità. Il conflitto in corso dovrebbe essere un campanello d'allarme: se gli Stati asiatici desiderano un approvvigionamento energetico affidabile, dovranno assumere un ruolo più attivo negli sforzi di de-escalation e di risoluzione del conflitto».
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