Petroliera attaccata nel Mar Nero, a bordo c’è il triplo del petrolio di quello fuoriuscito dalla “Exxon Valdez”

Mentre stiamo ancora trattenendo il fiato per l’incerto destino che attende il relitto della gasiera russa “Arctic Metagaz” – che vaga ancora incerta nel Mediterraneo, agganciata ad un rimorchiatore e diretta verso destinazione ignota –, già si profilano guai seri per un altro delicatissimo mare: il Mar Nero.
Giunge come un pugno improvviso allo stomaco la notizia che la petroliera “Altura”, battente bandiera della Sierra Leone ma gestita da una compagnia turca con sede ad Istanbul, con un carico di greggio russo (imbarcato a Novorossijsk), è stata interessata da un'esplosione nella sala macchine, avvenuta dopo la mezzanotte di oggi (26 marzo) in seguito di un deliberato attacco.
Si tratta di una motocisterna lunga 274 metri e larga 50, con un dislocamento di circa 164.000 tonnellate, e un carico di 140.000 tonnellate di greggio. Un quantitativo che, se riversato in mare, supererebbe di più di tre volte quello fuoriuscito dalla “Exxon Valdez” nella baia di Anchorage (Alaska) nel 1989, i cui danni causati all’ambiente marino furono ingenti e che lui nefaste conseguenze, in parte, permangono ancora oggi.
Il ministro dei Trasporti turco, Abdulkadir Uraloglu, durante una diretta televisiva, ha asserito: «Pensiamo che l'attacco non sia stato effettuato da un drone, bensì da un veicolo di superficie senza equipaggio a livello dell'acqua». La petroliera è stata colpita vicino a Istanbul, a poche miglia dal Bosforo; fortunatamente i 27 membri dell'equipaggio sono stati tratti in salvo illesi.
La serie deliberata di attacchi proditori (e vili) a navi in transito non dà segnali di arresto, anzi. La flebile reazione degli organi internazionali, con l’Onu in testa, viene probabilmente scambiata come supina accettazione di un fatto inevitabile rivolto a danneggiare il nemico; questa forma inedita di guerra, mai apparsa prima d’ora nei teatri bellici, assume carattere di seria preoccupazione perché non è volta e limitata al target considerato nemico, ma riversa i nefandi aspetti sull’ambiente marino circostante e, sappiamo bene quali sono le conseguenze che possono essere associate ad un serio inquinamento provocato dalla dispersione del carico trasportato nelle cisterne di super petroliere come l’Altura.
I rischi per l’ambiente marino e in definitiva, per tutte le specie viventi, inclusa la nostra sono esageratamente pesanti: al di là delle operazioni di bonifica, lunghe e costosissime, vanno aggiunti i danni, spesso irreversibili, che si provocano agli habitat marini e costieri. Ricordiamo che i danni ambientali dovuti al naufragio di due petroliere oltre 20 anni fa (Erika e Prestige) rispettivamente in Bretagna e in Galizia sono ancora ben evidenti su tratti significativi di quelle coste, e rimangono come sfregi a carattere permanente che l’uomo arreca alla madre terra.
Un conto sono però le situazioni scaturite in seguito a naufragi – anche se colposi – altra cosa sono gli inquinamenti marini provocati da deliberati attacchi militari, mirati alle navi ritenute nemiche o con carichi provenienti da Paesi nemici. Stiamo scherzando col fuoco e ne siamo tutti consapevoli. Le istituzioni e i governi devono farsi sentire nelle sedi competenti: occorre alzare i toni del richiamo e dell’appello da fare subito, con decorrenza immediata. La posta in gioco è troppo alta e riguarda non solo noi ma anche, forse soprattutto, le generazioni che verranno.
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