Telecamere “illegali” per fare multe: Garante Privacy sanziona un Comune italiano
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Multa di 4mila euro a un Comune: contestate irregolarità nell’uso dei sistemi di videosorveglianza per le multe stradali. Un sistema di videosorveglianza utilizzato per rilevare infrazioni stradali, ma privo dei necessari requisiti previsti dalla normativa sulla protezione dei dati personali.
È questa la vicenda che ha portato il Garante per la protezione dei dati personali a sanzionare il Comune di Mazara del Vallo con una multa da 4mila euro.
Il provvedimento, adottato il 12 febbraio 2026, nasce dal reclamo di un automobilista che aveva ricevuto una contravvenzione per mancata revisione del veicolo. Da quella segnalazione è partita un’istruttoria approfondita che ha evidenziato diverse criticità nella gestione delle telecamere e nel trattamento delle informazioni raccolte.
Secondo l’Autorità, il Comune avrebbe utilizzato dispositivi di ripresa video non omologati per l’accertamento di alcune violazioni del Codice della strada e senza garantire adeguate garanzie ai cittadini sul piano della trasparenza e della tutela dei dati personali.
Il reclamo dell’automobilista e l’avvio dell’istruttoria
Tutto ha avuto origine dalla contestazione di un conducente che aveva ricevuto un verbale per non aver sottoposto il proprio veicolo alla revisione periodica obbligatoria.
La violazione, secondo quanto riportato nella notifica, sarebbe stata rilevata attraverso un sistema di videosorveglianza installato lungo la strada statale 115. Tuttavia, nel documento non venivano spiegate in modo chiaro le modalità con cui l’infrazione era stata accertata né i motivi per cui non era stato possibile procedere con la contestazione immediata sul posto.
Il cittadino ha quindi presentato un reclamo al Garante, sostenendo che anche la segnaletica relativa alla videosorveglianza risultava incompleta. In particolare mancavano indicazioni essenziali sull’informativa relativa al trattamento dei dati personali e sulle finalità delle riprese.
L’Autorità ha così avviato un’istruttoria per verificare la legittimità del sistema utilizzato dal Comune.
Telecamere non omologate per quel tipo di accertamento
Dalle verifiche è emerso che il Comune aveva installato telecamere con lettura delle targhe nell’ambito di un progetto di sicurezza urbana validato dalle autorità locali.
Il sistema impiegato, basato su tecnologia di rilevamento automatico delle targhe, era utilizzato dalla polizia municipale per individuare veicoli potenzialmente privi di revisione o assicurazione.
Tuttavia lo stesso ente ha ammesso che tali dispositivi non risultavano approvati né omologati dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti per l’accertamento automatico delle violazioni relative alla revisione dei veicoli o alla copertura assicurativa.
In sostanza, le telecamere venivano utilizzate per rilevare infrazioni al Codice della strada senza possedere i requisiti tecnici e normativi necessari per svolgere questa funzione in modo autonomo.
Secondo il Garante, l’uso di queste apparecchiature per notificare direttamente le multe – senza la presenza di agenti sul posto – ha determinato un trattamento di dati personali privo di una base giuridica adeguata.
Il principio di liceità e trasparenza violato
La normativa europea sulla protezione dei dati personali, contenuta nel Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR), stabilisce che ogni trattamento di informazioni personali deve avvenire nel rispetto di principi fondamentali, tra cui liceità, correttezza e trasparenza.
Nel caso esaminato, il Garante ha rilevato che tali principi non sono stati rispettati.
Il verbale inviato all’automobilista, infatti, si limitava a indicare che l’infrazione era stata accertata tramite videosorveglianza, senza fornire ulteriori dettagli sulle modalità operative né spiegare perché non fosse stata possibile una contestazione immediata.
Questa mancanza di informazioni ha impedito all’interessato di comprendere pienamente come fossero stati trattati i suoi dati personali e come fosse stata accertata la violazione.
Informative incomplete e poco accessibili
Oltre ai problemi legati all’utilizzo delle telecamere, l’Autorità ha evidenziato ulteriori irregolarità riguardanti la comunicazione ai cittadini.
In base alle regole sulla videosorveglianza, chi installa sistemi di ripresa deve fornire due livelli di informativa:
-
una segnalazione sintetica tramite cartelli visibili nelle aree sorvegliate;
-
un’informativa più dettagliata, facilmente accessibile, che spieghi in modo completo le modalità di trattamento dei dati.
Nel caso del Comune di Mazara del Vallo, il cartello informativo presentava diverse lacune. Non erano indicati, ad esempio:
-
i dati di contatto del titolare del trattamento;
-
i riferimenti del responsabile della protezione dei dati;
-
la base giuridica che giustificava il trattamento;
-
il periodo di conservazione delle immagini;
-
le modalità per esercitare i diritti previsti dalla normativa sulla privacy.
Inoltre l’informativa completa, quella cosiddetta “di secondo livello”, non risultava facilmente reperibile sul sito istituzionale dell’ente.
Nessuna valutazione preventiva dei rischi
Un altro aspetto critico riguarda l’assenza della cosiddetta “valutazione d’impatto sulla protezione dei dati”, uno strumento previsto dal GDPR quando un trattamento può comportare rischi elevati per i diritti delle persone.
Questo obbligo scatta, tra l’altro, quando si effettuano sistemi di sorveglianza su larga scala in luoghi pubblici.
Secondo quanto emerso dall’istruttoria, il Comune non aveva predisposto questo documento prima dell’attivazione del sistema di videosorveglianza. L’amministrazione aveva ritenuto che la validazione del progetto da parte del Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica fosse sufficiente.
Il Garante ha però chiarito che tale approvazione non sostituisce la valutazione prevista dal regolamento europeo.
Le misure richieste dal Garante
Oltre alla sanzione economica, l’Autorità ha imposto al Comune una serie di interventi per adeguare il sistema alle norme sulla privacy.
Tra le principali prescrizioni figurano:
-
l’installazione di cartelli informativi conformi alla normativa;
-
la pubblicazione di un’informativa completa e facilmente accessibile sul sito istituzionale;
-
la realizzazione della valutazione d’impatto sulla protezione dei dati;
-
l’adozione di misure che garantiscano la piena conformità del sistema di videosorveglianza.
L’amministrazione dovrà inoltre comunicare entro trenta giorni le iniziative intraprese per adeguarsi alle indicazioni dell’Autorità.
Sanzione ridotta ma con valore simbolico
Nel determinare l’importo della multa, il Garante ha considerato diversi fattori.
Da un lato la violazione è stata ritenuta di gravità media, perché ha coinvolto un sistema di sorveglianza utilizzato in un’area pubblica. Dall’altro lato sono stati valutati alcuni elementi attenuanti, come l’assenza di precedenti sanzioni e la collaborazione mostrata dal Comune durante l’istruttoria.
L’ente locale ha infatti avviato alcune iniziative correttive già nel corso del procedimento, sospendendo l’utilizzo delle telecamere per l’accertamento diretto delle infrazioni e predisponendo aggiornamenti alla segnaletica.
Per questi motivi la sanzione è stata fissata a 4mila euro, una cifra contenuta rispetto alle possibili multe previste dal GDPR, che possono arrivare fino a decine di milioni di euro.
Un caso che riaccende il dibattito sulla videosorveglianza
La vicenda di Mazara del Vallo rappresenta un esempio concreto delle difficoltà che molti enti locali incontrano nel bilanciare esigenze di sicurezza e tutela della privacy.
L’utilizzo di tecnologie avanzate per monitorare il traffico e prevenire reati è sempre più diffuso nelle città italiane. Tuttavia queste soluzioni devono rispettare regole precise per garantire che i dati dei cittadini vengano trattati in modo legittimo e trasparente.
Il provvedimento del Garante ricorda dunque che anche le amministrazioni pubbliche sono tenute a rispettare rigorosamente le norme sulla protezione dei dati personali, soprattutto quando vengono utilizzati sistemi di sorveglianza che possono raccogliere informazioni su larga scala.
Un richiamo che, secondo molti osservatori, potrebbe spingere altri enti locali a rivedere le proprie procedure prima di impiegare tecnologie simili per il controllo del territorio.
Il testo del provvedimento
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