Trump conferma di non avere idea di cosa stia facendo in Iran

Aprile 2, 2026 - 22:00
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Trump conferma di non avere idea di cosa stia facendo in Iran

I giornali di oggi aprono con Donald Trump e la sua minaccia di abbandonare la Nato, ma anche con le sue rassicurazioni sul fatto che la guerra durerà due o tre settimane, seguite dall’impennata delle borse e dal calo del petrolio. Il guaio è che nel suo discorso di diciannove minuti nella prima serata americana, quando i giornali italiani erano ormai in stampa, Trump non ha chiarito in alcun modo come pensi di porre fine al conflitto e in compenso ha detto che gli Stati Uniti colpiranno l’Iran «molto duramente» nelle prossime settimane, ragion per cui le borse sono crollate e il prezzo del petrolio è andato alle stelle. L’unica notizia positiva è che, contrariamente a quanto aveva fatto minacciosamente trapelare, Trump non ha annunciato nessun ritiro dalla Nato. D’altra parte, non è certo l’unico argomento su cui ha fatto ripetutamente avanti e indietro.

Come nota il New York Times, nel suo discorso il presidente americano ha chiesto all’Iran di negoziare per porre fine alla guerra, appena un giorno dopo aver suggerito ai giornalisti nello Studio Ovale che non aveva nessun bisogno che l’Iran si sedesse al tavolo dei negoziati. Ha definito l’apertura dello Stretto di Hormuz, ancora una volta, come un problema che riguarda gli altri paesi, pur avendo appena affermato sui social media che non avrebbe accettato alcun cessate il fuoco se non fosse stato riaperto. In sintesi, il presidente degli Stati Uniti ha confermato in ogni modo possibile di non avere la minima idea di cosa stia facendo, di come la guerra stia procedendo né di come, quando e perché potrebbe ragionevolmente terminare. Era convinto che sarebbe stata una passeggiata, esattamente come la sostituzione di Nicolás Maduro in Venezuela – che infatti è tornato a citare come modello – scaricando sugli alleati, la Nato e l’Ucraina la frustrazione per il fatto che realtà si ostina a non conformarsi alle sue aspettative.

Al riguardo, mi pare che la chiave di lettura più perspicua sia quella offerta da Janan Ganesh sul Financial Times quando osserva semplicemente che «Trump non capisce le persone che credono in qualcosa». Questo è il motivo per cui non capisce non solo perché i vertici del regime iraniano non si siano comportati come i loro colleghi di Caracas, ma anche perché non gli sia riuscito di risolvere la guerra tra russi e ucraini: «La cosa non stupisce quasi nessun altro. Gli ucraini credono nella propria indipendenza nazionale. Vladimir Putin è non meno attaccato all’idea di una Grande Russia che includa l’Ucraina. E quindi il conflitto, per quanto terribile, non è strano o anomalo, se non per chi non riesce a credere che altre persone credano». Trump non si capacita del fatto che si combattano invece di fare affari, con reciproco vantaggio. Il punto insomma è che «esiste una forma di cinismo talmente estrema da sfociare nell’ingenuità». Ed è proprio questa ingenuità figlia del più radicale cinismo a impedirgli di farsi una ragione di quanto sta accadendo. E certo gli uomini di cui è circondato non aiutano: «Se Trump avesse dei veri fedeli intorno a sé, potrebbe farsi almeno una vaga idea di come la pensano certi governi stranieri. Invece, ha gente come Vance».

Penso che questa interpretazione dovrebbe essere presa molto seriamente in considerazione in Europa. Del resto, proprio a proposito delle minacce di Trump circa la sua intenzione di abbandonare l’Alleanza atlantica e di tagliare i rifornimenti di armi all’Ucraina, se gli alleati non lo aiuteranno a riaprire lo stretto di Hormuz (sì, esatto, sempre quello che non è un suo problema e di cui a lui non interessa niente), l’analista Ivan Krastev dice al Wall Street Journal: «La Nato è come una religione: o ci credi o non ci credi, e ora siamo arrivati a un punto in cui tutti, su entrambe le sponde dell’Atlantico, hanno perso completamente la fede». Forse perché, per la Nato, è come se gli americani avessero eletto un papa ateo. Adesso sta dunque all’Europa dimostrare di credere ancora in qualcosa, mentre ai suoi vertici si ragiona ormai apertamente della possibilità che gli effetti economici della guerra siano paragonabili a quelli della pandemia. Nello scontro sui dazi, la prova è stata piuttosto deludente. Di fronte alle minacce alla Groenlandia, in compenso, l’Unione si è comportata in modo decisamente migliore. Sull’Ucraina diciamo che ha oscillato tra i due estremi, riuscendo comunque a cavarsela, almeno fin qui, in una situazione obiettivamente difficilissima, stretta tra l’imperialismo putiniano e il bullismo americano. Adesso però siamo alle strette, e bisognerà giocarsi il tutto per tutto.

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