Allo stadio di Zenica la partita Bosnia-Italia. Un momento di “rinvincita” e di incontro

A Zenica, città industriale della Bosnia, è il giorno della partita di qualificazione per i mondiali. «Si vive un senso di rivincita: potersi giocare l’accesso al mondiale non contro il Galles o l’Albania, ma proprio contro l’Italia» dice Gianluca Candiani, antropologo e docente, che a Zenica ha vissuto per un anno.
Un anno in cui ha frequentato spessissimo il Bilino Polje, lo stadio di cui oggi scrivono quasi tutti i giornali italiani. «La prima cosa che mi viene da dire è che potrà essere molto più “caldo” di quello che ci immaginiamo, come calore del pubblico» dice lo studioso di Busto Arsizio, che lì ha lavorato (per ricerca) come minatore illegale.
Il racconto delle ore della vigilia arriva via telefono o con i messaggi su Whatsapp: «Ho appena sentito amici a Zenica e mi hanno detto che già oggi pomeriggio c’è il delirio nelle strade. Anche bar e locali sono pieni per la partita, al palazzetto dello sport è allestito il maxischemo. Non ho mai sentito così tanto entusiasmo, anche da persone che non sono così attente al calcio. Dicono: rispetto estremo per l’Italia, siete nostri amici, ma ci batteremo».

Lo stadio di Bilino Polje è “casa” del Čelik Zenica, la squadra che prende il nome dal prodotto più tipico della città: l’acciaio, che esci dagli altiforni di una acciaieria impiantata dagli austriaci a inizio Novecento (nel mezzo di una valle verdissima), ampliata dalla Jugoslavia socialista e oggi nelle mani dei turchi di Arcelor Mittal. In questa città operaia il Čelik è un pezzo di identità, è la città che si identifica con il lavoro, nonostante tutte le fragilità di un Paese travolto prima dalla guerra e poi dal turbocapitalismo postbellico, tra politici nazionalisti contrapposti, corruzione, bassa qualità del lavoro.
Per questo per la Nazionale di questo Paese povero, da cui tutti i giovani emigrano, è un momento di «rinvincita» potersi giocare l’accesso al mondiale contro uno sfidante come l’Italia.

Candiani è diventato un tifoso del Čelik anche per una curiosa casualità: tifoso della Fiorentina, è arrivato nella città della squadra che nel 1972 vinse contro la Fiorentina in Mitropa Cup.
Appassionato e studioso da anni dei Balcani, ha così sviluppato un rapporto particolare con questo luogo.
E dunque, com’è, questo stadio di cui tutti parlano?
«Lo stadio accoglie con questi colori rosso e neri, la grande scritta ČELIK sulla tribuna centrale. È uno stadio “all’inglese”, con il pubblico affacciato direttamente sul campo. Con i palazzi intorno che guardano sullo stadio: è una città che si affaccia sul campo. «Da spettatore è uno spettacolo, perché da qualunque punto la vista è eccezionale. Solitamente tutto lo stadio canta, le tribune sono sempre infiammate: uno stadio in cui stare seduti, stare in silenzio non è concepito».

Un legame tra due popoli
Se la partita sarà “calda”, la sfida tra Italia e Bosnia viene vissuta nel Paese balcanico anche come un momento di incontro con un popolo, quello italiano, con cui i bosniaci hanno un buon rapporto. Ci sono tanti bosniaci emigrati che vivono questa partita con il cuore diviso tra l’affetto per le origini e quello per il Paese che li ha accolti.

E in questi giorni giornali e pagine social hanno anche ricordato con affetto e gratitudine il momento in cui nel 1996 – a guerra appena terminata – la Nazionale di Arrigo Sacchi giocò a Sarajevo.
«Non dimenticheremo mai – scrive un account social sarajevese – che sono stati gli italiani a venire per primi a Sarajevo per puri motivi umanitari e che sono stati loro a sostenere tutte le spese di viaggio e a rinunciare a tutti i ricavi della trasmissione della partita. Quindi accogliamoli con un applauso e diciamo loro: grazie Italia».
Da Busto al carbone della Bosnia: l’antropologo che ha lavorato per un anno in una miniera illegale
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