Bocciato il ricorso, il referendum sulla giustizia si fa il 22-23 marzo

Gen 30, 2026 - 03:00
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Bocciato il ricorso, il referendum sulla giustizia si fa il 22-23 marzo

Il Tar del Lazio ha respinto la richiesta di sospensiva della data del referendum sulla giustizia, avanzata dal Comitato dei 15 cittadini che ha raccolto le firme per il medesimo referendum ma con il quesito formulato in modo diverso. Il ricorso si opponeva alla decisione del governo di far partire i 60 giorni necessari prima di indire il referendum a partire dall’accettazione da parte della Cassazione della richiesta referendaria, avanzata dai parlamentari di entrambi gli schieramenti il 18 novembre scorso.

L’art. 138 della Carta permette di chiedere il ricorso al referendum per le riforme costituzionali, se approvate dal Parlamento senza la maggioranza qualificata dei due terzi, al quinto dei membri di una Camera, a cinque consigli regionali o a 500mila elettori. In occasione del primo referendum costituzionale nella storia della Repubblica, quello sul federalismo del 2001, l’allora presidente del Consiglio Giuliano Amato aveva interpretato la Carta nel senso che si dovesse dare a tutte e tre le istanze possibilità di esprimersi, facendo dunque partire il conto dei 60 giorni per la promulgazione del referendum dopo i 90 giorni assegnati dalla legge alla raccolta delle firme. La stessa interpretazione era stata poi adottata in tutte le occasioni analoghe. Secondo il Tar, invece “una volta che uno dei soggetti sopra indicati si sia fatto carico di promuovere l’iniziativa referendaria, e la legittimità di essa sia stata positivamente vagliata dall’Ufficio centrale per il referendum, non sussistono ragioni affinché l’Esecutivo differisca l’indizione del voto, di fatto disapplicando l’art. 15, comma primo, della legge n. 352/1970”.

A sostegno della propria scelta il Tar segnala che la Carta indica specificamente la possibilità di chiedere il referendum da parte dei parlamentari o delle regioni o dei cittadini, con “l’impiego della congiunzione disgiuntiva O”. Tra le righe il Tar segnala però anche che nelle ultime due precedenti esperienze, nel 2016 e nel 2020, lo slittamento dei tempi era stato permesso dal fatto che la Cassazione aveva aspettato che scadessero i tre mesi per la raccolta delle firme prima di ammettere il quesito, di fatto facendo così ricadere proprio sull’accelerazione dei tempi impressa dalla Cassazione ogni responsabilità. È un elemento che potrebbe andare a suffragio dell’eventuale ricorso del Comitato contro la sentenza di ieri di fronte al Consiglio di Stato. In realtà il Tar, pur riconoscendo il diritto ai rimborsi e alla gestione degli spazi propagandistici esclude il quesito del Comitato. In ogni caso il No è orientato a non insistere con ulteriori ricorsi. Senza aspettare la sentenza, il Comitato aveva comunque depositato in Cassazione le firme raccolte.

Sono 550mila diluviate in meno di un mese a partire dal 22 dicembre scorso. In altri tempi sarebbe stato un traguardo miracoloso. Lo è molto di meno oggi, data la possibilità di fi rmare online direttamente da casa. Anche così, comunque, la rapidità con cui è stato raggiunto il risultato, con la soglia necessaria delle 500mila firme raggiunta già da parecchi giorni, rivela quanta importanza gli elettori non del centrodestra attribuiscano giustamente alla prova. La Cassazione dovrà ora controllare le firme e accertarne la validità, operazione molto più rapida oggi grazie appunto alle firme online. Nonostante la sospensiva negata dal Tar, la validazione delle firme da parte delle Cassazione è comunque di notevole importanza. Sblocca infatti i rimborsi previsti dalla legge, nella misura di un euro per firma valida fino alle 500mila, e permette al Comitato di costituirsi come soggetto istituzionale, “potere dello Stato”, con tutto quel che ciò comporta in termini di distribuzione e gestione degli spazi televisivi e dei messaggi propagandistici. L’accoglimento del nuovo quesito pone però un ulteriore problema tecnico. “La Cassazione dovrà invitarci a dialogare sul quesito, parzialmente differente dal precedente, e dovrà trovare un punto di sintesi”, spiega il presidente del Comitato Carlo Guglielmi. Insomma, prosegue, “ci si potrebbe trovare nella situazione di dover unire due quesiti con le schede già stampate: un inedito nella storia della Repubblica”.

La data dell’apertura delle urne non è l’unica incognita ancora non risolta. Ieri la segretaria del Pd Schlein ha presentato con i capigruppo Boccia e Braga l’emendamento del suo partito per il voto ai fuori sede, al. “Il nostro è un appello a Meloni perché ci ripensi. Non c’è ragione di negare il diritto di voto ai fuorisede nel referendum”, dice la leader del Pd: “Il ddl Madia si propone di rendere il voto ai fuorisede strutturale senza doverci tornare a ogni tornata elettorale. Siamo in un Paese con astensionismo oltre il 50%. Ci illudevano che fosse un problema per tutte le forze politiche. Non è così”. Meloni non ci ha ripensato. L’emendamento del Pd è stato respinto. Con la sentenza del Tar la campagna referendaria entra nella sua fase finale. Dalla fine di dicembre il No ha certamente recuperato buona parte dello svantaggio e secondo alcuni sondaggi ormai sarebbe testa a testa con un Sì che era in netto vantaggio alle posizioni di partenza. Tutto dipende ora dalla campagna elettorale e Schlein brucia i tempi: “Spero di convocare la direzione per la settimana prossima. Saremo impegnati pancia a terra per il No”.

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Redazione Eventi e News Redazione Eventi e News in Italia