Il disastro di Niscemi e le responsabilità negate della classe dirigente siciliana

Come Totò, Nello Musumeci è come se dicesse: «E che so’ Pasquale io?». Questi non si rendono conto. Il disastro di Niscemi non può non essere un fatto politico. Non va strumentalizzato – e i toni di Elly Schlein, in questo senso, sono stati molto corretti pur nella dura polemica – ma non è nemmeno possibile che i governanti chiudano gli occhi o fingano meraviglia per l’ennesimo disastro annunciato.
Poi ci sono addirittura degli sfregi al buon senso e all’onestà intellettuale. Abbiamo allora sentito dire da Musumeci, ministro per la protezione civile da tre anni e, in precedenza, a lungo presidente della Regione Siciliana, da sempre impegnato in politica nella sua regione, che «si è costruito male». Buongiorno, principessa! E lui dov’era? Il ciclone Harry è stato violentissimo, il ministro debolissimo. Harry, ti presento Nello.
Qui non c’è solo una responsabilità individuale. C’è il ritratto di una classe dirigente siciliana che, per decenni, ha ignorato la cura del territorio. Che dire di un presidente della Regione Siciliana come Renato Schifani, che non dice una parola sensata su ciò che è avvenuto? Musumeci, detta manzonianamente, chi è costui?
Basta leggere la sua biografia pubblica: missino di lungo corso, presidente della Provincia di Catania, europarlamentare per quindici anni, vicesindaco, sottosegretario, presidente della Regione, oggi ministro della Protezione civile e del mare (con quel tocco vagamente poetico che stride con la realtà). La Sicilia la conosce. O dovrebbe conoscerla. E Niscemi avrebbe dovuto essere nei suoi pensieri da molto tempo. Perché tutti sapevano dei pericoli.
Dopo i crolli del 13 ottobre 1997 il paese era stato dichiarato a «pericolosità elevata per rischio idrogeologico». Musumeci dice che il Comune di Niscemi non aveva «mai sollevato il problema dell’abitato». Ma, ha raccontato Erasmo D’Angelis, c’è un documento che lo smentisce: si tratta del Piano Stralcio di Bacino per l’Assetto Idrogeologico (PAI), deliberato nel marzo 2022, realizzato proprio da un dipartimento della Presidenza della Regione, che attesta il contrario.
Angelo Bonelli ha mostrato in Aula un documento della Protezione civile che, a suo dire, «il ministro Musumeci dal 2019 al 2022 aveva sul suo tavolo e che invitava il presidente della Regione Siciliana, oggi ministro della Protezione civile, a intervenire esattamente nei luoghi che alcuni giorni fa sono franati».
La verità è quella detta da Davide Faraone, di Italia viva. Funziona così: «Vince chi è più organizzato, chi ha uffici che funzionano, chi ha peso politico, chi ha un canale aperto. I territori più fragili, spesso fragili anche istituzionalmente, restano indietro. Non perché il rischio sia minore, ma perché contano meno». È la vecchia storia dei santi in Paradiso: Niscemi evidentemente non ce li ha. E così, per esempio, i soldi del Pnrr non sono stati utilizzati.
Di fronte a un disastro «peggio del Vajont», come lo ha definito il responsabile della Protezione civile Fabio Ciciliano, il Consiglio dei ministri ieri si è riunito, ma ha parlato d’altro. Qui invece servono soldi, tanti e presto. Salvini difende il suo Ponte, l’emblema di come non si devono affrontare le priorità. Meloni non ha colto subito che il problema fosse molto grave ed è andata a Niscemi bofonchiando parole di rito, generiche.
Di Schifani si è detto: uno dei peggiori presidenti della Regione Siciliana, e non è facile. Da tempo Carlo Calenda chiede il commissariamento. L’Italia ha memoria di amministratori con le mani nel fango, capaci di affrontare le emergenze e di impostare la rinascita dei loro luoghi colpiti da calamità. Questi non c’erano e, se c’erano, dormivano.
Musumeci va in Parlamento la settimana prossima. Chiederne le dimissioni è il minimo. Il governo ora ha paura, perché se va in crisi in Sicilia è un campanello d’allarme. Se non addirittura una campana a morto.
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