Padova, si uccide uno dei 20 detenuti trasferiti all’improvviso: lo Stato così ha già perso
Un detenuto del reparto di Alta sicurezza del carcere Due Palazzi di Padova è stato trovato morto nella sua cella: si è tolto la vita nella notte tra il 27 e il 28 gennaio. L’uomo era nella lista di circa 20 reclusi di lunghissimo corso che devono essere trasferiti dall’istituto padovano verso altre strutture. Un movimento improvviso che ha messo in forte allarme le associazioni del Terzo settore e le cooperative attive all’interno del Due Palazzi.
«Le persone non sapevano nulla, i detenuti in Alta sicurezza sono considerati ancora meno di quelli comuni. È stato loro detto solo che, nel giro di due giorni, sarebbero stati trasferiti», dice Ornella Favero, presidente della Conferenza nazionale volontariato giustizia e direttrice di Ristretti Orizzonti.
Stanotte il suicidio di un detenuto
Favero è molto scossa dalla notizia che ha avuto poco prima di sentirci al telefono: «Uno degli uomini che doveva essere trasferito si è ucciso stanotte, nella sua cella. Aveva circa 70 anni», dice. «Ieri ho salutato il gruppo che ha fatto attività con me durante questi anni, nessuno sapeva dove sarebbe andato, è sempre così perché non si può dire la destinazione. Queste persone erano a Padova da tanto tempo, si erano costruite un minimo di vita. Anche se sei in carcere, hai diritto di costruirti un minimo di vita decente. Improvvisamente, hanno fatto preparare loro le cose dicendo: “Siete partenti”».
Il trasferimento in carcere è una desolazione, scardina quel minimo di certezze, di abitudini, di relazioni che si sono costruite nel tempo Ornella Favero, presidente della Conferenza nazionale volontariato giustizia e direttrice di Ristretti Orizzonti
Tra disperazione e dolore immenso
«Le persone che devono essere trasferite le conosco tutte, in particolare alcune che avevano fatto attività con noi in questi anni. Ieri erano veramente disperati, non li ho mai visti così: avevano un dolore immenso», continua Favero. «Il trasferimento in carcere è una desolazione, scardina quel minimo di certezze, di abitudini, di relazioni che si sono costruite nel tempo. Nella sezione di Alta sicurezza ci sono quasi tutti settantenni perché sono persone che sono in carcere da decenni. Almeno spero che non siano portati in Sardegna: qualcuno nei mesi scorsi è stato trasferito a Oristano».
«Quando hai poco e ti tolgono quel poco, non hai niente a cui attaccarti»
«Qualcuno usciva in permesso con noi, erano persone completamente reinserite dopo anni. La cosa assurda è che alcuni erano considerati non pericolosi al punto da poter andare in permesso fuori, poi però lì dentro erano ancora in Alta sicurezza, con tante limitazioni», prosegue Favero. «Però almeno, al Due Palazzi, le limitazioni erano un po’ più decenti di altri istituti, anche per questo è comprensibile la loro disperazione: quando hai poco e ti tolgono quel poco, non hai niente a cui attaccarti. Ho visto persone che non avevano niente per cui valesse la pena vivere, è questa la cosa desolante».

Mancanza di rispetto anche per volontariato e Terzo settore
«I trasferimenti non hanno motivi: la necessità di sfollamento è un tema che c’è sempre. È l’istituzione che decide, la persona non ha il minimo valore, conta zero. Non contiamo niente neanche noi volontari, né le cooperative che hanno lavorato con queste persone per anni, facendo laboratori ed altro», dice Favero. «Dall’oggi al domani viene cancellato tutto, il lavoro fatto non serve a niente. Trasferendo le persone da un giorno all’altro si ha anche una mancanza di rispetto verso il volontariato, il Terzo settore che si impegna per rendere decenti le condizioni di vita in carcere. C’è un’istituzione che tratta le persone come bestie, con continue violazioni: il sovraffollamento e certe condizioni sono una violazione», continua. «Si dice che non si può concedere un indulto perché sarebbe un cedimento dello Stato: ma lo Stato ha già ceduto, non rispettando le sue stesse leggi».
La lettera alle istituzioni
Il Coordinamento Carcere Due Palazzi ha inviato una lettera al capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria – Dap Stefano Carmine De Michele, al vicecapo del Dap Massimo Parisi, al capo Ufficio Detenuti e trattamento Ernesto Napolillo e al capo segreteria del ministro Carlo Nordio, Giuseppina Rubinetti, con la richiesta di un incontro urgente in merito al trasferimento delle persone detenute dal Due Palazzi. Alla protesta del coordinamento hanno aderito anche la Conferenza nazionale volontariato giustizia e Ristretti Orizzonti.
Il Coordinamento Carcere Due Palazzi unisce le cooperative e associazioni che da tanti anni sono attive nella casa di reclusione di Padova (Ristretti Orizzonti/Granello di Senape, Organizzazione volontari carcerari – Ocv, le cooperative Giotto, AltraCittà, WorkCrossing, TeatroCarcere) e collaborano per co-programmare e co-progettare con l’amministrazione penitenziaria le attività rieducative.
Il lavoro di lunga durata del Terzo settore distrutto
«Come Terzo settore denunciamo che questo trasferimento improvviso, che interrompe progetti di rieducazione costruiti in decenni, distrugge il nostro lavoro di lunga durata e ci rende invisibili», si spiega nella lettera. «Questa scelta, se confermata, coinvolge persone detenute oggi alle dipendenze della casa di reclusione grazie a un progetto finanziato da Cassa Ammende, interrompe laboratori artigianali cresciuti nel tempo e conosciuti nel territorio, laboratori di lungo periodo di pittura e di scrittura, permessi premio collegati ad attività rieducative, rapporti di conoscenza cresciuti nei decenni e umanamente ricchi e si configura a nostro avviso per le persone detenute coinvolte come una violazione del divieto di regressione trattamentale reclamabile ai sensi del 35 bis Ordinamento penitenziario».
«Provvederemo celermente a predisporre le schede per ogni detenuto da noi seguito indicando le attività che svolge, da quando, i vari progressi». Questa mattina è stata convocata una conferenza stampa con un sit-in di protesta, all’ingresso della casa di reclusione, per spiegare all’opinione pubblica cosa sta accadendo.
Legacoop Veneto: «Chiediamo un tavolo di confronto»
All’incontro di stamattina davanti al Due Palazzi era presente anche Legacoop Veneto, che segue alcune cooperative che supportano l’inserimento lavorativo delle persone detenute nella casa di detenzione. «Non possiamo non denunciare che scelte come queste rappresentano un’azione che mina le politiche lavorative in carcere, destabilizzano equilibri fragili ed esperienze che la cooperazione sociale sa gestire. Va sempre ricordato che si tratta di persone vulnerabili, dimostrato anche dall’episodio del terribile suicidio avvenuto questa notte e che ha coinvolto un detenuto ricompreso nel gruppo dei trasferibili», si legge in una nota di Legacoop Veneto.
Davanti a scelte così repentine e non coordinate, diventa complicato riuscire a ipotizzare una tranquillità nella programmazione delle azioni imprenditoriali che si fanno per supportare i percorsi lavorativi in carcere Andrea Zorzan, responsabile Settore sociale Legacoop Veneto
«Nel rappresentare molte delle realtà del Coordinamento carcere Due Palazzi, che da lungo tempo è attivo nella casa di reclusione di Padova, impegnate nel co-programmare e co-progettare attività riabilitative, continua la nota, «chiediamo di aprire immediatamente un tavolo di confronto che punti a non disperdere esperienze e percorsi costruiti nel tempo».
Preoccupazione per la tenuta del sistema carcerario
«Abbiamo affiancato le cooperative che operano all’interno del carcere, l’esempio di Padova è virtuoso, riconosciuto a livello nazionale», dice Andrea Zorzan, responsabile Settore sociale Legacoop Veneto. «Come associazione abbiamo portato solidarietà rispetto a quanto è accaduto con un’azione molto rapida, della quale non si è capito il senso. Questa vicenda va a colpire le cooperative e il mondo del volontariato che operano nell’Alta sicurezza dell’istituto, ma a cascata va a colpire anche il resto», prosegue Zorzan. «Va a modificare gli equilibri dell’attuale situazione carceraria a Padova e le dinamiche che si riverberano negli altri ambienti. Siamo preoccupati anche per la tenuta dell’intero sistema carcerario».
La difficile programmazione di azioni imprenditoriali
«Davanti a scelte così repentine e non coordinate, diventa complicato riuscire a ipotizzare una tranquillità nella programmazione delle azioni imprenditoriali che si fanno per supportare i percorsi lavorativi in carcere. A questo punto, dall’oggi al domani», conclude Zorzan, «può essere vanificato un lavoro importante che le realtà cooperative svolgono all’interno di queste strutture».
Foto di apertura di Larry Farr su Unsplash
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