Torture in carcere, non solo Sollicciano

Gen 26, 2026 - 22:30
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Torture in carcere, non solo Sollicciano

Da cinque anni e quattro mesi a tre anni e quattro mesi. Sono le pene inflitte dalla Corte d’Appello di Firenze con il rito abbreviato a un’ispettrice della polizia penitenziaria e ad otto agenti per i reati di tortura, falso e calunnia. Al centro del procedimento due aggressioni, nel carcere fiorentino di Sollicciano, ai danni di altrettanti detenuti, avvenute nel 2019 e nel 2020. «Ad oggi questa che riguarda l’istituto fiorentino è la sentenza di merito sicuramente più significativa che è stata scritta su questo reato. Il fatto che i giudici abbiano avuto il coraggio, la consapevolezza di ribaltare una decisione di primo grado su un illecito così delicato, compiuto in un luogo che è dello Stato, lo ritengo importante», dice Simona Filippi, avvocata, responsabile del contenzioso per l’associazione Antigone. «Da quando esiste il contenzioso di Antigone, abbiamo ricevuto tante segnalazioni e seguiamo diversi processi».

L’introduzione nel 2017

L’introduzione del reato di tortura nell’ordinamento risale al 2017, con l’approvazione della legge n.110. «L’immissione di questo reato ha fatto sì che, anche da parte delle procure, ci sia un’attenzione maggiore rispetto a episodi che prima cadevano in prescrizione oppure non potevano essere identificati con l’attribuzione normativa corretta, che anche le convenzioni internazionali ci imponevano di introdurre», continua Filippi. C’è stata anche un’altra sentenza, sempre della Corte di Appello di Firenze, che ha confermato la condanna per tortura per fatti avvenuti nel carcere di San Gimignano. «In questo caso, è stata confermata la condanna di primo grado, con una sentenza emessa dal giudice, dal tribunale collegiale di Siena».

Il caso di Reggio Emilia

«La notizia di Sollicciano mi ha fatto immediatamente pensare a un processo che si è celebrato a Reggio Emilia e che si è concluso con una sentenza di derubricazione del reato di tortura, con la condanna di otto agenti per il reato di abuso di autorità ex art. 608 codice penale, per il reato di percosse e per quello di falso ideologico», prosegue Filippi. «In questo processo noi ci siamo, Antigone è parte civile, l’abbiamo seguito sin dal primo momento e i fatti noi riteniamo che debbano essere inquadrati nella tortura. Ci sarà a breve un appello davanti alla Corte di Appello di Bologna».

Il caso di Reggio Emilia riguarda fatti avvenuti il 3 aprile 2023, quando il sistema di videosorveglianza del carcere registrò il pestaggio di un detenuto tunisino di 44 anni. Il video, particolarmente violento, è stato parzialmente diffuso sui media. Nelle immagini si vedono le operazioni di accompagnamento della persona offesa alla sezione “Spiraglio”, destinata all’isolamento, da parte di 10 poliziotti, durante la quale la vittima subiva una «azione concitata di gruppo finalizzata e terminata con il suo incappucciamento» con una federa. Sempre incappucciato, il detenuto riceveva vari colpi e pugni, buttato a terra e bloccato, un agente si inginocchiava sulla sua schiena, la vittima veniva denudata dalla cintola in giù.

I processi di Ferrara e Modena

Il caso di Ferrara ha visto la prima condanna in Italia (definitiva, per uno degli agenti coinvolti) per il reato di cui all’art. 613 bis del codice penale nei confronti di un pubblico ufficiale per il reato di tortura. I fatti risalgono al 30 settembre 2017, a tre mesi dall’introduzione del reato nel nostro ordinamento. La vittima è un detenuto italiano di 23 anni, che si trovava al momento dei fatti in regime di isolamento per il rischio che potesse compiere gesti autolesionistici e che ha subito, da parte di appartenenti alla polizia penitenziaria, un «violento pestaggio, operato anche mediante l’utilizzo di un ferro per la battitura».

In Italia si sta celebrando il primo processo per fatti di tortura avvenuti in un carcere minorile, al Beccaria Simona Filippi, avvocata, responsabile del contenzioso per l’associazione Antigone

Il caso di Modena riguarda il procedimento per la tortura che sarebbe stata commessa presso la locale casa circondariale da numerosi agenti di polizia penitenziaria nei confronti di 18 detenuti nel corso delle rivolte scoppiate l’8 marzo 2020, nel momento in cui venivano attuate le prime misure per evitare il contagio da Covid-19, tra le quali la sospensione delle attività trattamentali e dei colloqui con i familiari. A seguito di tali rivolte, sono morte nove persone, cinque nello stesso istituto e quattro a seguito di trasferimento in altri istituti. Il procedimento penale per i decessi si è concluso con l’archiviazione delle posizioni dei poliziotti penitenziari e del personale medico ed è attualmente pendente un ricorso avanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo presentato dai familiari delle vittime e da Antigone.

In attesa di due sentenze: Torino e Ivrea

«Siamo in attesa di due sentenze. Una davanti al tribunale di Torino in composizione collegiale, un procedimento per l’ipotesi di tortura, che vede imputato un numero importante di agenti di polizia penitenziaria con diverse vittime, detenute presso la Casa circondariale Lorusso e Cotugno di Torino. La sentenza arriverà tra pochissimo». Il processo riguarda fatti di tortura che sarebbero avvenuti dentro il carcere nella sezione dei cosiddetti “detenuti protetti”, coloro che hanno commesso reati di violenza sessuale.

Ad oggi questa che riguarda il carcere di Sollicciano è la sentenza di merito più significativa che è stata scritta sul reato di tortura. Il fatto che i giudici abbiano avuto il coraggio, la consapevolezza di ribaltare una decisione di primo grado su un illecito così delicato, compiuto in un luogo che è dello Stato, lo ritengo importante» Simona Filippi, avvocata, responsabile del contenzioso per l’associazione Antigone

A marzo del 2016 Antigone ricevette una lettera di denuncia da parte di alcuni detenuti del carcere di Ivrea, i quali raccontano di aver assistito a un episodio di violenza. Si tratta di uno dei presunti episodi di violenza che coinvolgono questa casa circondariale e che daranno vita a tre procedimenti penali in cui l’associazione è coinvolta. «Dovrebbe esserci la sentenza a fine febbraio per un processo di fatti altrettanto gravi, di cui c’è anche una contestazione di tortura, che sarebbero avvenuti nel carcere di Ivrea prima del 2017. La maggior parte degli episodi non sono contestati come tortura perché il reato risale al 2016 e non era ancora entrato in vigore, ma c’è una contestazione che è successiva, in questo caso è stata contestata la tortura».

Per le presunte torture nel carcere di Ivrea la procura della città piemontese ha notificato 45 avvisi di garanzia ad agenti, medici, operatori e funzionari che, a vario titolo, risultano indagati per diversi reati, tra cui quelli di tortura, falso in atto pubblico e altri reati collegati. 

Santa Maria Capua Vetere

In seguito alle proteste per il rischio di contagio da Covid 19, è in corso un procedimento penale per presunte violenze e torture commesse da agenti a danno di vari detenuti presso la casa circondariale di Santa Maria Capua Vetere. Ad aprile del 2020 Antigone venne contattata dai familiari di persone detenute nel carcere campano, che denunciavano abusi, violenze e torture subite dai loro cari nella casa di detenzione. I ristretti del reparto “Nilo” sarebbero stati colpiti e costretti a radersi barba e capelli dagli agenti. L’azione violenta si sarebbe verificata il 6 aprile 2020 e ne sarebbero responsabili circa 400 poliziotti, intervenuti in tenuta antisommossa a seguito di una protesta, il giorno precedente, di detenuti dello stesso reparto, che sarebbero stati preoccupati per la diffusione della notizia di un detenuto positivo al Covid 19, posto in isolamento con febbre.

Nei giorni successivi i casi accertati di contagio salirono a quattro. Alcuni detenuti, dopo l’azione di violenza, sarebbero stati posti in isolamento, ai pochi visitati i medici non avrebbero refertato le lesioni. Dopo la conclusione delle indagini preliminari, furono 120 gli indagati per 85 capi di imputazione e 177 le persone offese. «In questo caso siamo in appello, il processo si trova pendente davanti alla Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere. È in corso il dibattimento e ci sarà una sentenza, probabilmente si concluderà nel 2026, si sta accelerando sui tempi di questo importante processo. Due imputati, che hanno scelto l’abbreviato, sono stati assolti e hanno, tra le altre contestazioni, anche la tortura», prosegue Filippi. «Io ho discusso personalmente la scorsa settimana nella Corte di Appello di Napoli. La prossima udienza è fissata a marzo, quando ci sarà la sentenza dell’appello dell’abbreviato dei due imputati».

A Milano il primo processo per fatti di tortura in un minorile

«In Italia si sta celebrando il primo processo per fatti di tortura avvenuti in un carcere minorile, al Beccaria. Nel corso delle indagini, in una maniera molto attenta e scrupolosa che condivido pienamente, la procura ha deciso di ascoltare i ragazzi in incidente probatorio», continua Filippi. «In questo momento si stanno facendo le evidenze davanti al Giudice per le indagini preliminari – Gip, i colloqui con i giovani avvengono con le modalità protette. Questo procedimento durerà diversi mesi perché le vittime sono molte». Emergerebbe un quadro di violenze sistematiche e reiterate commesse da decine di agenti e dirigenti tra il 2021 e il 2024. Negli atti si parla di maltrattamenti, torture, pestaggi, isolamento prolungato di minori in condizioni degradanti, falsificazione di referti e omissioni consapevoli. 

«Se confermato in sede processuale, non si tratterebbe di episodi isolati, ma di un vero e proprio sistema di violenze istituzionali», dice Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, sul sito dell’associazione. «Tutte le vittime erano minori, molti dei quali stranieri non accompagnati. Ragazzi vulnerabili che Milano avrebbe dovuto proteggere e non abbandonare». 

In apertura il carcere di Sollicciano a Firenze, nella foto di LaPresse/Bianchi-Lo Debole 

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