Delpini: «La Chiesa in Europa si ringiovanisce e ha un volto festoso»
Foto Andrea Cherchi«L’Europa è cambiata, le Chiese d’Europa sono cambiate e così i loro rapporti: l’ecumenismo è cambiato». Non poteva, quindi, che cambiare anche la Carta Ecumenica firmata il 22 aprile 2001 come esito del clima di entusiasmo creatosi con gli incontri di Basilea e, poi, di Graz e Sibiu. Carta che è stata, infatti, rivista da una commissione, espressione del Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa (CCEE) e della Conferenza delle Chiese europee (CEC), e rifirmata dall’arcivescovo di Thyateira e Gran Bretagna Nikitas, presidente del CEC, e da monsignor Gintaras Grušas, arcivescovo di Vilnius e presidente del CCEE, il 5 dicembre 2025.
Parte da tale constatazione, peraltro evidenziata anche nel documento, la riflessione dell’Arcivescovo che, con il pastore Andreas Kohn della Chiesa evangelica valdese e padre Mina Shehata della Chiesa copta ortodossa d’Egitto, partecipa, presso la Chiesa cristiana protestante di Milano alla Tavola rotonda dal titolo «La ricerca dell’unità tra dono e compito anche alla luce della nuova Charta Oecumenica». Una serata inserita negli eventi della Settimana di preghiera per l’Unità dei Cristiani a cui hanno preso parte molte persone impegnate nel dialogo ecumenico, aderenti al Consiglio delle Chiese Cristiane di Milano, tra cui il responsabile del Servizio diocesano per l’Ecumenismo e il Dialogo, il diacono permanente Roberto Pagani e il presidente della Commissione omonima e vicario episcopale di Settore, monsignor Luca Bressan.
Perché una nuova Carta ecumenica
Una Carta, quella ecumenica, la cui riscrittura ha ragioni evidenti e dichiarate apertamente nel testo, come la crisi climatica che si è fatta particolarmente urgente, la guerra, le migrazioni, il rapporto tra la povertà e la ricchezza con il divario scandaloso tra chi è troppo ricco e chi non ha niente, i populismi, l’uso distorto della religione per identificare una distanza, la rapida evoluzione della tecnologia ha cambiato il mondo.

Senza dimenticare «il declino dovuto a una progressiva secolarizzazione, per cui il popolo europeo pensa di non aver più bisogno di Dio, ma anche a un diminuita autorevolezza a causa degli scandali e di comportamenti dannosi, per cui la Chiesa sembra meno rilevante, numerosa, ascoltata», osserva il vescovo Mario Delpini che, tuttavia, subito aggiunge. «Questa lettura della Carta è facile da condividere, ma non sembra, per esempio, tenere conto della portata religiosa delle migrazioni, per cui, in molte situazioni, la Chiesa in Europa si ringiovanisce e ha un volto festoso».
Il cammino ecumenico come vocazione
D’altra parte, sottolinea l’Arcivescovo seguendo la lettera della Carta, se il cammino ecumenico delle Chiese è una chiamata, una vocazione – e questo lo rende appunto vivo oltre il volontarismo, le ingenuità, le resistenze –, a guidare è lo Spirito che ci impegna a dare una risposta. Con i ben 66 propositi di un percorso «molto impegnativo e, forse, un po’ velleitario», presente nel documento che delinea gli ambiti dell’«essere chiamati insieme a una visibile unità tra le Chiese nell’ascolto della Parola di Dio e nella preghiera condivisa; nel cammino verso l’incontro reciproco; insieme nella testimonianza, nella continuazione del dialogo e dell’azione comune, nel coinvolgimento dei giovani».
E, ancora, l’impegno a contribuire a plasmare l’Europa in un mondo in evoluzione, a riconciliare popoli e culture, a salvaguardare il creato, ad approfondire la comunione con l’Ebraismo, a curare le relazioni con l’Islam e altre religioni e visioni del mondo, a condividere le questioni della migrazioni.
«A Milano ci siamo posti il problema di come la nostra possa essere una Chiesa dalle genti dove tutti si sentano a casa loro», ricorda monsignor Delpini che indica il tema cruciale su cui riflettere, ossia «i segnali dell’irrilevanza dei cristiani, per cui viene da chiedersi se questa Europa non ha più bisogno dei cristiani»
«Le parole del Vangelo sono una risposta a una sete e a un desiderio condivisi? La geografia, le arti, l’urbanistica, il calendario, la filosofia, dei Paesi europei sono stati configurati in modo determinante dal cristianesimo, ma gli europei di oggi ne sono consapevoli, quando, ad esempio, le chiese sono oggetto di un turismo più che altro, curioso?».
La missione
Da qui la conclusione. «La questione della missione, della evangelizzazione, di come le Chiese parlano ai contemporanei in modo da entrare nelle domande e nelle angosce che l’Europa sta vivendo, mi sembra oggi decisiva. Il cristianesimo è impopolare in Europa perché pronuncia parole insopportabili e antipatiche come “vita eterna”, una vita che non va a finire nel nulla ma che induce a pensare alla morte. Parola, questa, impronunciabile nell’individualismo autoreferenziale caratteristico di tanta parte della cultura europea».

E, poi, la “vocazione”. «L’idea che ci sia un altro che mi chiama, che la mia vita sia una risposta invece che una libertà senza vincoli e senza punti di riferimento, cioè che qualcuno mi dica vieni e seguimi, convertiti e credi al Vangelo, sono parole insopportabili. Ma per noi queste due parole, la chiamata e la promessa, sono irrinunciabili. Come far sì che ciò sia una buona notizia per il nostro tempo e questa nostra terra?». Questa la conclusione del vescovo Mario, ma soprattutto la domanda delle domande.
L’intervento del pastore Kohn
Da un’approfondita disamina della Lettera agli Efesini, il cui paragrafo 4, 4 dà il titolo alla Settimana, si avvia l’intervento del pastore Andreas Kohn. «Nel documento del sinodo delle Chiese valdesi e metodiste del 1998, vi sono continue citazioni della Lettera agli Efesini che si ritrova anche molto nella Carta ecumenica specie quando si dice che la Chiesa è una e che l’unità appartiene all’essenza della Chiesa e non si può dividere o moltiplicare. La Chiesa evangelica si comprende come un’espressione della Chiesa unica. Il documento del 1998 utilizza la stesa Lettera paolina per definire il rapporto con Israele al capitolo 27, e con le altre religioni. L’unicità, l’eternità di Dio rimane tale comunque e così anche la speranza non può che essere unica. Quando si svuotano le fondamenta della nostra Europa e della nostra fede, noi siamo salvati dalla speranza. La speranza non è solo un elemento tra gli altri, ma ha un ruolo unico e salvifico».

L’intervento di padre Shehata
Parole a cui ha fatto eco la comunicazione di padre Mina Shehata che ha affrontato i primi 4 capitoli di Efesini. «Paolo non definisce la vocazione in termini dottrinali, ma esistenziali partendo da come si vive il rapporto con gli altri e dall’umiltà che, per la Chiesa copta, è la porta di tutte le virtù. Senza umiltà anche l’unità rischia di diventare solo un pensiero astratto. La mansuetudine, nel contesto della Chiesa, permette il dialogo senza rinunciare alla verità di ciascuno, e, poi, occorre la pazienza. Tutto questo converge nel consiglio di conservare l’unità dello Spirito per mezzo del vincolo della pace. L’unità non è opera nostra, ma il nostro compito è custodirla e proteggerla. Quando lo dimentichiamo, rischiamo logiche di contrapposizione. Vivere la vocazione significa vivere tra il già e il non ancora. Questo testo paolino ci dice che l’unità inizia dal cuore, passa dalle relazioni concrete e si fonda nello Spirito. Se ci basiamo su questo il cammino ecumenico non saràfrutto di strategie ma della santità. Che questa settimana ci aiuti a rimanere fedeli allo Spirito lasciando che sia lui a guidare i nostri passi con pazienza e amore».
Qual è la tua reazione?
Mi piace
0
Antipatico
0
Lo amo
0
Comico
0
Furioso
0
Triste
0
Wow
0




