Carney, l’Ucraina e il nuovo ordine globale

Al World Economic Forum di Davos il premier canadese non ha presentato una strategia: ha tolto un cartello dalla vetrina. Ha detto apertamente ciò che da anni tutti sanno e pochi ammettono: l’ordine internazionale basato su regole non funziona più come viene raccontato. E continuare a recitare quella finzione non produce stabilità, ma complicità. Richiamando Václav Havel e il suo “Potere dei senza potere”, il Canada ha fatto qualcosa di raro nella diplomazia contemporanea: ha scelto di «vivere nella verità». E così facendo ha indicato una strada che va ben oltre Ottawa. Una strada che conduce inevitabilmente, secondo noi, alla necessità di una Organizzazione mondiale delle democrazie, che parta dall’Ucraina come centro di rottura.
La guerra contro l’Ucraina non è una crisi regionale, non è un conflitto congelabile, non è una guerra «da gestire». È una frattura dell’ordine mondiale. Ridurre l’aggressione russa a una questione di sicurezza europea o a un dossier geopolitico tra altri significa continuare a «vivere nella menzogna»: fingere che ciò che è in gioco sia negoziabile, temporaneo, circoscrivibile. Non lo è.
L’invasione dell’Ucraina da parte della Federazione Russa ha rotto un principio che non è occidentale, ma universale: gli Stati non si invadono, i popoli hanno diritto alla libertà, i confini non si cambiano con la forza. Quando questo principio cade, non cade solo un equilibrio regionale: cade la possibilità stessa di una politica internazionale fondata sul diritto e non sulla coercizione. Per questo l’Ucraina non è «una guerra tra le altre». È il luogo in cui si decide se il XXI secolo sarà governato da regole condivise o dalla legge del più forte. È il punto in cui l’ambiguità diventa complicità e la neutralità smette di essere prudenza per diventare scelta politica.
C’è un filo, dunque, che unisce il cosiddetto «realismo basato sui valori», la coalizione internazionale che nel 1991 liberò il Kuwait, l’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, il formato Ramstein e la proposta di una Coalizione Internazionale delle Democrazie. Quel filo non è la forza: è la legittimità esercitata. Nel linguaggio diplomatico corrente il «realismo basato sui valori» viene spesso inteso come un compromesso: un po’ di principi, un po’ di adattamento. In realtà, se preso sul serio, significa l’opposto: riconoscere che senza forza i valori sono retorica, ma senza valori la forza è solo arbitrio.
La coalizione per il Kuwait del 1991 nacque esattamente così: non come guerra di civiltà, ma come affermazione di un principio elementare, «gli Stati non si invadono», reso operativo da una coalizione ampia, politicamente eterogenea, giuridicamente fondata. Non fu un atto perfetto né innocente. Ma fu un atto comprensibile al mondo, perché parlava il linguaggio del diritto internazionale e lo faceva valere.
Oggi il Consiglio di Sicurezza è paralizzato dal veto di una potenza aggressore. Ma il diritto non è sospeso. L’articolo 51 della Carta ONU, che riguarda la legittima difesa individuale e collettiva, resta pienamente vigente. Ridurre tutto questo alla dimensione militare sarebbe però un errore concettuale e politico.
Il cuore della Coalizione è un altro: la creazione di un nuovo spazio politico delle democrazie, fondato su principi non negoziabili né «occidentali», ma universali. I diritti umani sono inviolabili, i confini non possono essere cambiati con le armi, la legge del più forte militarmente non può essere né la regola né l’eccezione, l’integrità territoriale è nelle mani dell’autodeterminazione dei popoli, non in quelle insanguinate dei dittatori imperialisti.
È qui che la proposta rompe davvero con l’esistente. Perché questa Coalizione offre anche una risposta globale e democratica a due crisi strutturali del nostro tempo: la paralisi del Consiglio di Sicurezza ONU, bloccato dal veto di una potenza aggressore; l’incertezza transatlantica, che rende instabile ogni delega automatica e impone alle democrazie di assumersi responsabilità dirette.
Come avrebbe detto Marco Pannella, il problema non è l’assenza di strumenti, ma la mancanza di volontà politica di usarli.
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