Il Sanremo dei potenti, con cavallo pazzo Trump, le ginocchiere per i lacchè, e la saga dei Beckham

Scusate, io dovevo essere distratta, ma: quand’è che Davos è diventato Sanremo? Non vi mentirò, non vi dirò che i messaggi che ho ricevuto questa settimana fossero tutti «ma hai visto Davos?»: ovviamente una schiacciante maggioranza era costituita da variazioni su «ma hai visto i Beckham?». Però credo sia il primo anno che le persone che frequento io, non esattamente patiti di politica estera, parlano di Davos come di un fatto popolare.
Oltretutto c’è un’intersezione tra i due talk of the town della settimana, perché, ma tu pensa, David Beckham era a Davos (a registrare un podcast: ettepareva). Le immagini che avete visto ovunque, quelle in cui qualcuno gli chiede di commentare la vicenda del figlio Brooklyn (che sostiene papà e mamma siano due orridi sfruttatori che vogliono rovinare la vita a lui e a sua moglie), quelle in cui David dà una risposta il più generica possibile sugli errori dei figli e il dovere dei genitori di lasciarglieli fare, quelle vengono da Davos.
La domanda su Sanremo me la sono fatta quando su Instagram mi è passato davanti un tizio che diceva di capire finalmente cosa provano le donne quando gli interlocutori fissano loro le tette: a Davos, dice, tutti gli guardano l’accredito. A quanto ho capito, è come a Cannes: dal colore dipende quanto conti.
Io non potrei mai andare a Sanremo con l’accredito d’un giornale: le prime volte che ci sono stata, era con un accredito della Rai, il che significa che puoi andare in tutti i posti vietati alla stampa, dall’entrata degli artisti alle prove a porte chiuse. È come viaggiare con l’aereo privato: poi mica puoi tornare indietro e discutere con la hostess che ti vuol far imbarcare il trolley, poi sei rovinata per sempre, la realtà non sarà mai più all’altezza delle tue aspettative.
Tutto ciò che non era meme sui Beckham, in questi giorni, veniva da Davos. Gavin Newsom, governatore della California, che dice che Trump è un tirannosauro, o ti accoppi con lui o ti divora, facendo pensare a noialtri italiani che, poverino, in inglese si perde il fatto che nella parola “tirannosauro” ci sia “tiranno” (T-rex, lo chiamano loro, che mica possono pretendere gli americani pronuncino pentasillabi in latino).
Sempre Newsom che, approfittando del fatto che «sell out» in inglese significa sia «andare esaurito nei negozi» sia «svendersi», dice che all’amministrazione Trump si sono svendute le università e gli studi legali e i capi di molte aziende, e sono anche andate esaurite queste: e agita delle ginocchiere rosse con la firma di Donald Trump, dice che servono per quelli che si vogliono svendere al Donald. Una pensa sia uno scherzo, una gag, un oggetto di scena fatto produrre per la performance a Davos, ma siamo nel secolo non della postverità ma della postverosimiglianza: vai sul sito di Newsom, e ci trovi effettivamente in vendita le ginocchiere trumpiste, a cento dollari.
E ancora Larry Fink, il capo di Blackrock, che scopro da Semafor (dove questa domanda su cosa avesse reso Davos il nuovo Sanremo se la sono fatta prima di me, pur essendo americani e quindi non conoscendo Sanremo) incarnare la risposta: è lui, Fink, che ha fatto diventare Davos il posto dove tutti vogliono essere.
Lo stesso Larry Fink che, mentre intervista Elon Musk, gli dice «voglio umanizzarti» (questa non è missione difficile, signor Fink: questa è missione impossibile). Confesso che sono rimasta un po’ delusa dalla conversazione. Elon è amico del padre della moglie di Brooklyn Beckham, un tale Nelson Peltz del quale non ho capito che lavoro faccia (io quelli che lavorano coi soldi non capisco mai che lavoro facciano, dal Mickey Rourke di “Nove settimane e mezzo” al Richard Gere di “Pretty woman”).
Ci sono le foto di loro due fantastiliardari insieme a Brooklyn Beckham e alla moglie, quella al centro dello scandalo migliore di quest’inizio anno, e insomma Larry, una domandina gliela potevi fare: Elon, ma tu credi che Victoria Beckham abbia dato scandalo ballando come una spogliarellista alle nozze del figlio, o che Nicola Peltz sia un’ingrata che vuole rovinare il rapporto tra la suocera e il marito? Elon, tu che sei così poco diplomatico sappiamo che ci dirai la verità senza farti influenzare dalla frequentazione di Nelson Peltz.
E poi Trump, che fa il lisergico discorso di cui già v’ha detto Francesco Cundari, ma che soprattutto torna indietro perché l’Air Force One si rompe, ne prende un altro (sette stagioni di “The West Wing”, e non sapevo esistesse un secondo Air Force One), e infine arriva. In una puntata di “The West Wing”, l’aereo aveva un guasto da niente; tuttavia lo tenevano nascosto ai giornalisti a bordo, perché se si veniva a sapere poi sai la Borsa, poi sai gli allarmi.
Adesso, in tempo reale su Twitter (o come si chiama ora), ho appreso di tutti i cambiamenti da un account che dà conto di tutti i voli. Adesso che c’è gente che ha abbastanza tempo libero da monitorare i voli gratis, non crollano neanche più i mercati azionari se si rompe l’aereo presidenziale: niente conta più niente, niente ha più un’influenza lineare su niente.
E non dimentichiamo, tra quelli a Davos pronti a diventare meme, Lilli Gruber, della quale qualcuno che vorrei tantissimo conoscere e che gestisce i social di La7 pubblica una foto. Seduta sul pavimento d’una sala di Davos, è al telefono, ha intorno molti fogli stampati, una bottiglia d’acqua, degli zainetti. Una foto normale di un’adulta che sta lavorando. Che il genio del purissimo presente dei social di La7 didascalizza come si trattasse d’una influencer che beve caipirinha al tramonto: «Semplicemente, Lilli Gruber». Amo, semplicemente noi.
Ma soprattutto Mark Carney, premier canadese che non avevo mai sentito nominare, discreto figo, e oratore del discorso che è piaciuto a tutti tuttissimi, dimostrando una delle regole che mi sono più care: l’oratoria migliore è quella che suona benissimo e può voler dire tutto.
Quando Carney cita Havel e il negoziante che mette in vetrina il cartello cui non crede e il perpetuarsi d’un sistema oppressivo grazie a «la partecipazione delle persone comuni a rituali che sanno privatamente essere falsi», il discorso piace a me, che tifo per un ripristino a sinistra del principio di realtà; ma piace anche alla sinistra dell’identità di genere, evidentemente convinta che parli d’altro. È il segreto d’ogni successo, da Fantozzi in giù: far credere al pubblico che quello che parla non ce l’abbia con te, ma col tuo vicino di posto.
Musk, che non ha le doti oratorie di Carney, non ottiene lo stesso successo né con la battuta iniziale, un tragico gioco di parole sull’assonanza tra la parola inglese per dire “pace” e quella per dire “pezzo”; né col finale. Fink gli chiede se ci sia qualcosa ancora che vuol dire, e lui risponde che gli hanno chiesto se voglia morire su Marte, e lui ha detto sì, «ma non atterrandoci». La platea ride educatamente come quando a cena il padrone di casa racconta una barzelletta sul Viagra. Elon, ma io dico: avevi i Beckham in repertorio, e non li usi? Elon, ma devo sempre spiegarti tutto?
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