Gli Houthi scendono ufficialmente in guerra a fianco degli Ayatollah sciiti: ulteriore ostacolo ai traffici petroliferi

Com’era già nell’aria fin dalla notte del 28 febbraio - data dell’inizio degli attacchi israelo-americani a Teheran - gli Houthi yemeniti, da sempre perfettamente allineati alle posizioni militari assunte dall’Iran, alle prime ore del mattino, ad un mese esatto dall’inizio delle ostilità, hanno iniziato le loro attività belliche, lanciando quattro missili contro Israele: è il loro primo attacco dall’inizio della guerra in Iran.
E questo accade, paradossalmente, lo stesso giorno che il Segretario di Stato del governo americano, Marco Rubio, ha affermato che gli Usa prevedono di concludere le operazioni militari nell’area del Golfo Persico entro qualche decina di giorni (Sic!).
Senza dover scomodare nessun esperto di strategie militari, gli Houthi, il cui coinvolgimento certo rischia di ampliare e prolungare una guerra entrata già nella quinta settimana, hanno dichiarato che le loro operazioni continueranno fino alla fine dell’aggressione decisa e portata avanti da Washington e Tel Aviv su tutti i fronti.
Resta il fatto che gli Houthi, già ben noti per i numerosi micidiali attacchi compiuti nei mesi scorsi contro unità mercantili in transito nello Stretto di “Bad al-Mandab” avevano dichiarato venerdì (ieri per chi legge) di essere pronti ad intervenire qualora l’escalation militare contro l'Iran, da parte Usa-Israele, continuasse nella guerra.
Abbiamo già assistito, nel recente passato, come i miliziani Houthi siano in grado di colpire target posizionati ben oltre lo Yemen e, soprattutto, essere in grado di disturbare le rotte marittime intorno alla Penisola Arabica e al Mar Rosso, come sostanzialmente è avvenuto a sostegno di Hamas a Gaza (dopo i fatti del 7 ottobre 2023).
L’ipotesi sempre incerta (fino a stamattina) che se gli Houthi aprissero un nuovo fronte nel conflitto - in corso già da un mese -, un obiettivo tanto ovvio quanto pericolosissimo per lo shipping mondiale sarebbe lo Stretto di “Bab al-Mandab”, ubicato al largo della costa yemenita: un punto nevralgico di transito navale marittimo, in grado di controllare il traffico marittimo verso il Canale di Suez, specialmente dopo che l’Iran ha, di fatto, effettivamente chiuso lo Stretto di Hormuz.
Alla luce degli sviluppi avvenuti in queste ultime ore, le affermazioni di Rubio che, parlando venerdì prima dell’attacco degli Houthi, sostengono addirittura l’anticipo di Washington sul calendario delle operazioni in corso, prevedendo di «concludere le operazioni militari in settimane, non mesi», appaiono, oggi, mentre scriviamo da queste colonne, forse un tantinello azzardate.
In questa cornice che ritrae un occidente incero e per molti versi smarrito, non possiamo tralasciare di considerare come la guerra in atto contro l’Iran ha creato una frattura tra gli Stati Uniti e i loro alleati tradizionali che, non essendo stati avvisati in nessun modo, sono rimasti in una posizione marginale; ovviamente, la lettura dei fatti che ne dà The Donald è assai diversa e si è spinto fino a dire che questa mancanza (secondo la sua libera interpretazione) di sostegno ha «implicazioni per la Nato», notoriamente riconosciuta come l’alleanza più importante dell'Occidente.
E così, poche ore fa, gli Houthi hanno confermato il lancio di un razzo contro Israele; considerato che gli Houthi sono pesantemente armati e in grado di colpire i Paesi vicini dell’area del Golfo Persico, il loro diretto coinvolgimento nel conflitto potrebbe causare serissimi problemi per la navigazione marittima, peraltro, in un momento in cui i traffici mercantili e di conseguenza il commercio globale sono fortemente in crisi.
La guerra continua e con essa le devastazioni e le vittime - da ambo le parti -, almeno secondo quanto riportano i comunicati ufficiali dei governi belligeranti; infatti, l’Iran ha fatto sapere di aver lanciato molteplici ondate di missili contro Israele durante la notte, uccidendo una persona e causando diversi impatti a Tel Aviv. Un altro attacco iraniano, questa volta scatenato su una base aerea in Arabia Saudita, ha ferito 12 militari statunitensi, due dei quali gravemente, mentre droni e missili continuavano a colpire intorno territori degli Stati amici degli Usa nel Golfo.
In definitiva, anche se in cuor nostro, ottimisticamente, desideriamo cessino le ostilità prima possibile, la ragion pratica ci induce, nostro malgrado, a restare realisticamente pronti a veder prolungare il conflitto in corso e a sopportarne le ricadute, in primis, sull’ambiente in generale e subito dopo sull’encomia globale del pianeta che poi, alla fine della fiera, ricadrà su di noi comuni cittadini dell’Occidente rimasto senza bussola.
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