Harvey Weinstein, i buoni, e il revisionismo morale di Hollywood

Mar 12, 2026 - 10:00
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Harvey Weinstein, i buoni, e il revisionismo morale di Hollywood

Quando a gennaio, in mezzo alla neve, Maer Roshan, il direttore dell’Hollywood Reporter, è uscito dal carcere di Rikers dopo aver parlato per un’ora con Harvey Weinstein, ha chiesto alla guardia che lo stava accompagnando se aveva idea di chi fosse quel prigioniero. Quello gli ha risposto: mah, era un pezzo grosso a Hollywood?

Nell’intervista, l’ombra dell’uomo che fu Harvey Weinstein gli aveva detto che non può andare in cortile durante l’ora d’aria dei detenuti, perché tutti vogliono qualcosa: Weinstein, prestami il tuo avvocato, Weinstein, dammi dei soldi. Roshan ha più continenza di me, e resiste alla tentazione di scrivere che Harvey è ancora grande, è la cella che è diventata piccola.

L’articolo parte da molto prima della caduta. Da quando Roshan lavorava a Talk, la rivista che per un attimo a cavallo dei due secoli ci sembrò chissacché, ed entrò nella stanza di Tina Brown, la direttrice, che aveva un colorito grigiastro perché in viva voce c’era Harvey, l’editore, che urlava, e Harvey urlava da una barca a Capri.

Da quella volta che portarono i bagel ai soccorritori dell’11 settembre e poi voleva mangiarseli lui. Anche Harvey non è male, quanto a occhio per il dettaglio. Gli chiede come siano i suoi compagni di galera, se gli parlino di cinema. «Vogliono parlare solo di Tarantino, non è gente da “Shakespeare in love”».

Cosa facciamo degli uomini cui non abbiamo saputo, potuto, voluto tenere testa quando erano ricchi e potenti, una volta che sono caduti dal piedistallo, una volta che sono vecchi e malati e pure in prigione? Ha senso accanirci? Ci stiamo accanendo sulla stessa persona che abbiamo avuto ragione d’odiare trent’anni prima, o l’uomo di strapotere e il galeotto col cancro non hanno più neanche una cellula in comune?

Harvey Weinstein ha diritto a sedici minuti di telefonate ogni tre ore. Dice che chiama quelli dei suoi figli che ancora gli parlano, che chiama i suoi avvocati, che chiama gli amici. Il carcere dev’essere l’ultimo posto dove il telefono si usa ancora per telefonare. Il carcere è l’ultima provincia del Novecento, il secolo in cui Harvey fu grande. Dice che ogni settimana un amico gli manda l’inserto dei libri della domenica. L’ultimo al mondo a leggere gli inserti culturali è uno che non può più comprarsi i diritti dei nostri libri per farci i film, mannaggia.

Non so dove fossi il 10 ottobre del 2017, nella prima settimana del MeToo. Non so quale scadenza stessi cercando di evitare (quando mi metto a tirare le trecce ai social è sempre perché ho qualcosa da consegnare). So però, perché è ancora on line e sono potuta andare a rileggermelo, che alle due del pomeriggio scrissi il tweet (si chiamavano ancora così) che più mi è stato rinfacciato in quasi due decenni di social. Fa così: «Sogno un pezzo su Weinstein d’una sola riga: quello sarà un vecchio porco, ma voi gliela tiravate con la fionda, finché pensavate servisse».

Dice Weinstein che una volta aveva detto di Hollywood «sono lo sceriffo di questa cazzo di città», e che l’hanno presa come una prova della sua prepotenza e che Martin Scorsese gli ha detto che l’ironia sulla pagina stampata non si vede, e anch’io potrei dire che la mia battuta non fu capita. Ma tutte quelle che sono vive da abbastanza anni sanno che dicevo la verità. Tutte quelle che sono vive da abbastanza anni e hanno frequentato i festival di cinema in quegli anni hanno visto le file di donne fuori dalla porta della stanza del vecchio porco a Cannes e a Venezia.

A questo punto Carlo Conti direbbe che se una donna dice no è no, e io sono d’accordo, il problema è che, drammaturgicamente, cento donne che improvvisamente si ricordano che quello lì vent’anni prima s’è comportato in modo improprio non sono una prova schiacciante: sono una moda, sono un carro del vincitore, sono lo spirito del tempo.

Come sempre (come in tutte le accuse di violenza sessuale) sì e no chi c’era sa com’è andata davvero, figuriamoci se possiamo stabilire noi chi mente e chi dice il vero, chi è vittima e chi si atteggia a tale. Non sappiamo chi se ne sia pentita dopo e chi non volesse da prima. Non sappiamo chi pensasse di ottenere qualcosa e poi abbia deciso di rifarsi dell’esito mancato. Non sappiamo se, come dice nell’intervista, il vecchio porco abbia pagato il silenzio delle donne non per risparmiarsi la galera ma per risparmiarsi di dar spiegazioni alla moglie.

Non sappiamo niente, ma Harvey Weinstein era il cattivo perfetto per molte ragioni. Per il caratteraccio, per il gran potere già declinato quando iniziarono le inchieste, perché la prepotenza va bene finché sei di potere ma poi te la fanno pagare, ma soprattutto: perché era un uomo bruttissimo. Non saremmo mai riusciti a credere che fossero cattivi, chessò, Marlon Brando, o Marcello Mastroianni. Ai belli si perdona molto. «Non ero esattamente uno che piaceva alle donne, da giovane, e poi è diventato troppo facile».

Che Harvey Weinstein fosse potente e prepotente era una di quelle cose che sapevamo talmente tutti che neanche la scrivevamo. Ho ritrovato una mail. Non dico di che anno è, sennò si capiscono i film, ma l’avevo scritta allo sceneggiatore del miglior film di quell’anno dicendogli quanto facesse schifo il pizzino di Harvey Weinstein per far invece vincere il suo. È un americano, quindi avevo dovuto spiegargli cosa fosse un pizzino. Purtroppo non mi ricordo a cosa mi riferissi, ma non importa. Importa solo che tutti sapessimo tutto: quell’anno l’Oscar lo vinse il film di Weinstein.

Harvey Weinstein ha un cancro al midollo, l’anno scorso l’hanno operato d’urgenza al cuore, è in carrozzella e a un certo punto dell’intervista dice «Sto morendo. Mi cago sotto dalla paura. Qualunque cosa brutta pensano abbia fatto, non mi hanno dato la pena di morte».

Tra una settimana compie 74 anni, e penso anch’io che morirà in carcere, perché quel che succede quando le storie diventano simboli è che si finisce per esagerare. Era un vecchio porco, diventerà un martire. E gli americani buoni, quelli dalla parte delle donne, quelli per i movimenti di giustizia sociale, loro saranno la società che ha mandato a morire in carcere un povero vecchio ormai innocuo molti anni dopo che aveva smesso di contare qualcosa.

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