Un’Italia senza politica estera nel mondo travolto dalla guerra

Mar 12, 2026 - 10:00
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Un’Italia senza politica estera nel mondo travolto dalla guerra

Con le comunicazioni di Giorgia Meloni al parlamento in vista del prossimo Consiglio europeo, come in tutte le precedenti occasioni da non ricordo più quanti Consigli europei a questa parte, anche ieri abbiamo solennemente certificato il fatto che l’Italia non ha una politica estera. Non ce l’ha il governo, che per consentire a tutti i partiti della maggioranza di votare la stessa risoluzione deve trovare formulazioni talmente vaghe da rendere arduo anche solo capire di cosa parli, come nel caso dell’ormai celebre «sostegno multidimensionale» all’Ucraina. E non ce l’ha l’0pposizione, che a votare un unico testo nemmeno ci prova più, e infatti pure stavolta si è divisa su quattro risoluzioni che vanno dall’impegno a sostenere l’Ucraina fino alla richiesta di fermare le forniture di armi all’Ucraina, e così per tutti i principali problemi internazionali.

In questo tristissimo ma purtroppo non nuovo spettacolo, Carmelo Palma sottolinea giustamente su Linkiesta un passaggio della replica della presidente del Consiglio in Senato, in cui sembra estendere la sua particolarissima idea di unità dal perimetro della coalizione di governo a quello dell’Europa e dell’intero Occidente: «La tesi di Meloni è che il solo fatto di ammettere le divisioni che attraversano l’Europa e l’Occidente avrebbe un effetto ulteriormente disgregativo e che quindi, per scongiurare gli scenari peggiori, occorrerebbe “contromanovrare rispetto a quelle spinte”».

Dunque, se Viktor Orbán continua a porre il veto sull’erogazione del prestito da 90 miliardi di euro deliberato dal Consiglio europeo a favore dell’Ucraina, per Meloni è «impraticabile aggirare il principio dell’unanimità richiesto per le modifiche al bilancio dell’Unione europea» e occorre «una soluzione politica». Secondo la stessa logica, chiamiamola così, pure schierarsi contro Orbán e Trump non significherebbe difendere, ma pregiudicare l’unità dell’Occidente, «perché fino a prova contraria non siamo noi che decidiamo cosa sia l’Occidente».

In pratica, parafrasando Metternich, per Meloni l’Occidente (come pure l’Europa) è un’espressione geografica. E come osserva giustamente Palma, questa «idea contraffatta dell’Europa e dell’Occidente oggi viene comoda alla presidente del Consiglio perché le consente di sfuggire a ogni responsabilità e di addebitare le contraddizioni della sua politica a quelle della realtà che le tocca di attraversare». Alle contraddizioni da lui segnalate – è dalla parte di Zelensky, ma anche di chi come Orbán cerca in tutti i modi di consegnarlo alla Russia; è dalla parte dell’Europa, ma anche dalla parte di quanti, dallo stesso Orbán all’intera amministrazione Trump, lavorano apertamente per distruggerla – mi permetto di aggiungerne un paio. In ordine sparso: vuole un’Europa di nazioni sovrane, ognuna con la sua politica estera, ma appena c’è da prendere una decisione difficile, come in questi giorni, l’intero centrodestra e tutti gli opinionisti al seguito sanno solo ripetere che è l’Europa a non avere una posizione comune sulla guerra in Iran. Vuole il presidenzialismo, ma non appena si presenta un problema spinoso, come quello dell’uso delle basi militari, si rifugia nella formula «deciderà il parlamento», come se in parlamento la maggioranza ce l’avesse qualcun altro. Non fa altro che demonizzare e persino irridere l’opposizione, ma ecco che all’improvviso ieri ha scoperto l’importanza di condividere scelte e responsabilità con gli avversari, di fronte al grave scenario internazionale, su cui peraltro, come si diceva, né l’una né gli altri hanno la minima idea di cosa dire, cosa fare o dove andare.

In ogni caso, il tono dialogante con l’opposizione non è durato nemmeno per le poche ore intercorse tra l’intervento in Senato e quello alla Camera, dove ha denunciato lo «strabismo» del Pd con questo singolare argomento: «Viva gli americani che liberano l’Europa dal nazifascismo, ma no agli americani che liberano dalla dittatura altri popoli in altre parti del mondo». Ma è evidentissimo a tutti quale delle due affermazioni rimproverate alla sinistra, ancora oggi, le bruci di più.

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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