Il complotto dell’algoritmo onnisciente, e il capitalismo conversazionale di Instagram

Come tutti, ho una classifica di ipotesi di complotto preferite. Come tutti quelli che ci tengono alla presentabilità sociale, non ammetto di credere in certe letture paranoidi della realtà finché il loro essere realistiche non diventa troppo evidente per venire smentito, e a quel punto mi riposiziono senza un plissé. È un attimo spostarsi da «ma figurati se il Covid è stato creato in laboratorio, poi cosa, i cadaveri degli alieni nei caveau delle banche» a «ma certo che il Covid è stato creato in laboratorio, chi l’ha mai negato?».
Il problema delle ipotesi di complotto è che i primi ad aderire sono sempre gli impresentabili e, in questa società di adulti dodicenni, nessuno vuol essere al tavolo degli sfigati nel refettorio scolastico. Eravamo pronti a dire che credevamo nei marziani perché Obama aveva detto in un podcast «certo che esistono», e poi è arrivato Trump ad appropriarsi del tema ed ecco qui che non si può più considerare “Mars Attacks!” un film iperrealista (nonostante lo sia in ogni dinamica politica e sociale).
L’altro giorno mi è passato davanti un post di un picchiatello evidentemente complottista che diceva di aver ricevuto una telefonata in cui la voce di sua moglie, ricostruita con l’intelligenza artificiale, gli diceva d’essere in un qualche guaio per risolvere il quale aveva bisogno che lui versasse immediatamente dei soldi su un qualche conto. Ma, riferiva il picchiatello, lui le aveva chiesto la parola d’ordine.
La parola d’ordine ormai non può non far venire in mente Leonardo DiCaprio e le parole d’ordine di “Una battaglia dopo l’altra”: il rivoluzionario ottuso dall’altra parte della linea del telefono incapace di capire che il personaggio di DiCaprio è troppo vecchio e strafatto per ricordarsi la risposta in codice a «che ora è?», e dimostrare che è uno dei loro; la figlia che, se il padre non si ricorda la loro parola d’ordine, gli spara. Ma i picchiatelli social sono assai più picchiatelli dei rivoluzionari latitanti.
La parola d’ordine, spiegava il picchiatello su Twitter (o come si chiama ora), va concordata in una stanza chiusa nella quale non ci siano attrezzi elettronici. Quelli che ti hackereranno per derubarti sono probabilmente già lì, ti hanno già hackerato, e non devono poterti origliare mentre dici a tua moglie che, se un giorno dovesse chiamarti chiedendoti dei soldi, tu le dirai «nella vecchia fattoria», e lei deve rispondere «quante capre ha zio Tobia» (anzi no, così è troppo facile: il picchiatello raccomandava che non ci fosse alcuna logica apparente nello scambio).
Una delle mie ipotesi di complotto preferite sorpassa in corsia d’emergenza quella del picchiatello, ed è che gli attrezzi in compagnia dei quali passiamo le nostre vite non solo ci origlino, ma ci leggano proprio nel pensiero. A me succede in continuazione, e succede a tutti quelli con cui mi accade di parlarne: non è mai capitato che qualcuno mi dicesse «a me mai».
Penso che dovrei sturare il lavandino del bagno di servizio, o che dovrei ordinare dai formaggi perché nei prossimi giorni non avrò il tempo di pensare a cosa mangiare, o che dovrei fare qualcosa per questo mal di schiena. Lo penso, mica lo dico a voce alta o lo scrivo: nessuno sa che in casa mia c’è un lavandino otturato, o che nei prossimi giorni ho molto da fare, o che ho mal di schiena. Non ne parlo, non cerco soluzioni su Google, non do ai miei attrezzi elettronici nessun indizio di ciò cui sto pensando. Eppure, nelle pubblicità che mi compaiono su Instagram, iniziano ad apparire attrezzi per sturare il lavandino, materassi che risolvono qualunque mal di schiena, cibi pronti a domicilio.
D’altra parte, se Neuralink può metterti nel cervello un chip che, ripristinando le connessioni neurali che danno gli impulsi ai tuoi muscoli, ti fa camminare sebbene paralizzato, mi sembra un po’ il minimo che l’Esselunga sappia che sto pensando di fare la spesa. Voglio dire, capisco il problema del diritto alla privacy e il fatto che alcuni di noi siano affezionati ai loro segreti, ma per altri è molto comodo che gli attrezzi sappiano tutto e prevengano i nostri desideri.
Purtroppo temo che le mie paranoie siano per una volta infondate, e che l’algoritmo non ci spii. Temo che l’unica ragione per cui spesso i miei attrezzi mi propongono pubblicità che sono azzeccatissime e corrispondono ai miei bisogni del momento sia che passo troppissimo tempo on line, e per la legge dei grandi numeri mi capitino anche le pubblicità giuste, oltre a moltissime sbagliate. Temo che la mia suggestione dipenda da un trucco percettivo: di solito le pubblicità sbagliate non le noti perché, essendo sbagliate, le scarti immediatamente.
Ci ho fatto caso di recente, quando l’interfaccia della pubblicità nelle storie di Instagram è cambiata. Prima, tra un tizio e l’altro di cui guardavi le storie, c’erano una o più pubblicità, e potevi saltarle nello stesso modo in cui passi da una storia all’altra: mettendo il dito sulla parte destra dello schermo, come per voltare pagina (il nostro tempo sulle app è una continua mimesi di quando esistevano i consumi fisici e non solo l’immateriale).
Adesso, tu metti il dito sulla parte destra dello schermo e, non sempre ma spesso, questo gesto non ti fa passare alla pubblicità successiva o alla storia successiva, ma apre un nuovo abisso di disperazione: quello in cui il commerciante pensa che tu voglia parlargli. O meglio: pensa che, se ti si rivolge come se i mercati fossero conversazioni, allora tu diventerai suo cliente.
Dev’essere una di quelle scemenze con cui gli sfaccendati che in questo secolo chiamiamo «consulenti per il marketing» hanno intortato i poveri commercianti: la gente sai che cosa vuole, mica vuole gli sconti, no, vuole che tu le sia amica.
L’altro giorno mi ha scritto un negozio cui ho dato migliaia di euro nell’ultimo anno. La proprietaria vuole conoscere meglio i suoi clienti, e mi dava orari in cui era disponibile a mezz’ora di videochiamata. Proprietaria di negozio, per mezz’ora del mio tempo devi darmi un anno di merce gratis. E varrebbe, la regola, anche se in questa mail in cui mi dici quanto ci tieni a me tu non mi chiamassi «Giulia». Ma torniamo al problema di Instagram, che ora quando pigi sulla destra non salta più la pubblicità.
Tu pigi, si apre una finestra di messaggi che ti dice «Ciao Guia, facci sapere come possiamo esserti utili», e tu pensi «ma chi cazzo vi conosce», chiudi tutto e ti dici che così impari a perdere tempo su Instagram invece di lavorare.
Solo che poi, la volta successiva in cui apri la app, quel «Ciao Guia, facci sapere come possiamo esserti utili» te lo ritrovi nella casella dei messaggi. Se, come me, fai un uso frequente della messaggistica di Instagram, non vuoi trovartela intasata dalla beneducata disponibilità di negozi disperatissimi, quindi risolvi bloccando il povero commerciante ignaro e rimuovendolo dalla tua casella di posta.
Per farlo, devi cliccare sul suo profilo, scoprendo cosa diamine venda. È così che ho scoperto che tutte le pubblicità che finora non notavo su Instagram, quelle che non mi facevano pensare che Instagram mi origliasse, sono pubblicità che non so come qualcuno (o qualcosa) abbia potuto pensare m’interessassero.
Solo nelle ultime ventiquattr’ore, ho pigiato per sbaglio sull’attivazione della premura per clienti indecisi di, e quindi ricevuto messaggi «Ciao Guia, facci sapere come possiamo esserti utili» da, e quindi bloccato: un posto che fa il ramen in una città in cui sono andata l’ultima volta quando c’era la lira; un tizio che insegna a suonare la batteria; una tizia che insegna a fare rose di carta; una società che organizza banchetti nuziali a Santorini; uno studio di tatuaggi; una divorzista il cui studio almeno sta a metà strada tra casa mia e il bar dove faccio colazione, e sarebbe comoda se solo avessi in mente un divorzio.
Quindi sì, avvincenti tutti i saggi sull’intelligenza artificiale, tutti gli articoli sull’algoritmo che ci controlla, tutti gli allarmi sul fatto che ormai abbiamo consegnato le nostre vite ai cervelloni elettronici e presto le macchine prenderanno il potere.
Io però vorrei sapere com’è possibile che attrezzi ai quali ho appaltato interamente la mia agenda, coi quali compro biglietti di aerei e di treni, con cui prenoto ristoranti e tramite i quali parlo con gli amici di ciò che mi interessa, attrezzi sui quali passo le giornate e i quali hanno quindi ogni informazione esistente su di me e cosa mi piace e cosa no, com’è possibile che attrezzi così pensino che io stia per sposarmi su un’isola greca, ma prima voglia divorziare, e prima ancora imparare a suonare i bonghi e a fare rose di carta.
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