La morte di El Mencho non risolverà la narcoslessia cronica del Messico

Febbraio 26, 2026 - 10:00
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La morte di El Mencho non risolverà la narcoslessia cronica del Messico

La morte di Nemesio Oseguera Cervantes, per amici e nemici “El Mencho”, non ha archiviato la stagione di violenza che attraversa il Messico. Potrebbe inaugurarne una più instabile e imprevedibile, proprio mentre il paese si prepara a ospitare alcune partite dei prossimi Mondiali di calcio, quest’estate. L’uccisione del sessantenne leader del Cártel de Jalisco Nueva Generación, avvenuta domenica all’alba in un’operazione militare nelle colline di Tapalpa, nello stato di Jalisco, è stata una dimostrazione di forza dell’esercito: reparti speciali hanno circondato la villa dove si nascondeva, lo hanno inseguito nei boschi dopo uno scontro a fuoco e lo hanno colpito mortalmente mentre tentava la fuga, con il sostegno dell’intelligence statunitense. Una operazione militare di successo, che forse darà qualche idea ai produttori della serie Narcos per un nuovo spin off, ma i vantaggi finiscono qui. Cosa se ne fa il governo messicano della testa dell’idra, quando il corpo resta intatto e altre teste sono pronte a emergere? 

Il Cartello di Cali è un bordello, cantava Tommaso Paradiso, ma perché non aveva visto quello di Jalisco. L’organizzazione che El Mencho ha portato all’apice in quindici anni è troppo grande per crollare in modo lineare e troppo integrata per essere smontata rapidamente. Da quando è nato nel 2009, il CJNG è diventato una struttura ibrida, con capacità paramilitari e un portafoglio criminale che non dipende solo dalla droga: traffico di fentanyl, metanfetamina e cocaina verso gli Stati Uniti, contrabbando di carburante, controllo di rotte di tratta e traffico di migranti, attività minerarie illegali in Sudamerica, una rete di approvvigionamento globale di precursori chimici. Secondo la Drug Enforcement Administration statunitense, il cartello ha presenze o affiliati in oltre 40 paesi e collegamenti in quasi tutti gli stati americani, con partner che includono il Primeiro Comando da Capital in Brasile e la ’Ndrangheta in Italia. 

La piramide del Cartello di Jalisco difficilmente crollerà con il vertice: è una struttura diffusa, con catene di comando diffuse sul territorio. Ha veicoli blindati, droni, armi pesanti, lanciarazzi, una disponibilità di uomini e mezzi imparagonabile rispetto alle normali organizzazioni criminali. Se vorrà, potrà fare male al governo, come ha dimostrato subito dopo la morte di El Mencho. In poche ore il CJNG ha messo in campo una risposta coordinata su scala nazionale: oltre 250 blocchi stradali, autobus e camion incendiati per paralizzare le arterie principali, sparatorie in più di venti stati, assalti a installazioni della Guardia Nacional anche a San Juan de los Lagos. Nel Jalisco, solo nelle prime ore sono stati uccisi venticinque militari.

Il messaggio è arrivato: l’organizzazione è rimasta operativa, disciplinata e pronta a reagire con quella che il Soufan center chiama una «escalation orizzontale». Tradotto: attacchi contro infrastrutture, trasporti e luoghi civili affollati, perché sono quelli che producono massima visibilità e massima pressione sul governo. Se state pensando alle partite della Coppa del Mondo di calcio che si giocheranno a Città del Messico, Monterrey e Guadalajara, non sbagliate, anche perché quest’ultima città si trova nel cuore storico del CJNG.

La morte di El Mencho non ha strappato il Messico alla sua narcoslessia cronica, né spalancherà automaticamente la strada a un successore unico. Probabilmente vedremo più aspiranti capi del Cartello. Il CJNG è nato proprio così: da una frattura interna e da una stagione di regolamenti di conti seguita al crollo del Cartello del Milenio nei primi anni 2010. Non c’è una linea di successione naturale che garantisca un comando riconosciuto da tutti. Anzi, la forza del CJNG, ovvero la sua rete internazionale e la sua struttura decentrata, rischia di trasformarsi nel suo punto di rottura. Chi controlla una rotta verso gli Stati Uniti, un porto sul Pacifico, un laboratorio di metanfetamina, un circuito di riciclaggio o un contatto con fornitori di precursori chimici potrà provare a rendersi autonomo e a imporre la propria leadership su base territoriale o funzionale. 

Ogni crepa interna diventerà anche un’opportunità per i rivali. Il Cartello rivale di Sinaloa ha tutto l’interesse a sfruttare l’eventuale disordine per conquistare territori, reclutare uomini, intercettare forniture e assorbire contatti esteri. Anche senza una guerra dichiarata, la competizione può esplodere a livello locale, soprattutto in Jalisco e lungo i corridoi strategici che collegano il Pacifico al confine nord.

La presidente messicana Claudia Sheinbaum ha adottato una linea più offensiva rispetto al suo predecessore, aumentando arresti e sequestri e rafforzando la cooperazione con Washington. Ma il Messico non è El Salvador e non basterebbe rinchiudere tutti in una prigione di massima sicurezza come ha fatto Nayib Bukele dal 2022. Ammesso che riescano a prenderli. Certo, le forze armate hanno arrestato decine di migliaia di sospetti legati al crimine organizzato e sequestrato centinaia di tonnellate di droga e migliaia di armi, ma è come svuotare un mare (di cocaina) con un cucchiaino. 

Il presidente degli Donald Trump ha ribadito che il Messico deve intensificare gli sforzi contro cartelli e traffico di droga, ma è facile dirlo da Washington. Città del Messico è davanti a un angoscioso bivio: se accelera la pressione militare, il rischio è un aumento dello scontro armato e delle ritorsioni; se rallenta, si espone a tensioni diplomatiche e alla minaccia di iniziative unilaterali statunitensi; anche se non saranno scenari venezuelani.

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Redazione Redazione Eventi e News