Il controllo di Mediobanca rafforza Meloni, ma non placa Caltagirone

Gen 30, 2026 - 11:00
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Il controllo di Mediobanca rafforza Meloni, ma non placa Caltagirone

A un anno esatto dall’annuncio dell’offerta su Mediobanca, lanciata dal Monte dei Paschi, due sono gli effetti che balzano agli occhi. Il primo è quello principale: il completo successo dell’operazione voluta da Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti, con la conquista del pieno controllo del Monte su Piazzetta Cuccia, che a sua volta custodisce il pacchetto di controllo del 13 per cento sulle Assicurazioni Generali. Con l’86,3 per cento del capitale di Mediobanca in tasca, Mps ha già provveduto a cambiare il cda e a mettere i suoi uomini a Milano.

Il secondo è invece un effetto collaterale, ancora tutto da studiare: Francesco Gaetano Caltagirone, il grande ispiratore privato dell’operazione, si trova in una situazione che da un lato lo vede al vertice della nuova galassia finanziaria nazionale – mentre dall’altro non è ancora chiaro se potrà avere su Generali la presa che desidera ormai da più di un decennio o se dovrà ancora una volta rassegnarsi al volere dei manager. E non solo per l’inchiesta dei pm milanesi che lo vede indagato per aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza, insieme a Francesco Milleri, ceo di Delfin, e Luigi Lovaglio, ceo di Mps.

Fin qui l’imprenditore romano è stato il pivot di un’operazione condivisa dal governo Meloni, sposata in prima persona da Giancarlo Giorgetti, con Mps controllata dal Mef, e mirata a creare un terzo polo bancario e sovranista, allontanando le asserite mire francesi sul risparmio degli italiani gestito dalle Generali. Per l’esecutivo, un’occasione unica per dare finalmente le carte anche nella grande finanza milanese, cosa mai successa a destra, nemmeno ai tempi di Silvio Berlusconi.

Caltagirone è il dominus della nuova galassia Roma-Trieste perché, se è vero che ha iniziato la battaglia per le Generali insieme a Leonardo Del Vecchio, dopo l’improvvisa scomparsa di quest’ultimo nel 2022 le quote di Delfin non hanno più alle spalle la stessa forza di prima. Sono governate dal top manager Francesco Milleri per conto di un gruppo di eredi per nulla coesi tra loro. Non a caso girano da mesi le indiscrezioni sul possibile disimpegno di Delfin da Mps, compreso un presunto contatto tra Milleri e il ceo di Unicredit, Andrea Orcel.

Formalmente Delfin è il primo socio di Mps, con il 17,5 per cento; segue Caltagirone con il 10,3 per cento, con il Mef al 4,9 per cento. Alle Generali oggi guida Mps, tramite Mediobanca, con il 13 per cento; Delfin ha il 10 per cento, Unicredit il 6,7 per cento e Caltagirone il 6,3 per cento. È in questo quadro che si sta andando al rinnovo del vertice del Monte dei Paschi, in primavera, da cui dipenderà la fase due dell’operazione di riassetto della finanza italiana. È qui che Caltagirone gioca le sue carte su Generali. Ma lo fanno anche Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti. Solo che oggi le due parti sembrano molto meno allineate rispetto a un anno fa. Così, se Luigi Lovaglio è appoggiato dal governo, che lo vorrebbe confermare al vertice di Mps, non si può dire lo stesso per Caltagirone.

Lovaglio vorrebbe infatti arrivare alla fusione con Mediobanca per creare quella grande Mps che risponde all’obiettivo della finanza sovranista di governo. In sintesi, il manager lucano vorrebbe acquisire il restante 14 per cento, procedere al delisting di Mediobanca, fonderla in Mps, realizzando le promesse sinergie da 700 milioni, e portare sotto controllo diretto il 13 per cento di Generali. L’interesse di Caltagirone, sulla carta, sembra invece l’opposto: vendere le azioni di Mediobanca in eccesso e scendere al 51 per cento, dall’86,3 per cento; incassare così circa 4,5 miliardi da distribuire ai soci di Mps e, tramite Mediobanca, controllare più agevolmente Generali.

Nel frattempo, anche a Trieste il clima è molto cambiato. Sempre un anno fa, in questi giorni, il ceo di Generali Philippe Donnet aveva messo sul tavolo una joint venture paritetica con i francesi di Natixis per la gestione comune delle masse di asset in gestione. Una proposta non esattamente in linea con il governo italiano guidato da Giorgia Meloni: l’alleanza è stata subito distorta e ridotta a ipotesi di cedere risparmio italiano a Emmanuel Macron, cosa che a Palazzo Chigi è considerata alla stregua di un’eresia ai tempi della Santa Inquisizione.

Di sicuro il progetto ha portato acqua al mulino di Caltagirone e Milleri. Basti ricordare che il Mou con Natixis è stato firmato il 21 gennaio scorso e l’Ops del Monte su Mediobanca è arrivata il 24, tre giorni dopo. Ma ora Donnet ha approfittato della mancanza di penali e, prima di Natale, ha cancellato l’operazione. Tolta dal tavolo, finita per sempre. E questo quando mancano ancora ben due anni alla fine del suo mandato, che scade nella primavera del 2028. Due anni in cui in finanza può succedere di tutto, ma anche in politica: nell’aprile del 2028 ci sarà un nuovo governo in carica da almeno sei mesi. E se la guida sarà molto probabilmente la stessa, con Giorgia Meloni a Palazzo Chigi, la composizione della maggioranza potrebbe invece essere ben diversa da quella attuale.

Con possibili ripercussioni anche sulla galassia Roma-Trieste, specialmente se prenderanno forza i vettori, oggi allo stato embrionale, che insistono su Forza Italia con la regia di Marina Berlusconi e Pier Silvio Berlusconi: quello di Carlo Calenda da un lato e quello di Roberto Occhiuto dall’altro. Un governo a trazione più liberale, con una Forza Italia più solida rispetto alle forze populiste, attenuerebbe nell’economia e nella finanza la tendenza dirigista che ha prevalso in questi ultimi tre anni.

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