TonyPitony non vuole salvare la musica italiana, ma potrebbe riuscirci

TonyPitony non ha niente da dire, ma lo dice benissimo. A prima vista può sembrare l’ennesima mostruosità emersa dai bassifondi del trash o da un prompt scherzoso dato in pasto all’intelligenza artificiale. Invece è un artista brillante, diventato fenomeno virale grazie a uno stile che fonde musica satirica, uso sapiente dell’elettronica e volgarità di ogni genere. Sempre nascosto dietro una goffa maschera di gomma da Elvis Presley.
Il progetto artistico di TonyPitony, nato a Siracusa trent’anni fa, deve la sua popolarità a un personaggio grottesco che ha per tratto principale una comicità machista e vagamente nonsense. È un provocatore per vocazione. Non ha paura di essere politicamente scorretto. Gioca con testi ironici, maneggia la trivialità come un’arte oscura per mettere in discussione convenzioni sociali e luoghi comuni. «Dai, non fare la drastica / Per una bambola di plastica / Torniamo insieme, sei fantastica / So che sei gelosa perché forse lei è più elastica» (“Polietilene”). È trash ma non è il solito trash: è eccessivo, sgradevole, eppure ricercato. Non è solo un cantante demenziale, è l’espressione disinibita del maschilismo antiwoke.
Produzione e arrangiamenti sono una boccata d’aria fresca nello shuffle di Spotify. È un cocktail di soul, cantautorato, R&B, e poi urban con scivolamenti nell’elettronica, nella musica leggera e in futuro chissà cosa. Nasconde in piena vista virtuosismi, citazioni jazz (lui suona anche il sassofono), tempi dispari e sfrizionate in battere e levare che richiedono parecchio talento musicale. Tutto miscelato con una dose di mostarda nel vocabolario e una repulsione per il senso del ridicolo. «Sputo sui ciechi, dico che piove» è l’intro di “Stimoli”. Nella stessa canzone cita necrofilia, misoginia e la sua passione per i piedi femminili.
Oggi TonyPitony ha 1,6 milioni di ascoltatori mensili su Spotify, ha già fatto esibizioni dal vivo in decine città italiane e ha annunciato un tour in giro per l’Europa. Va sold out praticamente ovunque. Il brano “Donne ricche” nella versione acustica dell’ultimo Ep sfiora i dieci milioni di ascolti, con un testo che fa: «Voglio i tuoi soldi / mica la tua anima / ridammi indietro i fiori / compriamo il bangladino». Qui il politicamente corretto è diversi metri sotto terra.
Girano su Instagram diversi reel di maschi che al primo ascolto sembrano disprezzare una sua canzone, finendo poi per cantare con pathos il ritornello, ossessionando le loro compagne, mogli, fidanzate: TonyPitony è la goliardia controllata che permette ai maschi di sfogare in maniera innocente e forse un po’ ruffiana, una risposta emotiva al mondo woke, senza far male a nessuno. Al posto del maschio performativo, la performance di TonyPitony.
In un’intervista ha detto di sé che «TonyPitony è un pensiero intrusivo che diventa collettivo e psichedelico». C’è una community di fedelissimi affezionata alle sue performance dal vivo, tutte ovviamente postate sui social: i reel mostrano il pubblico impegnato a squarciagolare tutte le canzoni mentre sul palco va in scena un teatro dell’assurdo calibrato per essere sempre sopra le righe.
I concerti sono spettacoli allucinati e allucinanti con personaggi in maschera, luci colorate e il Gabibbo che fa a botte con Brumotti mentre TonyPitony canta “Striscia”. A Milano, chiudendo l’esibizione al Fabrique, si è fatto sollevare come un Deus ex machina del teatro greco per volare sul pubblico mentre cantava “My Way” di Frank Sinatra. Per nessuna ragione. Ma funziona benissimo.
Il successo di TonyPitony va cercato in quel miscuglio di elementi di novità e immedesimazione in un antieroe senza qualità. Perché nonostante le capacità artistiche non ha la pretesa di ribaltare la scena italiana, non va contro l’appiattimento dei testi e delle melodie. La sua non è una crociata satirica contro l’industria musicale. Anzi, se può ritagliarsi uno spazio nel mainstream lo fa volentieri. In settimana è anche passato dal basement di Gianluca Gazzoli per la chiacchierata di rito. È l’endorsement definitivo, il certificato di personaggio nazionalpopolare che piace a grandi e piccini. Durante l’intervista ha detto che la volgarità è stata la chiave di volta del successo, e a chi gli dice «peccato per i testi» risponde: «Senza quelli, non sarei qui».
In fondo, il suo brano più riuscito, “Culo”, è solo l’ennesima riproposizione di una serenata indie-pop come ce ne sono state centinaia negli ultimi quindici anni. Dopo la prima strofa romantica, racconta la serata storta di un uomo becero, insulso, incapace di scendere a patti con il ciclo mestruale della fidanzata che lo chiama solo per avere un po’ di compagnia mentre lui anela a una grezza serata di sesso. E il ritornello dipinge una scena di violenza sessuale, né più né meno. Tutto il resto è intriso di ironia e un certo savoir-faire nel pungolare il maschio medio sulle sue fragilità. TonyPitony è un aristotelico: dà al pubblico ciò che vuole, ma non nel modo che aveva previsto.
Nel 2020 aveva partecipato alle audizioni di X Factor con una versione di “Hallelujah” cantata con i gorgheggi tipici dei neomelodici. Appariva più timido di com’è oggi, forse per questo la performance era sembrata incomprensibile ai giudici. Mika aveva provato a salvarlo, Manuel Agnelli e Emma Marrone no. Quell’anno ha pubblicato un album con il dj Jerry Canaglia, “Nel 2067”. Una compilation di sonorità spinte al massimo all’intersezione tra l’house, l’hyperpop, la trap e la techno, tra un brano in francese, testi goderecci e pochissime ambizioni.
L’ultimo EP, “Peccato per i testi”, è uscito a inizio dicembre. Il titolo, ha sottolineato il giornalista musicale Federico Pucci, è il classico commento che si legge sotto le canzoni di TonyPitony. Di solito sono i commenti di chi non ha capito il personaggio. «Sui suoi social, su YouTube, una reazione piuttosto comune è stabilire una gerarchia tra una musica che aspira all’elegiaco, all’aulico, e dei versi che invece rotolano gioiosamente nel grottesco e nell’indecente», scrive Pucci. «Può sembrare un esercizio futile per il nostro gusto abituato a secoli di estetiche classiche neoclassiche romantiche post-romantiche e quasi mai davvero moderne, ma così non è. Ovviamente le due qualità (bontà della musica e orrore dei testi) non sono separabili: anzi, se non fossimo in grado di apprezzare la distanza tra le due non potremmo percepire lo scarto di significato dentro cui sta il paradosso, e quindi la risata».
La settimana scorsa è uscita la sua sigla del Fantasanremo, il gioco che assegna bonus e malus in base a ciò che accade sul palco dell’Ariston. Prima di lui, negli anni passati, era toccato a Cristina D’Avena e Naska. TonyPitony ha fatto, come sempre, di testa sua. “Scapezzolate” dura appena settanta secondi, quanto basta per metterci un sound da orchestra, un crescendo teatrale, una citazione dei momenti più memorabili degli ultimi anni di Festival. È la fotografia perfetta dello spirito godereccio che unisce milioni di appassionati ogni anno.
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