Le linee-guida della geopolitica pontificia
Geopolitica pontificia: un bilancio dell’ordine mondiale all’inizio del 2026. Deterrenza nucleare, crisi dimenticate e il peso delle parole nei conflitti globali. Monsignor Paul Richard Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni internazionali ha fatto il punto con il Sir sulle priorità della diplomazia vaticana. Nato a Liverpool e ordinato sacerdote nel 1977, in seguito al dottorato in diritto canonico, conseguito presso la Pontificia accademia ecclesiastica a Roma, dal 1º maggio 1984 è membro della diplomazia della Santa Sede, ricoprendo incarichi in Tanzania, Uruguay e nelle Filippine.
Nel 2000 viene nominato inviato speciale con funzioni di Osservatore permanente della Santa Sede presso il Consiglio d’Europa da papa Giovanni Paolo II, trasferendosi a Strasburgo. Viene poi nominato nunzio apostolico in Burundi. Nel marzo del 2004 riceve l’ordinazione episcopale il 13 marzo successivo, nella basilica di San Pietro, dal cardinale Angelo Sodano. A ciò seguono le nomine a nunzio apostolico in Guatemala prima, nel 2012, e in Australia poi, nel 2014.

Geopolitica pontificia
Dalla frammentazione geopolitica alle emergenze umanitarie normalizzate, il presule britannico sottolinea il ruolo della Santa Sede come “coscienza critica” del sistema internazionale e richiama alla necessità di “gesti verificabili” per una riconciliazione reale. “Mi sembra degno di nota il fatto che, con il diminuire dell’impegno per il disarmo e la pace, si sia perso di vista anche la lotta alla fame, alla povertà, alle migrazioni forzate. Oltreché la promozione dei diritti fondamentali della persona umana”, sottolinea Gallagher. E aggiunge: “In effetti la vera pace non e’ frutto solo del disarmo, ma si basa sulla fiducia e le relazioni pacifiche tra i popoli. Solo la vera pace garantisce una sicurezza integrale, la quale non si riduce a questioni meramente militari”. Prosegue il presule: “Nel contesto attuale, in cui regna un certo ‘disordine internazionale‘, non possiamo rassegnarci a una logica puramente contrappositiva, in cui il rapporto tra i popoli rischia di chiudersi nella paura dell’altro e quindi nel dominio della forza”. L’arcivescovo Gallagher rimarca che non bisogna dimenticare che “la via del dialogo è sempre possibile, anzi auspicabile, un dialogo ‘umile e perseverante’ come ci esorta Leone XIV, per contribuire a un cambiamento di rotta, per ricostruire rapporti di fiducia e per il bene di tutta l’umanità“.
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