Dichiarato lo Stato di Emergenza al Sud dopo il Ciclone Harry: ma il nodo resta la prevenzione
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Dopo il ciclone Harry arriva la dichiarazione di stato di emergenza per il Sud: stanziate risorse immediate e solidarietà dei Comuni, ma resta aperto il dibattito aperto sulla strategia climatica e sulla prevenzione degli eventi meteorologici estremi.
L’ondata di maltempo che a partire dal 18 gennaio 2026 ha colpito duramente Calabria, Sicilia e Sardegna ha riportato al centro dell’agenda politica nazionale il tema della gestione delle calamità naturali. Piogge torrenziali, raffiche di vento violente e allagamenti diffusi hanno messo sotto pressione territori già fragili, costringendo il Governo a intervenire con misure straordinarie. Nella sua ultima seduta, il Consiglio dei ministri ha infatti deliberato la dichiarazione dello stato di emergenza nazionale, aprendo la strada a interventi rapidi e a uno stanziamento iniziale di 100 milioni di euro.
La proposta, illustrata dal ministro per la Protezione civile e le Politiche del mare Nello Musumeci, è stata condivisa alla presenza dei presidenti delle tre Regioni coinvolte, chiamati ora a un ruolo centrale nella fase operativa. L’obiettivo dichiarato è duplice: affrontare l’impatto immediato dell’emergenza e avviare quanto prima il percorso di ripristino delle infrastrutture danneggiate.
Cosa comporta lo stato di emergenza
Tempi, risorse e poteri straordinari
Secondo quanto previsto dal Codice della Protezione civile, lo stato di emergenza ha una durata massima di dodici mesi, prorogabile una sola volta per un ulteriore anno. Si tratta di un arco temporale limitato, pensato per consentire interventi rapidi senza trasformare l’eccezione in regola. La pandemia da Covid-19, che ha superato ampiamente questi limiti, resta un caso isolato legato alla portata nazionale e globale della crisi sanitaria.
I fondi stanziati attingono al Fondo per le emergenze nazionali e sono destinati ai cosiddetti “primi interventi”: messa in sicurezza delle aree colpite, assistenza alla popolazione, ripristino provvisorio dei servizi essenziali e delle infrastrutture strategiche. Nei prossimi giorni è atteso un provvedimento interministeriale che consentirà di programmare la fase successiva, quella della ricostruzione vera e propria, sulla base di una ricognizione puntuale dei danni che le Regioni stanno completando.
Un elemento chiave del meccanismo emergenziale è l’attribuzione di poteri straordinari ai commissari delegati, individuati nei presidenti di Regione. Attraverso il cosiddetto potere di ordinanza, le autorità responsabili possono derogare a molte delle procedure ordinarie della pubblica amministrazione. In questa fase, la priorità non è tanto la rigidità burocratica quanto la tempestività dell’azione, necessaria per ridurre i disagi e prevenire ulteriori rischi.
La risposta dei territori e il ruolo dei Comuni
La proposta di Anci per una raccolta fondi nazionale
Accanto all’intervento dello Stato, si muove anche la rete delle autonomie locali. L’Anci (Associazione nazionale dei Comuni italiani) ha lanciato l’idea di una raccolta fondi su scala nazionale a sostegno delle amministrazioni colpite dal ciclone Harry. A farsi promotore dell’iniziativa è stato Marco Fioravanti, sindaco di Ascoli Piceno e presidente del Consiglio nazionale Anci.
L’obiettivo è coinvolgere tutti i Comuni italiani disponibili a offrire un contributo concreto, in uno spirito di solidarietà istituzionale. Fioravanti ha sottolineato come gli eventi meteorologici estremi abbiano avuto conseguenze pesantissime sul tessuto economico e sociale dei territori interessati, con ricadute immediate su famiglie, imprese e bilanci comunali. Il coordinamento tra sindaci e Protezione civile ha permesso di limitare le perdite umane, ma la strada verso il ritorno alla normalità si preannuncia lunga e complessa.
Il richiamo alla memoria recente non è casuale. Ascoli Piceno e molti Comuni del Centro Italia furono duramente colpiti dal sisma del 2016-2017 e beneficiarono allora di una vasta ondata di sostegno proveniente da tutta la Penisola. «È il momento di restituire quella solidarietà», ha ribadito Fioravanti, ricordando che Anci rappresenta prima di tutto una comunità di amministratori unita anche nei momenti più difficili.
La proposta verrà formalmente discussa durante il Consiglio nazionale Anci del 20 febbraio a Roma. Le modalità operative sono ancora in fase di definizione, ma le risorse raccolte dovrebbero essere destinate agli interventi più urgenti: sicurezza del territorio, supporto alle attività produttive, ripristino dei servizi e accompagnamento delle comunità nel percorso di rinascita.
Le critiche ambientaliste
“Si rincorrono le emergenze, ma manca una strategia”
Se sul fronte degli aiuti immediati il quadro appare chiaro, più acceso è il dibattito sulla prevenzione. Legambiente, per voce del presidente nazionale Stefano Ciafani, ha espresso forti perplessità sull’approccio adottato dal Governo. Secondo l’associazione, l’Italia continua a inseguire le crisi senza affrontarne le cause strutturali, in primis la crisi climatica.
Al centro delle critiche c’è la mancata attuazione del Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (PNACC), elaborato da anni ma rimasto privo di risorse finanziarie. Né l’ultima legge di bilancio né altri provvedimenti recenti avrebbero previsto fondi dedicati, mentre – sottolinea Legambiente – l’Esecutivo procede spedito su grandi opere come il Ponte sullo Stretto di Messina.
L’associazione chiede un cambio di rotta deciso: dall’approvazione di una legge contro il consumo di suolo, ferma in Parlamento da oltre un decennio, fino a interventi concreti di rinaturalizzazione del territorio. Tra questi, la riapertura di corsi d’acqua tombati in passato e la diffusione dei Sistemi di drenaggio sostenibile (SUDS) per ridurre l’impermeabilizzazione del suolo causata da asfalto e cemento.
Numeri che raccontano un’emergenza strutturale
Eventi estremi in aumento e costi sempre più elevati
I dati diffusi dall’Osservatorio Città Clima di Legambiente confermano un trend preoccupante. Nel solo 2025 in Italia sono stati registrati 376 eventi meteorologici estremi, con un incremento del 5,9% rispetto all’anno precedente. Tra le regioni più colpite spicca la Sicilia, seconda solo alla Lombardia per numero di episodi.
Le prospettive economiche non sono meno allarmanti. Secondo uno studio dell’Università di Mannheim, i danni legati a ondate di calore, siccità e alluvioni potrebbero crescere rapidamente: dagli 11,9 miliardi di euro del 2025 a oltre 34 miliardi nel 2029, se non verranno adottate misure efficaci di adattamento.
Anche sul fronte della difesa del suolo il bilancio è controverso. Tra il 1999 e il 2024 risultano spesi 20,5 miliardi di euro per interventi di mitigazione del dissesto idrogeologico. Tuttavia, solo poco più di un terzo dei lavori previsti risulta completato e, nonostante gli investimenti, il rischio idrogeologico continua ad aumentare, interessando oggi il 94% dei Comuni italiani.
Oltre l’emergenza
La sfida di un Paese chiamato a scegliere
La dichiarazione dello stato di emergenza per Calabria, Sicilia e Sardegna rappresenta una risposta necessaria a una situazione critica. Ma il confronto politico e tecnico che si è aperto va ben oltre l’attualità del ciclone Harry. La vera sfida, come ricordano amministratori locali e associazioni ambientaliste, è trasformare l’esperienza dell’emergenza in politiche di lungo periodo, capaci di ridurre la vulnerabilità del territorio.
In un Paese sempre più esposto agli effetti del cambiamento climatico, la scelta non è più tra intervenire o meno, ma quando e come farlo. Continuare a rincorrere le calamità o investire finalmente in una prevenzione strutturata: è su questo bivio che si gioca una parte decisiva del futuro italiano.
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