Il primato di Robbie Williams, e i centomila nuovi brani al giorno che non ascolterai mai

Gen 27, 2026 - 21:30
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Il primato di Robbie Williams, e i centomila nuovi brani al giorno che non ascolterai mai

Questo articolo ha molti incipit possibili. Uno è: nel 2024, Spotify pubblicava ogni giorno centomila nuove canzoni. Il 2024 è finito da tredici mesi, e logica dice che saranno nel frattempo aumentate. Ma anche se fossero magicamente diminuite. Cento. Mila. Al. Giorno.

Un altro è: mentre sono qui che comincio a scrivere, mi passa davanti su un social un pezzettino di podcast in cui un attore mio coetaneo dice di aver portato il figlio a vedere Travis Scott (chiunque egli sia) perché non voleva essere come suo padre che quando lui ascoltava gli U2 gli diceva «questa non è musica». Ora, io non vorrei vanificare tutto il lavoro che l’attore avrà fatto con l’analista, ma: non è vero.

È un falso ricordo, come lo sono quelli dei nostri coetanei che dicono «i miei genitori mi facevano leggere». Nessuno ci diceva di leggere: leggevamo perché non c’era niente nientissimo altro da fare. Non eravamo più colti e meglio addestrati: non avevamo Fortnite (qualunque cosa sia) sul telefono. Allo stesso modo, nessun genitore nostro ha mai detto «questa non è musica». È una frase che dicevano i nostri nonni ai nostri genitori (mio nonno negli anni Ottanta ancora non s’era ripreso dall’esistenza dei Beatles, e non lo rasserenava il fatto che si fossero sciolti da più di dieci anni).

I nostri genitori no, perché i nostri genitori sono stati gli ultimi sani di mente e fortunati. I primi ad avere il pop, gli ultimi a non avere le relazioni parasociali e a non feticizzare la genitorialità. Ascoltavano le canzonette loro: non gliene importava nulla delle canzonette nostre. Se poi le avessero disprezzate, tanto meglio: siamo stati gli ultimi figli ad avere chiaro che uccidere il padre è necessario all’evoluzione. Ma non c’era bisogno: i nostri genitori avevano una vita loro, non un ruolo-ombra nella nostra. Non gliene importava nulla di cosa ascoltavamo, guardavamo, leggevamo.

Ma il vero incipit di questo articolo è un altro, ovvero: ai nostri genitori, che erano sani di mente, le classifiche servivano per sapere cos’era uscito e cosa magari poteva essere di loro gradimento. Un po’ perché avevano una vita e ambizioni e passatempi, un po’ perché non avevano in tasca la gente famosa che fotografava la propria colazione e di cui quindi percepirsi amici, non tifavano perché a “Disco Ring” annunciassero che quella settimana aveva venduto di più la Mina o la Patty.

Avanzamento di qualche decennio, ed eccoci alla settimana scorsa, quando ho visto cose che la me coi poster in cameretta non avrebbe immaginato mai. Al Times è toccato fare due pagine, con tanto di grafici, per spiegare agli esaltati che no, il fatto che ora Robbie Williams totalizzi sedici album che sono stati al primo posto della classifica inglese, e i Beatles solo quindici, non rende Robbie più famoso di Gesù Cristo (devo scrivere «cit.»?).

Non solo perché quelli hanno fatto dischi per dieci anni e Robbie è in giro da molto più tempo. Anche – soprattutto – perché ai tempi dei Beatles la gente comprava i dischi. Adesso compra il non voler sentire la pubblicità su Spotify. Poi magari quando è lì ti ascolta, ma ascolta te o un altro, siete intercambiabili, non ha scelto come quantità finita di musica presente in casa di possedere il tuo disco e non il suo: come si quantifica il valore di una cosa che nessuno è disposto a pagare?

In uno degli schemi pubblicati dal Times, ci sono i numeri dei dodici dischi più venduti di Robbie Williams. Il primo è “Escapology” (e vorrei pure vedere: contiene “Come Undone”, la più bella canzone di questo secolo), del 2002. Quasi otto milioni di copie. Il dodicesimo è del 2019, quando già le classifiche si misuravano – come ora – con assurdi conteggi che calcolano gli streaming e il tempo di permanenza sulla canzone e la rava e la fava. Nonostante ciò, nonostante quei dischi venduti non siano neppure dischi davvero venduti, quello del 2019 è a quattrocentodiecimila misere copie. Robbie voleva il primato simbolico, l’ha dichiarato più volte, ha detto che a ottobre ha bloccato l’uscita di questo disco perché c’era Taylor Swift e non sarebbe andato al primo posto, ha detto che a parte la sua famiglia era la cosa che più gli interessava, e va benissimo. L’ambizione personale è sensata. A essere da nido del cuculo sono quelli che vanno sui social a dire che il mondo è cattivo a insinuare che Robbie è meno importante dei Beatles.

Le ambizioni personali le avevano anche i Beatles e i Rolling Stones che distanziavano le rispettive uscite per avere i loro bravi primi posti. Non avevano i picchiatelli col telefono in tasca, però. (Un picchiatello gli ha pure sparato, a John Lennon, e cionostante la media di disturbo mentale era più bassa di quella dei fan di oggi).

L’altra cosa successa la settimana scorsa, se non vivete su Marte ve ne sarete accorti, è che il primogenito di David Beckham ha dichiarato guerra ai genitori. La moglie di Beckham è Victoria, già Posh Spice. Le Spice Girls furono un fenomeno da classifica degli anni Novanta (“Wannabe”, la loro prima canzone nonché la più famosa, uscì trent’anni fa).

Di cos’abbiano fatto dopo le ragazze il pubblico medio (me compresa) non ha un’idea precisissima, esclusa Victoria. Di lei sappiamo tutto non solo perché è diventata metà della coppia più famosa d’Inghilterra, ma perché è una stilista (anche bravina, chi l’avrebbe mai detto).

Quel che ho scoperto la settimana scorsa è che, nell’interregno tra fare le Spice Girls e fare la stilista, ha fatto la cantante solista. L’ho scoperto perché, non potendo esistere canzoni che riescano a emergere in un rumore di fondo da centomila nuove uscite al giorno, ormai il meccanismo che fa salire in classifica qualcosa è la notiziabilità. Arrestano un trapper? Eccoci pronti a sentire le sue canzoni di cui nulla sapevamo e che tra due giorni dimenticheremo. Se Fabrizio Corona questa settimana fa una canzone, va primo in classifica sicuro.

Brooklyn Beckham ha detto che sua madre è praticamente Medea? Presto, corriamo a sentire un suo brano. Quindi il povero Harry Styles si è trovato con la nuova canzone superata in classifica da “I’m not such an innocent girl”, brano inciso da Victoria Beckham nel 2001 che per venticinque anni avevamo lietamente ignorato.

Ed eccoci con la guerra tra parasociali: quelli che s’immaginano avere una relazione con Harry Styles, che raccomandano lo streaming perché il loro amico immaginario non può arrivare secondo; quelli che nel boschetto della fantasia hanno un rapporto con Victoria Beckham, che esortano a farla trionfare. Durerà quanto durerà l’interesse per le beghe tra nuora e suocera.

Naturalmente questo pronto consumo fa sì che ci sia un altro dato che per fortuna mi hanno messo in ordine i grafici del Times così non devo andare a cercarmelo: la durata del primo posto. Gli album dei Beatles che sono stati al primo posto ci sono stati complessivamente per 176 settimane, quasi tre anni e mezzo.

Gli album di Robbie Williams, a parità di numero, di settimane al primo posto ne hanno totalizzate 38. (E Robbie Williams è un ibrido col mondo di prima: quando era un gigante si vendevano ancora i cd, si andava in negozio a spendere la paghetta, mica si prendeva a ditate uno schermo gratis: il paragone crudele sarebbe quello con la durata dei primi posti di Harry Styles o un altro di questi giovinastri nativi digitali).

Il fatto è che il pop è l’unica evoluzione il cui Big Bang sia a portata di vivente. C’è gente che era viva quand’è iniziato, quando c’erano i Beatles o Elvis, Domenico Modugno o Gianni Morandi (tra questa gente lo stesso Morandi, di cui sogno una conversazione pubblica con Paul McCartney). E quindi, siccome sembra vicinissimo, sembra di poterlo toccare, allora con quell’inizio ci si paragona. Perché serve ai titoli di giornale, o alla vanità.

Ma è ovvio che non è la stessa cosa, e le estati di quando c’era il juke box con dentro cinquanta dischi e ci serviva una monetina per sentirne uno non sono le stesse di ora che è tutto rumore di fondo e niente costa niente e quindi niente vale niente.

Certo, però, diranno quelli per cui le sorti son sempre magnifiche e progressive: adesso hai centomila nuove canzoni al giorno. Di cui non t’importa niente e che non ascolterai mai.

L’altro giorno la pubblicità di Spotify mi ha spiegato che, se passavo alla versione a pagamento, mi sarei potuta scaricare i miei brani preferiti e li avrei potuti ascoltare quando mi trovavo nel bosco senza wifi. Il padre di quell’attore, se sentisse quella pubblicità, secondo me avrebbe il mio stesso pensiero: ah, tanta evoluzione per tornare al punto in cui eravamo quando avevamo il lettore cd. È rimasta però inevasa la domanda: se mentre sei nel bosco arrestano uno dei centomila che non hai mai ascoltato, dove lo trovi il wifi per scaricartelo subito?

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