Il realismo del potere mediorientale, spiegato da Pejman Abdolmohammadi

“Il nuovo Medio Oriente”, edito da Egea – Università Bocconi Editore, è l’ultimo libro del professor Pejman Abdolmohammadi. Più un instant book che un saggio in senso stretto, ma con un merito chiaro: offrire in poche pagine un quadro storico, culturale e geopolitico di una delle aree più instabili e decisive del pianeta. Il volume arriva in un momento delicatissimo, praticamente in contemporanea con le proteste del popolo iraniano contro il regime degli ayatollah. Una coincidenza che rende il testo quasi profetico nel descrivere gli equilibri in rapido mutamento dello scacchiere mediorientale, da sempre profondamente influenzato da ciò che accade a Teheran, nell’antica Persia.
Abdolmohammadi, ricercatore di origini iraniane e docente di storia dell’Iran e geopolitica in diverse università tra Italia, Regno Unito e Stati Uniti, propone un cambio di paradigma: il Medio Oriente non è più governato principalmente da conflitti religiosi o ideologici, ma da interessi concreti di potere, sicurezza ed economia. Una realpolitik che manda definitivamente in archivio la lettura huntingtoniana dello «scontro di civiltà» tra Islam politico e Occidente.
Nella sua analisi, il Medio Oriente diventa il palcoscenico del potere globale, l’area in cui si afferma una nuova stagione di realismo strategico. Gli Accordi di Abramo hanno aperto canali diplomatici impensabili fino a pochi anni fa. Il progressivo indebolimento delle milizie proxy iraniane ha accelerato questo processo. L’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca, nel 2017, ha segnato la fine della dottrina Carter-Obama, basata sull’esportazione della democrazia in contesti dove le Primavere arabe si sono trasformate in lunghi inverni autoritari.
Al centro di questo ritorno al realismo ci sono alleanze regionali sorprendenti, come le interconnessioni tra Arabia Saudita, Turchia e Iran, e soprattutto la competizione globale tra Stati Uniti e Cina: una battaglia economica senza esclusione di colpi, in cui energia e commercio sono leve decisive.
La diplomazia diventa così uno strumento strategico per negoziare interessi concreti e costruire alleanze funzionali alla sicurezza e agli affari, spesso a scapito delle narrative ufficiali e ideologiche, ormai subordinate a risorse, potere e convergenze economiche. Secondo Abdolmohammadi, questo è il nuovo codice genetico della regione: gli Stati agiscono per interessi, non più, o non solo, per identità religiose o politiche.
Il secondo mandato di Trump ha ulteriormente accelerato questa impostazione, fatta di patriottismo economico e business diplomacy, archiviando l’interventismo di Bush e l’approccio multilaterale di Obama. Gli Accordi di Abramo restano il simbolo più evidente di questo cambio di passo, insieme all’idea di un possibile new deal per Gaza e al rafforzamento dell’asse Washington–Londra, con un ruolo crescente anche del Vaticano, guidato dal nuovo Papa americano.
La prospettiva di un Medio Oriente stabile, sicuro e pluralista diventa un interesse condiviso da Israele e dai Paesi arabi circostanti, soprattutto alla luce dell’indebolimento delle cinque principali milizie legate a Teheran: Hezbollah, Hamas, Harakat al-Nujaba, Houthi e Hashd al-Shaabi.
Sul fondo resta l’attesa di un possibile crollo del regime degli ayatollah, che aprirebbe la strada a quelli che Abdolmohammadi definisce «Accordi di Ciro», richiamando l’antico re persiano simbolo di tolleranza religiosa.
In parallelo si sviluppa il progetto Imec (India–Middle East–Europe Corridor): una rete economica e infrastrutturale che, se realizzata, potrebbe innescare una rivoluzione digitale e modernizzatrice nell’area indo-mediterranea, generando benessere lungo un asse che unisce Washington, Tokyo, Seul, Nuova Delhi, Gerusalemme e Riyad, escludendo Cina e Russia.
Lo scenario finale delineato dall’autore è netto: un confronto strutturale tra democrazie industriali e autocrazie finanziarie, con un nuovo Medio Oriente al centro della contesa come polo di attrazione strategico per il campo democratico. Una lettura essenziale per capire perché, oggi più che mai, il destino globale passa da questa regione.
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