Le torsioni autoritarie di Sogno Georgiano e le prove di unità delle opposizioni

La Georgia sta attraversando uno dei passaggi più delicati della sua storia politica recente. Dopo mesi di proteste, con le strade della capitale teatro di manifestazioni antigovernative da quasi cinquecento giorni, tensioni istituzionali e crescente pressione internazionale, il confronto tra governo e opposizione non si gioca più soltanto sul terreno elettorale. Il vero campo di battaglia è diventato il diritto.
Sogno Georgiano ha risposto alla crisi non con la mediazione politica, ma con un uso sempre più aggressivo delle leggi e delle prassi amministrative come strumento di consolidamento del potere e di delegittimazione dell’avversario. Nell’ultimo anno, Sogno Georgiano ha rafforzato la propria posizione dominante nelle istituzioni, trasformando una vittoria elettorale formalmente competitiva, ma già segnata da opacità procedurali, in un sistema politico caratterizzato da un crescente squilibrio tra maggioranza e opposizione.
Formalmente, la Georgia continua a presentarsi come una democrazia pluralista: le elezioni si tengono regolarmente, l’opposizione esiste, i media restano in parte diversificati e il linguaggio istituzionale continua a richiamarsi ai principi dell’integrazione europea. Tuttavia, dietro questa architettura formale si è sviluppata una dinamica più complessa, nella quale il potere politico tende a concentrarsi attorno a un’unica élite politico-economica.
Il risultato non è una rottura improvvisa con il modello democratico, ma una trasformazione graduale del sistema: le regole restano in vigore, ma il loro funzionamento viene progressivamente alterato. Il confine tra Stato, partito e interessi economici si fa sempre più poroso, mentre la capacità delle istituzioni di esercitare un controllo reciproco si indebolisce.
In questo processo, la competizione politica non scompare formalmente, ma si svolge in condizioni sempre più diseguali. La figura che meglio rappresenta questa trasformazione è quella dell’oligarca Bidzina Ivanishvili, fondatore e principale sponsor politico di Sogno Georgiano. Nonostante il suo ruolo ufficiale nella politica georgiana sia stato negli anni intermittente – tra ritiri formali e ritorni sulla scena pubblica – Ivanishvili continua a esercitare un’influenza decisiva sulle dinamiche istituzionali e sulla direzione strategica del governo. Il modello che emerge appare riconducibile a quelle esperienze di «democrazia illiberale» o di «autoritarismo competitivo» che negli ultimi due decenni hanno caratterizzato diversi paesi dell’Europa orientale.
In questi sistemi le istituzioni democratiche non vengono abolite, ma progressivamente neutralizzate: le elezioni continuano a svolgersi, ma la competizione diventa asimmetrica; i media non vengono soppressi, ma polarizzati o sottoposti a pressioni economiche e politiche; le istituzioni indipendenti non vengono smantellate, ma integrate in una rete informale di fedeltà e dipendenze. La stabilità politica deriva meno dal consenso elettorale che dalla capacità dell’élite dominante di controllare le principali leve del potere istituzionale, economico e informativo.
Negli ultimi mesi, il Regno Unito ha deciso di imporre sanzioni a due dei principali canali televisivi georgiani, Imedi e POSTV, accusandoli di diffondere disinformazione legata alla Russia e di veicolare narrazioni contrarie agli interessi delle democrazie occidentali. I provvedimenti includono il congelamento di beni e limitazioni operative che colpiscono direttamente la capacità dei media di operare nel sistema finanziario occidentale.
Le sanzioni britanniche non rappresentano soltanto un gesto simbolico di condanna della disinformazione pro-russa. Segnalano piuttosto la crescente vulnerabilità della Georgia nel sistema internazionale democratico. Londra ha inserito i due canali nella propria lista di misure punitive per la diffusione di narrazioni fuorvianti sulla guerra in Ucraina, comprese rappresentazioni della leadership ucraina come «illegittima» o come semplice emanazione dell’Occidente.
La risposta ufficiale di Imedi – che ha definito le sanzioni un attacco «impensabile» alla libertà di stampa – testimonia il livello di polarizzazione del discorso pubblico e la strategia di respingere ogni critica internazionale come ingerenza politica. Pochi giorni dopo l’annuncio delle sanzioni, osservatori e utenti georgiani hanno notato che Imedi sembrava aver spostato l’hosting del proprio sito verso il provider DDoS-Guard, società associata a infrastrutture digitali russe e nota per aver servito clienti come il ministero della Difesa di Mosca. Sebbene l’emittente abbia successivamente sostenuto che i dati restano fisicamente in Georgia, il semplice ricorso a queste infrastrutture rafforza la percezione di una scelta pragmatica di sopravvivenza: accettare rischi reputazionali pur di mantenere operativo un apparato mediatico politicamente allineato al governo.
Il controllo dell’informazione non è però l’unico pilastro di questo sistema di potere. Anche le infrastrutture economiche strategiche svolgono un ruolo politico. La questione dei media si intreccia infatti con il controllo economico, come dimostra il caso del Kulevi oil terminal e dei rapporti con SOCAR e Russneft.
In Georgia, le infrastrutture energetiche non sono mai state solo una questione economica: il controllo su porti, terminal e rotte di esportazione determina direttamente l’influenza politica e il potere di negoziazione dello Stato. Il Kulevi oil terminal sul Mar Nero rappresenta uno degli asset più rilevanti per la posizione strategica della Georgia nel Caucaso e nel flusso energetico verso Europa e Turchia.
I rapporti con grandi operatori esteri – come SOCAR, la compagnia petrolifera statale dell’Azerbaigian, e Russneft, gruppo russo legato a circuiti economici del Cremlino – mostrano come le scelte infrastrutturali diventino leve di potere. Investimenti, concessioni e partnership non servono soltanto a garantire ricavi o efficienza operativa: consolidano reti di fedeltà economica e rafforzano la capacità del governo di influenzare attori chiave, sia domestici sia internazionali.
In questo senso, economia strategica e controllo dei media finiscono per convergere nello stesso obiettivo: orientare il consenso e proteggere il potere dell’élite dominante. Se il controllo dei flussi energetici e informativi contribuisce a stabilizzare il sistema dall’alto, è però nel perimetro del diritto e nella reazione della società civile che si gioca la partita per la sopravvivenza del pluralismo.
Le tensioni tra governo, opposizione e società civile non rappresentano semplicemente conflitti politici ordinari, ma segnali di una trasformazione più profonda della natura stessa del regime. In questo scenario fragile, la formazione di un’alleanza tra nove partiti dell’opposizione rappresenta uno dei tentativi più significativi degli ultimi anni di reagire a un quadro istituzionale ormai fortemente sbilanciato.
In un sistema politico tradizionalmente frammentato, segnato da rivalità personali e da una persistente competizione tra eredità politiche post-rivoluzionarie, la decisione di costruire una piattaforma comune segnala la percezione condivisa di una minaccia sistemica. Tra le forze coinvolte figurano Ahali, fondata nel 2024 da ex dirigenti dell’United National Movement, European Georgia, lo stesso UNM e altre formazioni minori riunite attorno a un obiettivo minimo, ma politicamente cruciale: contrastare il consolidamento del potere di Sogno Georgiano e riaffermare l’orientamento euro-atlantico della Georgia.
Alcuni attori chiave restano tuttavia fuori dalla coalizione, come Lelo for Georgia e For Georgia. Quest’ultima, guidata da esponenti che rifiutano qualsiasi convergenza con la tradizione dell’UNM e con la figura dell’ex presidente Mikheil Saakashvili, detenuto dal 2021, evidenzia il dilemma strategico dell’intero campo anti-governativo: conciliare unità d’azione e pluralismo interno senza perdere credibilità presso l’elettorato moderato.
Formalmente, la coalizione si presenta come un’«alternativa democratica», impegnata a difendere la tenuta delle istituzioni, garantire elezioni realmente competitive, ottenere il rilascio dei prigionieri politici e ristabilire un quadro di governance fondato su accountability e separazione dei poteri. La retorica dell’unità riflette anche una consapevolezza più profonda: in un contesto in cui il pluralismo appare progressivamente eroso, la sopravvivenza stessa dell’opposizione dipende dalla capacità di superare divisioni storiche e presentarsi come blocco politico coerente.
La questione decisiva, tuttavia, non riguarda soltanto la possibilità che questa alleanza riesca a rovesciare il governo. Il nodo reale è se il sistema politico georgiano consenta ancora una competizione effettiva in un ecosistema di potere in cui i meccanismi formali della democrazia – elezioni, pluralismo partitico, libertà di espressione – continuano a esistere, ma operano in un contesto strutturalmente sbilanciato.
L’adozione di restrizioni sui finanziamenti esteri e la criminalizzazione della critica alla legittimità del governo costituiscono un caso emblematico di lawfare: l’uso del diritto come strumento di pressione e dissuasione. La legge sui grant, ampliata in maniera drastica, non è stata concepita per migliorare la trasparenza delle organizzazioni civiche, ma per creare una categoria di «esclusi civili»: associazioni, ONG e gruppi indipendenti che rischiano sanzioni penali fino a sei anni di detenzione se percepiti come agenti di influenza straniera. Attribuendo allo Stato un potere di approvazione preventiva su ogni finanziamento, il governo trasforma la partecipazione civica in una concessione amministrativa.
Questo processo suggerisce un regime che si percepisce come vulnerabile. Più un potere sente minacciata la propria sopravvivenza, più accelera la costruzione di strumenti di controllo. Ciò che si osserva in Georgia non è soltanto una lenta erosione delle regole, ma un’accelerazione simultanea su più fronti – legislativo, mediatico e civile.
Nel frattempo, Unione Europea e Stati Uniti si muovono su un crinale sottile: evitare sanzioni dirette, che isolerebbero il Paese, pur mantenendo una pressione politica crescente. Per Sogno Georgiano, questa pressione è diventata una risorsa retorica. Ogni monito internazionale viene presentato come ingerenza, alimentando una narrativa sovranista che giustifica ulteriori restrizioni interne. In questo quadro, l’alleanza delle opposizioni assume una dimensione quasi paradossale. Da un lato rappresenta un tentativo di ripristinare il pluralismo democratico, superando le divisioni storiche; dall’altro si trova a operare dentro un sistema che restringe progressivamente lo spazio della competizione politica.
Un nodo centrale riguarda il ruolo della piazza. Le proteste, che proseguono da quasi cinquecento giorni – simbolo di vitalità civica –, rischiano di diventare l’unico spazio politico percepito come realmente libero, se la competizione istituzionale continuerà a restringersi. In un regime illiberale in formazione, la protesta permanente può trasformarsi, da strumento di pressione, a surrogato della politica rappresentativa.
In ultima analisi, la crisi georgiana non rappresenta un’anomalia passeggera, ma il sintomo di una mutazione più profonda della democrazia nello spazio postsovietico. La questione non riguarda soltanto la permanenza al potere di un partito, ma la trasformazione delle regole stesse della competizione politica.
Il conflitto tra diritto e potere, che attraversa oggi la vita politica georgiana, difficilmente si risolverà con un semplice scrutinio elettorale. La scommessa implicita del sistema costruito attorno a Sogno Georgiano e alla figura di Bidzina Ivanishvili è più ambiziosa e più sottile: dimostrare che è possibile preservare l’estetica della democrazia svuotandone l’etica, mantenere le procedure eliminando la sostanza del pluralismo. Se questa logica dovesse consolidarsi, lo Stato georgiano rischierebbe di trasformarsi in un guscio procedurale: formalmente democratico, ma progressivamente riempito da reti di fedeltà oligarchica e da un potere sempre meno contendibile.
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