Il problema dei negoziati sulla guerra in Ucraina è l’asimmetria tra Russia e Europa

Mar 9, 2026 - 21:30
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Il problema dei negoziati sulla guerra in Ucraina è l’asimmetria tra Russia e Europa

Sinora si sono svolti almeno tre cicli di contatti — due ad Abu Dhabi e uno a Ginevra — in un formato trilaterale Ucraina-Stati Uniti-Russia, sotto mediazione statunitense, con l’obiettivo di porre fine alla guerra della Russia contro l’Ucraina. Tutti e tre i round si sono conclusi senza una svolta. Il secondo, svoltosi dal 4 al 5 febbraio, ha tuttavia prodotto un risultato concreto sotto forma di scambio reciproco di 157 prigionieri di guerra per ciascuna parte, nonostante il fallimento nel raggiungere un accordo politico sostanziale. Parallelamente, Stati Uniti e Russia hanno annunciato l’intenzione di ripristinare i canali di comunicazione militare, mentre questioni come cessate il fuoco, garanzie di sicurezza e questioni territoriali restano i principali punti di stallo.

La partecipazione statunitense al formato attuale è una delle principali ragioni della disponibilità russa a prendere parte a questi colloqui. La leadership russa ha ripetutamente segnalato di considerare Washington come l’autorità decisionale centrale nella difesa europea, e quindi il principale interlocutore per il negoziato strategico.

Guerra gestita e incentivi asimmetrici
Sebbene sia ancora troppo presto per parlare di risultati, il comportamento dei partecipanti suggerisce che questi colloqui non siano stati negoziati di pace in senso stretto, ma piuttosto un dialogo — principalmente tra Russia e Stati Uniti — su come rendere la guerra più gestibile senza costringere nessuna delle due parti ad abbandonare i propri obiettivi e posizioni fondamentali. Nel frattempo, l’Unione europea è stata in gran parte marginalizzata e opera più come osservatore. La realtà scomoda è che ogni parte mantiene propri incentivi alla continuazione della guerra — diversi nella sostanza e nelle motivazioni, ma tutti politicamente rilevanti.

Per la Russia, questo interesse è il più diretto e sistemico. La guerra funziona come una polizza di legittimazione per il regime. Mosca utilizza inoltre il conflitto come leva negoziale per la revisione dell’ordine internazionale e per il riconoscimento della propria sfera d’influenza. Il governo di Putin ha quindi interpretato i negoziati di Abu Dhabi non come un luogo per porre fine alla guerra, ma piuttosto come un banco di prova per valutare se l’Occidente fosse pronto a concessioni. Nei negoziati, la Russia sembra occupare la posizione più forte: non subisce pressioni per accelerare i tempi, e la natura prolungata del conflitto si allinea con la sua strategia politica più ampia di contrattazione coercitiva basata sul tempo, volta a erodere l’unità e la determinazione europee. Prolungare il conflitto contribuisce inoltre a orientare un eventuale accordo verso l’obiettivo centrale di Mosca: garantirsi una posizione dominante e una sfera di influenza di fatto nell’ordine di sicurezza europeo.

Per gli Stati Uniti, l’interesse alla prosecuzione del conflitto è condizionato ma concreto. Washington mira a evitare uno scontro diretto con la Russia, ma una guerra gestita potrebbe generare dividendi strategici. Questo approccio non mira all’escalation fine a sé stessa, bensì a una strategia di contenimento calibrato a costi gestibili.

L’Unione europea ha un interesse paradossale nella continuazione del conflitto come male minore rispetto a un accordo pessimo, soprattutto se un’intesa prematura permettesse alla Russia di riorganizzarsi e reindirizzare la pressione verso il fianco orientale europeo. In questa prospettiva, ritardare la fine del conflitto compra tempo per il riarmo e l’adattamento strategico. Tuttavia, i rischi per l’Ue sono notevoli: stanchezza sociale, divisioni interne all’Unione, forze politiche che chiedono la pace a qualsiasi costo, e la possibilità che, in un momento critico, l’Europa si ritrovi senza un solido sostegno americano.

L’Ucraina è l’unico partecipante per cui il prolungamento della guerra non comporta alcun beneficio intrinseco. Tuttavia, Kyjiv potrebbe essere costretta a continuare a combattere se i termini della pace proposta risultassero più pericolosi della guerra stessa. Per l’Ucraina, un cessate il fuoco senza credibili garanzie di sicurezza non costituirebbe una vera pace, ma piuttosto la continuazione della guerra in formato zona grigia. Un simile scenario comporterebbe un rischio strutturale di escalation, poiché la Russia manterrebbe sia la capacità sia l’incentivo a riprendere la pressione quando le condizioni dovessero apparire favorevoli. L’Ucraina affronta quindi la posizione negoziale più difficile, poiché sostiene i costi più elevati, controlla pochi dei fattori esterni decisivi e non può permettersi errori di calcolo (poiché una cattiva tregua potrebbe in ultima analisi minacciare la sua stessa statualità).

La guerra e i negoziati dal 2014
Una valutazione realistica delle prospettive di un accordo di pace nella guerra russo-ucraina — e delle probabili condizioni di tale accordo — richiede un certo contesto storico e l’adozione di una lente analitica adeguata. La Russia conduce una guerra contro l’Ucraina da dodici anni. Il 20 febbraio 2014 è iniziata l’occupazione della Crimea. Truppe russe senza insegne (i cosiddetti “omini verdi”) bloccarono unità militari ucraine e infrastrutture chiave. Il 16 marzo 2014 la Federazione Russa organizzò un referendum illegale e poco dopo procedette all’annessione illegittima della penisola. Successivamente, nell’aprile 2014, le ostilità si estesero all’Ucraina orientale, dove — con il coinvolgimento di forze sostenute dalla Russia e gruppi di sabotaggio russi — furono occupati edifici amministrativi e lo scontro armato si intensificò.

Dal 2014 sono stati condotti negoziati per risolvere il conflitto — sia attraverso il formato Normandia (Ucraina-Russia-Germania-Francia) sia tramite il Gruppo di contatto trilaterale (Ucraina-Russia-OSCE). Tuttavia, le prospettive di una soluzione di successo sono rimaste limitate. Il motivo è che, per il regime russo, un conflitto esterno non è solo uno strumento conveniente di politica estera, ma anche un meccanismo necessario per sostenere la legittimità interna.

Questa logica aiuta a spiegare una caratteristica ricorrente dei negoziati russi, dalla Transnistria all’Abkhazia, all’Ossezia del Sud e all’Ucraina: spesso non sono concepiti per raggiungere un accordo finale, ma piuttosto per consolidare uno status quo favorevole come trampolino per ulteriori richieste ed escalation successive. In tutti questi casi, le richieste russe hanno lasciato poco spazio a un compromesso autentico e, nel loro insieme, tendono a minacciare la “sicurezza ontologica” dell’altra parte (cioè la sua sovranità e identità).

L’elemento distintivo principale degli attuali negoziati sulla guerra russo-ucraina è la presenza diretta degli Stati Uniti. In effetti, è proprio questo fattore che dovrebbe determinare la lente analitica. I recenti colloqui Russia-USA possono essere letti attraverso il framework negoziale di Harvard, secondo cui un negoziato efficace non consiste nel vincere, ma nel risolvere congiuntamente un problema, allineando gli interessi, ampliando le opzioni, fondando le decisioni su standard oggettivi e rafforzando la propria BATNA (Best Alternative to a Negotiated Agreement, la migliore alternativa a un accordo negoziato). Al contrario, i negoziati nel formato Normandia e nel Gruppo di contatto trilaterale sono spesso apparsi più simili a diplomazia coercitiva, in cui i negoziati funzionavano come strumento di pressione e canale per l’imposizione di vincoli.

Diversi studiosi offrono una lettura realistica dell’approccio russo ai negoziati, evidenziando strumenti quali diplomazia coercitiva (uso di minacce credibili e forza limitata per influenzare i negoziati), incertezza gestita (mantenere ambigue intenzioni e soglie di escalation per massimizzare la leva negoziale) e sequenziamento (suddividere i colloqui in passi incrementali che assicurano vantaggi prima dell’accordo finale). Questi strumenti non sono invenzioni russe: fanno parte di un repertorio standard nei conflitti caratterizzati da asimmetria di potere. Tuttavia, come osservano molti analisti, ciò che distingue l’approccio russo è la particolare combinazione e intensità di questi strumenti — e soprattutto la logica intenzionale che ne guida l’applicazione.

Partner o bersaglio?
Questa logica intenzionale è centrale per comprendere il comportamento del Cremlino. Dal 2014, i negoziati sulla guerra della Russia contro l’Ucraina hanno funzionato meno come percorso verso la pace e più come contrattazione coercitiva sulle fondamenta dell’ordine internazionale e della sicurezza europea. In questo quadro, l’Ucraina ha operato come terreno di prova — uno spazio attraverso cui l’Occidente poteva essere spinto ad accettare una nuova normalità. Questa strategia esterna si allinea con la logica interna del regime: uno stato di confronto prolungato consente la mobilitazione contro un nemico esterno e legittima un rafforzamento della repressione interna, rafforzando così la stabilità politica.

Gli stessi obiettivi strategici sembrano sostenere gli attuali colloqui della Russia con gli Stati Uniti. In quello che il Cremlino definisce «negoziati tra pari», Mosca non sta principalmente negoziando concessioni territoriali ucraine, ma piuttosto sfere di influenza e le regole della sicurezza europea — richieste che restano ampiamente coerenti con gli orientamenti espressi già nel discorso di Monaco di Putin del 2007. Data la relativa chiarezza con cui i funzionari russi hanno segnalato questa agenda, le interpretazioni occidentali concentrate soprattutto sulla dimensione territoriale potrebbero aver sottovalutato la portata strategica più ampia, portando a decisioni politiche meno efficaci di quanto avrebbero potuto essere.

Un’altra vulnerabilità nella politica europea verso la Russia è l’asimmetria nella percezione della relazione. Mentre l’Unione europea e molti Stati membri hanno trattato la Russia come un interlocutore negoziale alla pari, il Cremlino considera l’Europa principalmente un bersaglio per la proiezione di influenza. Ciò può sembrare controintuitivo, considerando il peso economico dell’UE. Tuttavia, correnti influenti dell’élite politica russa descrivono le democrazie europee come strutturalmente fragili e particolarmente suscettibili a influenze manipolative esterne — ciò che nella letteratura viene definito sharp power (potere penetrante o manipolativo). In questa visione, l’Europa è meno un’arena di partenariato e più un oggetto per l’espansione della sfera di influenza russa.

L’attuale crisi nelle relazioni transatlantiche ha approfondito questa asimmetria. L’Ue può attenuarla solo ricalibrando la propria lente analitica e trattando la postura russa verso l’Unione come potenzialmente coercitiva, piuttosto che prevalentemente reciproca. La questione centrale non dovrebbe riguardare soltanto come riprendere i colloqui, ma piuttosto come creare condizioni in cui coercizione ed escalation smettano di produrre vantaggi negoziali e generino invece costi prevedibili.

In sostanza, il compito consiste nel ridurre il divario tra l’istinto europeo alla reciprocità e la logica unilaterale di pressione della Russia. Ciò può essere ottenuto concentrandosi su misure istituzionali, materiali e normative che riducano sia l’esposizione dell’Unione europea al ricatto e allo sharp power, sia rafforzino la sua capacità di modellare — anziché semplicemente subire — il quadro negoziale.

Articolo originariamente pubblicato su EUIdeas

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