Quando i cinema cambiano faccia. Un esempio di riqualificazione a Milano

L’ex Cinema Maestoso di Piazzale Lodi è il protagonista nella sua trasformazione di un cortometraggio – Tutti i giorni di pioggia – di Tommaso Landucci: un racconto di corpi e superfici che consegnano alla città nuova energia
Tutti i giorni di pioggia è il titolo di un cortometraggio (tredici minuti esatti) sui generis, diretto da Tommaso Landucci e prodotto da Lungta Film, che non si limita a illustrare un progetto che lega cinema all’architettura, ma lo interpreta, lo mette in tensione, lo restituisce al pubblico come esperienza sensibile.
La serata della prima nazionale (all’Anteo Palazzo del Cinema, giovedì 19 marzo 2026) ha avuto il tono, ormai raro, di un’occasione culturale compiuta, colma in ogni ordine di posti; un evento mondano, ma di sostanza. Dove la sostanza sta nella riqualificazione degli spazi. In primis dei cinema che cambiano faccia (e ruolo).
Il film prende corpo, infatti, dentro l’ex Cinema Maestoso di corso Lodi a Milano, oggi trasformato in centro sportivo grazie all’intervento di rigenerazione urbana firmato da De Amicis Architetti.
Ma la vera intuizione sta altrove: nel capire che un’architettura non si racconta davvero per frammenti fotografici, per scatti isolati e giustapposti, bensì attraverso il tempo, che è la sua quarta dimensione.

Landucci – giovane regista di Lucca, diplomato in regia al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma – con intelligenza registica e discrezione emotiva, fa dello spazio un terzo protagonista attraverso la settima arte: il cinema.
Sang (Alessio Lu), istruttore di fitness, e Nora (Emilia Verginelli), donna intravista ogni giorno all’arrivo su una bicicletta rossa, si cercano senza toccarsi davvero, secondo una grammatica di sfioramenti, sguardi ricambiati, esitazioni e desideri sospesi, amore non vissuto ma percepito e che richiama, non superficialmente, il mélo di Wong Kar-wai.
Qui il non detto vale più della dichiarazione e il gesto minimo diventa racconto. Le mani accarezzano il legno, i marmi, le superfici; i corpi abitano le altezze, le aperture, le geometrie verticali del nuovo organismo architettonico.
Tutti i giorni di pioggia è un film dove albergano tocchi leggeri e sfioramenti, tra i personaggi e l’architettura e tra i due protagonisti.
Landucci, rispondendo alle domande del pubblico, ha spiegato che c’è molto cinema in questo suo cortometraggio attraverso l’uso della pellicola, un omaggio alla memoria dell’ex cinema Maestoso e che serviva ad ammorbidire i materiali e a rendere i colori e la matericità del legno e del marmo più profondi, quasi respiranti.
Mentre il formato 4:3 – vale a dire che è stato utilizzato nelle inquadrature un rapporto d’aspetto quasi quadrato – più intimo, permette al volto umano e alla verticalità edilizia di coesistere con rara precisione.

La pioggia, presenza inconica del cinema, infine, non è un semplice elemento atmosferico: è una membrana poetica, un velo che unisce malinconia, memoria del cinema scomparso e promessa di una seconda vita.
Dopo la proiezione, il talk moderato da Dario Zonta (già critico cinematografico de L’Unità) ha confermato la qualità dell’operazione. Sono intervenuti l’architetto Giacomo De Amicis, il regista Tommaso Landucci, l’architetto Rossella Destefani dello studio De Amicis Architetti di Milano e il produttore di Lungta Film.
Ne è emersa una tesi limpida: qui il soggetto profondo non è soltanto una storia d’amore trattenuta, ma lo spirito di un luogo restituito alla città. E in questo passaggio dalla fotografia al cinema, dalla documentazione evenemenziale alla narrazione fluida, il Maestoso ritrova finalmente una voce pubblica.
Non stupisce che il corto sia in corsa ai David 2026: dietro la sua grazia lieve si avverte un lavoro lungo, durato un anno e mezzo, fra scrittura e montaggio.
le immagini sono di deamicisarchitetti.it
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