Rogoredo, le prime ammissioni del poliziotto Cinturrino: “Messinscena con la pistola per paura delle conseguenze”
In attesa di rispondere alle domande che il gip di Milano Domenico Santoro gli porrà durante l’interrogatorio nel carcere di San Vittore, dove da lunedì è in stato di fermo, Carmelo Cinturrino fa le prime parziali ammissioni.
L’assistente capo della polizia, fermato dai colleghi della Squadra Mobile nell’ambito dell’inchiesta che lo vedeva indagato per omicidio volontario in relazione alla morte di Abderrahim Mansouri, pusher ucciso con un colpo di pistola alla testa nel pomeriggio del 26 gennaio scorso durante un controllo nei pressi del “boschetto” di Rogoredo, si è preso parte della responsabilità per la morte di Mansouri.
Di fronte alle indagini e alle contestazioni della procura, durante il suo colloquio col l’avvocato difensore Piero Porciani, ha ammesso di aver “messo la pistola vicino a Mansouri perché temevo le conseguenze di quello che era accaduto”, scrive l’Ansa raccontando i dettagli del colloquio. “Quando ho visto Mansouri mettersi la mano in tasca, mi sono spaventato e ho sparato. Solo in quel momento ho realizzato che aveva in mano un sasso”, avrebbe raccontato l’agente.
Thor, come era chiamato Cinturrino non per la somiglianza con la divinità nordica figlio di Odino, ma per l’abitudine secondo alcuni colleghi di girare con un martello con cui avrebbe anche pestato tossici e spacciatori, quella sera ha cercato in ogni modo di accreditare la versione di aver sparato contro Mansouri per legittima difesa.
Da qui la richiesta ad uno dei quattro colleghi presenti con lui a Rogoredo di andare in commissariato a recuperare uno zaino con all’interno la finta pistola Beretta poi messa accanto ad un agonizzante Mansouri, col corpo spostato per tentare di “nascondere” la circostanza del colpo esploso mentre il pusher stava per girarsi e scappare, e i soccorsi chiamati dopo ben 23 minuti, il tempo per organizzare la messinscena.
Nel suo colloquio col legale, Cinturrino ha provato a coinvolgere maggiormente gli altri agenti, indagati a loro volta per omissione di soccorso e favoreggiamento. Lui “sapeva benissimo cosa c’era dentro“, le parole dell’assistente capo della polizia riferite al collega che si era recato in commissariato a recuperare la borsa con la finta pistola, su cui è stato trovato esclusivamente il Dna del poliziotto in stato di fermo.
Cinturrino ha poi negato i rapporti con i pusher della zona, con le testimonianze raccolte in fase di indagine dalla Procura che puntano il dito contro l’agente fermato per presunte richieste di “pizzo” e droga agli spacciatori della zona.
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