Sergey Kiriyenko, l’uomo che cucina le elezioni, dall’Ungheria al Donbas

Mar 25, 2026 - 01:00
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Sergey Kiriyenko, l’uomo che cucina le elezioni, dall’Ungheria al Donbas

Tre ufficiali dell’intelligence militare russa (Gru) operano sotto copertura diplomatica all’ambasciata russa di Budapest. Le loro identità sono note ai servizi occidentali. Il loro mandante, secondo fonti di sicurezza nazionale di tre Paesi europei, è Sergey Kiriyenko, primo vice capo di gabinetto dell’amministrazione presidenziale di Vladimir Putin.

Non è la prima volta. In Moldova, nelle elezioni del 2024, operativi sotto la sua direzione avevano gestito reti di acquisto di voti, troll farm e campagne di influenza sul territorio per logorare la presidente filoeuropea Maia Sandu. I risultati erano stati confusi, ma il manuale operativo è rimasto invariato. Lo stesso schema, il «blueprint moldavo» secondo VSquare, viene ora applicato a Budapest per garantire un quinto mandato a Viktor Orbán. Il Financial Times ha rivelato che il Cremlino ha approvato un piano della Social Design Agency, già sanzionata da Washington e Londra per la campagna Doppelgänger, per inondare i social media ungheresi di contenuti favorevoli a Fidesz: Orbán come leader forte con amici globali, Péter Magyar come fantoccio di Bruxelles. Contenuti progettati in Russia, confezionati per sembrare nativi.

Al centro di tutto c’è Kiriyenko. Sessantadue anni il prossimo luglio, Kiriyenko sfugge alle categorie semplici. Non è un siloviki – non viene dai servizi, non ha gradi militari. Non è un oligarca. È un ingegnere del consenso che ha trasformato la politica interna russa in una disciplina tecnica. La sua formazione intellettuale è rivelatrice. È seguace di Georgij Šchedrovickij, fondatore del Circolo metodologico di Mosca negli anni Cinquanta, che concepiva la società come un sistema da gestire attraverso quella che chiamava «ingegneria umanitaria» – non manipolazione, sostenevano i discepoli, ma gestione dei framework della comunicazione sociale. Con Pёtr Šchedrovickij e l’umanista Jefim Ostrovskij, Kiriyenko ha elaborato testi fondativi sul «mondo russo» inteso non come progetto imperiale ma come leadership culturale e tecnologica: il nuovo mondo russo non conquista nuove terre, scrivevano, ma dispiega nuove immagini del futuro. Con l’invasione di Kyjiv del febbraio 2022, quella filosofia è diventata propaganda di Stato.

Nel 1993 Kiriyenko fonda la Garantia Bank a Nizhnij Novgorod, stringendo rapporti con Boris Nemtsov, allora governatore della regione. Quando Nemtsov diventa ministro dell’Energia, porta il suo protetto a Mosca. Nel marzo 1998, a trentacinque anni, Kiriyenko diventa il primo ministro più giovane della storia russa. Il mandato dura cinque mesi: in agosto il governo dichiara il default sul debito estero e Kiriyenko viene rimosso. Prima di lasciare, è lui ad annunciare la nomina di Putin alla guida dell’Fsb – un gesto che lo ha probabilmente protetto da ogni futura ritorsione.

Nel 2000 viene nominato rappresentante presidenziale nel Distretto Federale del Volga, con il compito di ricondurre i governatori sotto il controllo del Cremlino. Ci riesce in cinque anni. Dal 2005 al 2016 guida Rosatom, trasformandolo in un esportatore globale di tecnologia nucleare. Nel 2016 Putin lo richiama all’amministrazione presidenziale.

Con l’invasione del febbraio 2022 Kiriyenko assume – su iniziativa propria, secondo Meduza – la responsabilità della gestione dei territori ucraini occupati. Organizza le amministrazioni civili-militari, selezionando i funzionari tra i laureati del suo programma Leaders of Russia, con cui dal 2017 forma la prossima generazione di quadri politici russi. I due incarichi apicali nei territori occupati – primo ministro della cosiddetta Repubblica Popolare di Donec’k e vice presidente di quella di Luhans’k – vanno a due finalisti 2019 del programma. Il sistema di patronage del luglio 2022, con cui le regioni russe finanziano la ricostruzione delle città occupate, gli conferisce leva aggiuntiva sui governatori. Sul fronte interno gestisce elezioni, silenzia l’opposizione, crea e dissolve partiti. La scuola dei governatori della Ranepa è sotto la sua supervisione: cinquantacinque degli ottantanove governatori russi attuali sono suoi laureati.

A fine 2025 Putin ha istituito una nuova Direzione presidenziale per il partenariato strategico e la cooperazione, sciogliendo due dipartimenti di Dmitrij Kozak, uscito di scena. A guidarla è Vadim Titov, uomo di fiducia di Kiriyenko dai tempi di Rosatom, senza formazione diplomatica convenzionale. Il perimetro è lo spazio post-sovietico, ma nella logica del Cremlino questo include l’Ungheria. In Francia, documenti analizzati dal Washington Post mostrano Kiriyenko alla guida di operazioni di influenza sui social media. In Germania, un tentativo parallelo di coalizzare estrema destra ed estrema sinistra contro il sostegno a Kyjiv. In Italia, le attività di disinformazione nelle elezioni del 2022 si sono concentrate sull’energia – dossier che Kiriyenko conosce dai tempi di Rosatom, quando nel 2008 annunciò a Roma l’accordo per reattori nucleari italiani.

Suo figlio Vladimir è amministratore delegato di VK ed è l’uomo dietro Max, la super-app che il Cremlino sta imponendo come alternativa a WhatsApp e Telegram. Il blocco di WhatsApp e l’annuncio di Roskomnadzor di bloccare Telegram dal 1° aprile non sono casuali: più gli utenti migrano su Max, più cresce l’influenza della famiglia nell’ecosistema digitale russo. Questo ha generato attriti con l’Fsb, che ha arrestato collaboratori di Kiriyenko senza informarlo, secondo Novaya Gazeta. Il rapporto con i siloviki è ambivalente per ragioni strutturali: Kiriyenko li gestisce sul piano domestico, ma alcuni lo sovrastano individualmente. Eppure ha resistito a diversi tentativi di defenestrazione, perché gestisce troppi nodi simultaneamente per poter essere rimosso senza danni al sistema.

Secondo molti è uno dei candidati più probabili alla successione di Putin. Ha accesso quasi quotidiano al presidente, buone relazioni con tutte le fazioni, una base di fedeli costruita in vent’anni. E non ha mai rappresentato una minaccia per Putin – cosa rara tra i potenti russi. Come presidente, probabilmente perseguirebbe una politica estera meno bellicosa, preferendo strumenti economici al confronto diretto. In politica interna, il sistema che ha costruito verrebbe semplicemente esteso. Per ora il suo orizzonte è Budapest. Il 12 aprile si vota. Il cuoco è ai fornelli.

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