Stretto di Hormuz e Golfo Persico, chi pagherà il conto del disastro? Trump si sfila

I disastri della guerra in Iran, scatenata dal tragico duo Netanyahu-Tramp sono talmente elevati – e inizialmente non considerati tra le possibili nefaste conseguenze derivanti dalla guerra stessa – che hanno fatto dire al presidente Trump di volersi sfilarsi dal conflitto da lui stesso scatenato. Con lo Stretto di Hormuz ancora bloccato, ha affermato: “Vedetevela da soli con il petrolio”. Certo, si fa molta fatica ad attribuire una logica politica ad un’affermazione del genere.
Frasi pronunciate con eccessiva leggerezza del tipo “la guerra non durerà ancora a lungo, li stiamo annientando, li stiamo totalmente annientando” oppure “non dobbiamo restare là a lungo, ma abbiamo ancora del lavoro da fare a livello di ammazzare le loro armi, quel che resta della loro capacità di colpire”, non aiutano a risolvere in tempi brevi l’ingarbugliata vicenda che così tanto negativamente si sta ripercuotendo sui mercati del mondo intero.
La posizione del governo Usa resta ancorata ad affermazioni di questo genere: “A noi interessa che l’Iran non abbia l’atomica, per lo Stretto di Hormuz lasciamo che i Paesi che lo usano vadano a riaprirlo”. Questo accade dopo che Joe Kent, capo del Centro nazionale Antiterrorismo Usa, si è dimesso nei giorni scorsi, dichiarando che l'Iran non rappresentava una minaccia imminente e che la guerra era frutto di pressioni esterne, citando espressamente Israele. Per queste ragioni, ha manifestato la sua convinta posizione circa l'impossibilità di sostenere il conflitto, adducendo motivi di coscienza e sostenendo che l'azione militare non era necessaria.
La questione centrale, quella che riguarda la riapertura dello Stretto resta, purtroppo, ancora irrisolta e viene spostata più avanti; naturalmente, questa decisione trumpiana non può essere accolta bene dai mercati. All’inizio del conflitto che, ricordiamo, ha già superato il primo mese, Trump aveva fissato un limite temporale previsto in quattro-sei settimane per completare tutte le operazioni militari necessarie a chiudere la guerra; invece, riaprire il punto critico rappresentato dallo Stretto di Hormuz si sta dimostrando più complicato e richiede molto più tempo di quello, forse frettolosamente, calcolato.
E per non farsi mancare nulla, ieri su “Truth” abbiamo letto le critiche rivolte verso gli alleati, in primis alla Francia, rea di aver chiuso lo spazio aereo ai voli americani diretti in Israele e poi. Trump ha poi affermato: “a tutti quei Paesi come il Regno Unito che hanno rifiutato di partecipare alla decapitazione dell’Iran, suggerisco di comprarlo da noi, il petrolio e il gas, ne abbiamo tanto, oppure di darsi un po’ di coraggio e andare a prendersi il petrolio nello Stretto. Dovete imparare a combattere, non vi aiuteremo più, l’Iran è finito, andateci”.
Parole aspre, dure rivolte verso Paesi che hanno sempre sostenuto sia la Nato che gli Usa in tutti i conflitti dal dopoguerra in poi; sembrano non solo eccessive ma a noi appaiono soprattutto ingenerose e minano l’antico rapporto di reciproca fiducia tra gli Stati europei e la prima potenza militare del mondo.
Come può il presidente degli Usa ignorare che l’Iran, da anni, ha sviluppato una dottrina navale costruita esattamente intorno allo scenario che stiamo osservando sotto i nostri occhi proprio in questi giorni?
A noi risulta, invece, che è proprio l’Office of Naval Intelligence degli Stati Uniti che descrive una forza pensata dall’Iran per operare nello Stretto di Hormuz, combinando navi di superficie, sommergibili, mine navali, missili da crociera costieri e mezzi aerei. Il nucleo operativo, soprattutto nella componente dei Pasdaran, viene considerato una “strategia asimmetrica” di negazione dell’accesso: sciami di unità veloci, attacchi multipli, pressione costante, saturazione delle difese avversarie.
Oltre che la Defense Intelligence Agency americana, anche il comune buon senso comprende che sciami di piccole imbarcazioni, ampio inventario di mine e missili antinave possono compromettere seriamente non solo il traffico commerciale nello Stretto ma anche quello delle unità navali eventualmente impiegate nel contrasto.
In questa confusionaria situazione geostrategica, sta affiorando proprio in questi giorni anche il piano sino-pachistano, sul quale stanno lavorando a Pechino il ministro degli Esteri pachistano Ishaq Dar e dall’omologo cinese Wang Yi: cessazione immediata delle ostilità, con assistenza umanitaria consentita, avvio di colloqui di pace e riapertura dello Stretto.
Questo accordo suona come un segnale di avvertimento e sembra voler annunciare che la querelle Hormuz non ha più soltanto carattere di crisi regionale, di una disputa trilaterale ma potrebbe assumere, nel breve periodo, una dimensione di globalità che ci auguriamo non accada mai.
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