L’ennesimo scandalo nella sanità siciliana, e la domanda che nessuno vuole farsi davvero

È come avere un déjà-vu, come vivere qualcosa già vissuto. Che condanna, che condanna. Eppure questo accade. Passano alcuni mesi, e zac: la sanità siciliana viene travolta dal solito scandalo. Le indagini, le perquisizioni, gli arresti eccellenti, gli indagati eccellentissimi, il palazzo che trema – come scrivono i giornali – il solito balletto: il governo che nicchia, l’opposizione che chiede dimissioni. Poi tutto tace. E zac, eccolo di nuovo: un altro scandalo, da un’altra parte, altri nomi, altri affari. E si ricomincia.
E allora bisognerebbe fermarsi un attimo. Per quest’isola da ribaltare, per questa Sicilia che davvero – come predica Carlo Calenda – andrebbe commissariata in ogni ufficio e palazzo, in ogni poltrona e posto di comando, per questa Sicilia irredimibile al cubo bisognerebbe ribaltare anche la narrazione e persino le regole del giornalismo. Non parlare più delle 5W, del come, del chi e del cosa, del quando. Ma porsi una sola gigantesca domanda: fino a quando? Già, fino a quando.
L’ultimo scandalo è bello grosso e coinvolge uno dei più potenti uomini della sanità siciliana: Salvatore Iacolino, manager dalle porte girevoli tra politica e sanità. Ex eurodeputato, per anni dirigente dell’assessorato regionale alla Salute, poi nominato direttore generale del Policlinico di Messina. Uno di quei nomi che nella sanità isolana tornano spesso, nei corridoi della politica e nelle stanze dove si decidono nomine, appalti e carriere.
La Procura di Palermo lo indaga per concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione. Secondo gli inquirenti avrebbe messo a disposizione relazioni, influenza e capacità di intervento nella macchina amministrativa della Regione in favore di interessi privati collegati alla criminalità organizzata. Durante le perquisizioni nella sua abitazione, gli investigatori hanno trovato 88 mila euro in contanti, oltre a telefoni e computer sequestrati per l’analisi. Iacolino respinge le accuse e, tramite il suo legale, si è dichiarato estraneo ai fatti. Ma intanto la carriera si è già fermata: dimissioni immediate dalla guida del Policlinico di Messina e sospensione decisa dalla Regione.
Fin qui, verrebbe da dire, la trama è quella che la Sicilia conosce bene: politica, sanità, appalti, favori, amicizie pericolose. Ma questa volta c’è un elemento nuovo, che allarga il quadro e rende la storia ancora più interessante. Perché l’inchiesta non riguarda soltanto la sanità. Nel fascicolo dei magistrati compare infatti anche un’altra partita, apparentemente lontana dagli ospedali e dalle aziende sanitarie: i lavori al porto di Marinella di Selinunte, in provincia di Trapani. Un intervento finanziato con fondi pubblici per risolvere il problema cronico dell’insabbiamento dovuto alla posidonia e rendere di nuovo navigabile l’approdo. Ed è proprio attorno a quei lavori che emerge l’altra figura chiave dell’indagine: l’imprenditore Carmelo Vetro, originario di Favara e già condannato per mafia.
Secondo l’accusa sarebbe lui il punto di contatto tra interessi imprenditoriali, relazioni politiche e capacità di influenzare decisioni amministrative. Così, dentro un’inchiesta nata nella sanità, riemerge il solito schema siciliano: la burocrazia pubblica come snodo, la politica come cerniera, gli appalti come terreno d’incontro tra affari e mafia. E la storia, ancora una volta, ricomincia. D’altronde, di ricominciare qui si parla. Di ricominciare è stato concesso anche a Giancarlo Teresi, l’altro grande protagonista di questa storia. E la sua vicenda, se possibile, è ancora più istruttiva.
Teresi ha 67 anni ed è uno dei dirigenti più influenti dell’amministrazione regionale siciliana nel settore delle infrastrutture. Per anni ha lavorato nel dipartimento regionale Infrastrutture, Mobilità e Trasporti, uno di quei luoghi dove passano appalti, autorizzazioni, lavori pubblici. Nell’estate scorsa, pur avendo maturato i requisiti per la pensione, ha chiesto e ottenuto dalla Regione la possibilità di restare in servizio altri due anni. Una decisione che dice molto sul peso che aveva negli equilibri dell’amministrazione.
Non è un dettaglio secondario. Perché Teresi non è un funzionario qualunque e, soprattutto, non è un volto nuovo per la magistratura. Già nel 2020 era stato arrestato per corruzione. In quella vicenda Teresi era ingegnere capo del Genio civile di Trapani e l’accusa riguardava presunte mazzette legate a un appalto da circa un milione di euro per il dragaggio del porto di Mazara del Vallo. Quel processo è ancora in corso davanti al tribunale di Marsala.
Eppure Teresi è rimasto dentro il sistema amministrativo regionale. Anzi, ha continuato a ricoprire incarichi delicati, spesso come Responsabile unico del procedimento (Rup) in gare pubbliche di valore milionario, un ruolo che consente di incidere concretamente sulle procedure: dalla progettazione alla gestione delle gare, fino alla fase di esecuzione dei lavori.
È proprio attorno a queste funzioni che si muove la nuova inchiesta. Secondo gli investigatori, Teresi avrebbe utilizzato il suo ruolo per favorire alcune aziende in una serie di appalti pubblici in diverse zone della Sicilia, tra cui imprese riconducibili o vicine all’imprenditore Carmelo Vetro, già condannato per mafia perché ritenuto appartenente alla cosca di Favara. Il quadro che emerge è quello di un sistema di relazioni che attraversa uffici pubblici, imprese e politica. E dentro questo sistema Teresi avrebbe rappresentato uno snodo amministrativo decisivo: il funzionario che, grazie agli incarichi ricoperti, poteva incidere sulle gare e sugli affidamenti.
La storia personale del dirigente aggiunge un ulteriore elemento simbolico. Giancarlo Teresi è figlio di Giovanni Teresi, condannato in passato per mafia perché appartenente alla famiglia mafiosa di Santa Maria di Gesù, uno dei mandamenti storici di Cosa nostra palermitana. Così, dentro l’ennesima inchiesta che mescola sanità, appalti e affari pubblici, il nome di Teresi diventa quasi una metafora perfetta della Sicilia amministrativa: un dirigente potente, già arrestato per corruzione, ancora sotto processo, che invece di uscire di scena ottiene addirittura la possibilità di restare al suo posto più a lungo. E infatti, puntuale, la storia ricomincia.
Questa legislatura rischia di passare alla storia per l’impressionante numero di assessori, deputati, dirigenti regionali, funzionari e uomini vicini o espressione dell’attuale maggioranza finiti sotto la lente della magistratura. Inchieste, perquisizioni, arresti, indagati eccellenti. Un elenco che nel tempo si è allungato fino a diventare quasi una rubrica stabile della cronaca politica isolana.
E quasi sempre con lo stesso scenario: il silenzio assordante del presidente della Regione Renato Schifani che, di fronte a ogni nuovo scandalo, preferisce aspettare, prendere tempo, limitarsi alle formule di rito sulla fiducia nella magistratura. Ma mentre nelle stanze del potere si muovono appalti milionari, pressioni e favori, fuori da quei palazzi la sanità siciliana continua a vivere una crisi quotidiana che i cittadini conoscono fin troppo bene.
Ci sono pazienti che aspettano otto mesi per un referto istologico. Pronto soccorso, dove mancano medici e infermieri. Reparti che sopravvivono grazie alla buona volontà del personale. E migliaia di siciliani che ogni anno sono costretti a prendere un aereo per farsi curare altrove, alimentando quella che gli economisti chiamano mobilità sanitaria passiva e che in Sicilia significa semplicemente una cosa: se vuoi curarti bene, devi andare via. Il migliore medico è l’aereo.
Così la distanza tra la sanità reale e quella degli appalti e dei palazzi diventa ogni giorno più grande. Da una parte i pazienti che aspettano. Dall’altra i dirigenti che trattano. Da una parte le liste d’attesa. Dall’altra le gare milionarie. E ogni tanto, puntuale, arriva la magistratura a ricordare che quel sistema, così com’è, continua a produrre scandali. Sempre nuovi. Sempre uguali.
Mentre in Sicilia esplode l’ennesimo scandalo che intreccia politica, sanità, appalti e mafia, a Roma succede una cosa curiosa. In Parlamento è stato appena presentato un disegno di legge per punire l’apologia della mafia. La proposta porta la firma del senatore di Fratelli d’Italia Raoul Russo, primo firmatario del ddl n. 1655, che ha appena iniziato il suo iter al Senato. Il testo prevede fino a tre anni di carcere per chi esalta pubblicamente la mafia o i comportamenti mafiosi.
Nella relazione di accompagnamento il senatore Russo elenca una lunga serie di esempi: gli inchini delle processioni davanti alle case dei boss, i funerali in pompa magna dei capimafia, gli altarini e i monumenti dedicati a uomini d’onore, ma anche i messaggi sui social, le canzoni che glorificano la malavita, la diffusione di modelli e atteggiamenti mafiosi presentati come stili di vita da imitare. «Da anni si susseguono sotto varie forme episodi di vera e propria apologia della criminalità organizzata», scrive Russo. E cita proprio questa cultura diffusa, dalle serie tv fino ai linguaggi dei social, come terreno su cui intervenire con una nuova norma penale.
Al di là delle discussioni sociologiche e giuridiche che una proposta del genere inevitabilmente apre – e che non sono poche – la coincidenza temporale fa una certa impressione. Perché mentre il Parlamento discute come punire chi parla bene della mafia, in Sicilia continuano a emergere inchieste che raccontano qualcosa di ben più concreto: il rapporto mai davvero reciso tra pezzi della classe dirigente e il mondo mafioso. E allora viene spontaneo pensarlo: se davvero si vuole combattere l’apologia della mafia, forse il primo luogo dove guardare non sono le canzoni o i post sui social. Ma le stanze del potere.
Perché quale apologia della mafia può essere più efficace di una classe politica e amministrativa che, decennio dopo decennio, continua a incrociare i propri interessi con quelli dei boss? Quale messaggio passa ai cittadini quando dirigenti pubblici finiscono indagati per rapporti con imprenditori condannati per mafia? Quando appalti e lavori pubblici diventano il terreno su cui si incontrano affari e criminalità?
Altro che altarini o strofe rap. La vera glorificazione della mafia, in Sicilia, rischia di essere la sua eterna utilità: il fatto che, ancora oggi, nel cuore delle istituzioni qualcuno continui a trovarla conveniente. E allora torna la domanda con cui bisognerebbe cominciare ogni volta. Quella che non riguarda soltanto questa inchiesta, o la prossima, ma il sistema che la rende possibile. Fino a quando?
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