Contro la linea forcaiola del Sì, è l’ora dei Garantisti per il No

So che con queste righe darò un grande dolore a molti lettori e anche a qualche amico (a uno in particolare, ma sono sicuro che mi perdonerà). Dunque, pur consapevole del rischio di scivolare oltre il sottile confine che separa l’onesta esposizione di un punto di vista personale dalla caterva di fregnacce intimiste che ammorba l’intera internet, sento il bisogno di spiegare con il massimo della precisione e con la maggiore obiettività possibile, passo passo, l’evoluzione della mia posizione sul referendum del 22 marzo. Anche per sapere se una così tortuosa elaborazione sia maturata soltanto in me o se invece qualcosa del genere sia capitato anche ad altri.
Ebbene, come i più fedeli lettori di questa newsletter ricorderanno, per lungo tempo sono stato incapace di prendere una decisione, tanto da chiedere aiuto proprio a loro, con un referendum-farsa organizzato qui per l’occasione (grazie ancora ai tanti che hanno partecipato con le loro lettere, contribuendo a confondermi ulteriormente le idee). Il mio più profondo desiderio, che ho confessato subito, era la sconfitta di entrambi gli schieramenti: orbaniani per il Sì e mozzorecchi per il No. Non potendo però sperare di vederlo realizzato, mi ero infine rassegnato a restarmene a casa. Ma devo dire che le ultime mosse del governo e in particolare di Giorgia Meloni hanno messo in crisi anche questa mia posizione.
Fatto sta che al momento di inviare la newsletter di giovedì, rileggendo velocemente quel che avevo scritto nell’articolo principale, in cui parlavo della «vera posta del referendum» (in breve: il tentativo di piegare il sistema verso il modello orbaniano, o se preferite trumpiano), ho avuto un piccolo sussulto. E mi sono domandato se un simile discorso fosse coerente, o almeno logicamente compatibile, con la mia dichiarata scelta astensionista. Ma ero stanco, non avevo nessuna voglia di riaprire tutto e ricominciare da capo, e insomma alla fine mi sono detto: ma chissene frega. E poi, tanto, chi vuoi che se ne accorga. È accaduto invece che un attento lettore se ne è accorto, e mi ha chiesto se per caso non stessi cambiando posizione (ho pubblicato la lettera nella newsletter di lunedì). Ho quindi pubblicamente confessato i miei dubbi, che mi avevano portato a riconsiderare una posizione di cui tempo fa avevo parlato solo per scherzo (in risposta alla cosiddetta «sinistra per il Sì», secondo cui non si dovrebbe lasciare il Sì alla destra). Ecco, devo dire che col passare dei giorni quella posizione – l’idea che fosse venuta l’ora dei «Garantisti per il No» – ha cominciato a sembrarmi sempre di più l’unica possibile, di fronte alla piega apertamente forcaiola della campagna per il Sì condotta da Meloni e da tutto il governo, che conferma i miei peggiori sospetti sulle loro pulsioni orbaniane.
Sono convinto da decenni che in Italia si debba trovare il modo di limitare lo strapotere della magistratura, ma se la soluzione è il modello ungherese, cioè la cosiddetta democrazia illiberale, preferisco di gran lunga tenermi il pessimo equilibrio dei poteri attuale, che resta comunque quello di una liberaldemocrazia, per quanto acciaccata. Segnalo in proposito ai liberali più distratti che il primo ministro polacco Donald Tusk giusto pochi giorni fa si è visto bloccare dal veto del presidente sovranista il tentativo di ripristinare un minimo di indipendenza della magistratura, intervenendo proprio sulla legge del partito populista Diritto e Giustizia, alleato prediletto di Fratelli d’Italia in Europa, che aveva modificato i criteri di elezione del Consiglio nazionale della magistratura.
Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.
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