Crisi dei chip, Raspberry Pi costretta a rivedere di nuovo i suoi listini
Nuovo giorno, nuova vittima della crisi globale dei chip di memoria causata dalla corsa all’intelligenza artificiale (e di sicuro non facilitata né mitigata dalla guerra tra Stati Uniti e Iran). È di nuovo Raspberry Pi ad annunciare aumenti su alcuni modelli della sua gamma di dev board, definiti “inevitabili” a causa soprattutto dell’aumento dei costi dei chip di RAM. In questa fase sembra abbastanza chiaro che sono soprattutto le realtà più piccole e indipendenti a pagare il prezzo di una situazione globale così precaria e complicata.
Gli interventi non sono uniformi: riguardano soprattutto i modelli di dev board più recenti, e crescono in modo direttamente proporzionale alla quantità di RAM a bordo. I modelli più vecchi (Raspberry Pi Zero) e alcuni tagli entry-level restano tuttavia invariati; in particolare, le versioni da 1 GB e 2 GB di Raspberry Pi 4 e Raspberry Pi 5 continuano a essere proposte in una fascia tra i 35 e i 65 dollari negli USA, mantenendo una certa accessibilità per progetti base e utilizzi educativi. Da segnalare che anche Raspberry Pi 400 da 4 GB rimane invariato.
Per compensare l’aumento dei costi e offrire alternative più flessibili, se non altro, è stato introdotto un nuovo taglio da 3 GB di RAM per il Raspberry Pi 4, che negli USA costa 83,75 dollari. I modelli con 4 GB di RAM di Pi 4 e Pi 5 vedono, sempre negli USA, aumenti modesti, pari a circa 25 dollari, ma in altri casi, come per esempio il Pi 500+, i prezzi lievitano di ben 150 dollari. Il problema è che si iniziano a raggiungere cifre che cancellano un po’ l’appeal di soluzioni di questo tipo, soprattutto in ottica miniPC, spesso più che ottimi per svariati scenari casalinghi (NAS, home server e così via) in cui i Raspberry Pi avevano la meglio soprattutto in virtù del prezzo.
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