Energia: boom dei prezzi di gas e petrolio, la guerra nel Golfo alimenta il rischio di shock globale
Gli attacchi missilistici che hanno colpito il complesso industriale di Ras Laffan, in Qatar, segnano un punto di svolta per il sistema energetico globale, con effetti immediati sui mercati del gas e del petrolio e il rischio di uno shock prolungato sull’offerta. Nelle prime ore di oggi, 19 marzo, diverse infrastrutture del principale hub mondiale di gas naturale liquefatto (Gnl) sono state colpite subendo incendi e danni strutturali, senza vittime secondo QatarEnergy, che ha definito l’evento un “cambiamento fondamentale” nel ruolo del Paese nei mercati energetici globali. Secondo le autorità qatariote, missili balistici hanno preso di mira il sito con attacchi ripetuti, che hanno aggravato i danni alle strutture.
Le prime reazioni dei mercati sono state immediate. Il gas naturale europeo ha registrato un forte rialzo: il riferimento principale è il Ttf (Title Transfer Facility), il punto di scambio virtuale nei Paesi Bassi che rappresenta il prezzo di riferimento del gas in Europa. Il contratto con consegna ad aprile 2026 – cioè il prezzo a cui oggi si compra gas per il mese prossimo – scambia attualmente a 64,145 euro per megawattora, in aumento del 17,35 per cento rispetto alla chiusura precedente, dopo aver toccato nelle prime ore incrementi ancora più marcati. Anche in Asia i prezzi sono in forte crescita: il riferimento Jkm (Japan Korea Marker), che misura il costo del gas naturale liquefatto consegnato in Giappone e Corea del Sud – tra i principali importatori mondiali – ha registrato rialzi superiori al 30 per cento nelle prime ore di scambi, segnalando una tensione ormai globale sul mercato del Gnl.
Secondo l’analista Francesco Sassi, “il mondo si sta dirigendo a tutta velocità verso una crisi globale del gas di proporzioni storiche”, mentre “i prezzi del gas in Europa e Asia sono aumentati di oltre il 30 per cento all’apertura delle contrattazioni, il maggiore balzo dall’inizio della guerra”. Sassi sottolinea inoltre che gli attacchi ripetuti e la natura altamente volatile delle infrastrutture di liquefazione suggeriscono “un’interruzione enorme e prolungata della produzione da uno dei principali esportatori mondiali di Gnl”, con conseguenze che potrebbero tradursi in “scelte difficili e ad alto rischio per i governi nei prossimi mesi”. L’attacco a Ras Laffan arriva dopo il raid israeliano sul giacimento iraniano di South Pars – il più grande al mondo – e in concomitanza con azioni contro infrastrutture energetiche nella regione. Il risultato è una pressione simultanea su gas e petrolio che amplifica il rischio sistemico per i mercati energetici globali.
Sul fronte petrolifero, il Brent – il principale riferimento internazionale per il prezzo del greggio, basato su prodotti greggi nel Mare del Nord e utilizzato come benchmark globale – ha superato quota 113-115 dollari al barile, con picchi oltre i 116 dollari. Il rialzo riflette il timore che l’escalation colpisca non solo il gas, ma anche la capacità di raffinazione e trasporto del greggio nella regione. In questo quadro pesano anche gli attacchi contro infrastrutture petrolifere: in Kuwait sono state colpite le raffinerie di Mina al Ahmadi e Mina Abdullah, mentre in Arabia Saudita è stata presa di mira la raffineria Samref di Yanbu, sul Mar Rosso. Si tratta di impianti chiave per la trasformazione del greggio in carburanti, e una loro eventuale riduzione operativa può comprimere ulteriormente l’offerta globale di prodotti raffinati.
A conferma della pressione generalizzata sul mercato petrolifero, anche il paniere Opec (Opec Reference Basket) – che include una media dei principali greggi esportati dai Paesi membri, tra cui anche il libico Es Sider – ha registrato un forte rialzo, attestandosi a 135,06 dollari al barile il 18 marzo, dai circa 105 dollari di pochi giorni prima. Si tratta di un indicatore particolarmente rilevante perché riflette l’andamento medio del greggio prodotto dall’area mediorientale e africana, e conferma come lo shock stia colpendo in modo diffuso l’intero sistema di offerta. Anche i greggi Opec, inclusi quelli libici, sono in larga parte indicizzati al Brent, amplificando la trasmissione dello shock sui prezzi globali. L’Italia importa una quota limitata di greggio attraverso lo Stretto di Hormuz – circa il 5 per cento del totale – ma resta pienamente esposta alla dinamica dei prezzi internazionali, con impatti immediati su costi energetici, inflazione e sistema industriale.
Un ulteriore elemento di vulnerabilità riguarda la Libia, primo fornitore di petrolio dell’Italia. Il greggio libico risente direttamente dei rialzi di mercato. Nei giorni scorsi un incendio ha colpito un oleodotto collegato al giacimento di Sharara, il principale del Paese. La National Oil Corporation ha attribuito l’episodio a un incidente tecnico, ma secondo fonti di “Agenzia Nova” non si esclude un possibile sabotaggio. L’incendio, secondo le stesse fonti, non risultava ancora completamente domato nella notte. La concomitanza tra attacchi diretti a hub energetici globali, tensioni militari e fragilità produttive in aree chiave come il Fezzan libico contribuisce a delineare uno scenario di forte instabilità. Ras Laffan, per dimensioni e centralità, rappresenta un’infrastruttura difficilmente sostituibile nel breve periodo e un’interruzione prolungata della sua attività potrebbe avere effetti duraturi sulle forniture globali di gas.
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